Il riccio

 

 

Le Hérisson– Francia/Italia-  2009 – di Mona  Achache- Commedia/ Drammatico – 100′- Scritto da Maurizio Pessione (fonte immagine: MyMovies)

Renè è la portinaia di un palazzo abitato da persone benestanti in una via di Parigi. È una donna abitudinaria, gentile, ma schiva, che tiene la TV sempre accesa senza guardarla, perchè in realtà legge di nascosto i classici della letteratura che tiene nascosti in una libreria. Paloma è una ragazzina adolescente, figlia di un ministro, che abita nello stesso palazzo. Non ha dialogo con i genitori e la so-rella, progetta addirittura il suicidio alla fine dell’anno scolastico, non avendo alcuna intenzione di fare… la fine del pesce rosso dentro la boccia, metafora dell’uomo comune adulto. Ha sempre con sè una videocamera con la quale filma tutto quello che le capita. Alla morte di un inquilino l’ appartamento viene acquistato da un raffinato giapponese, Kakuro, che immediatamente intuisce, sotto la dura scorza, la sensibilità e cultura della portinaia e riesce persino ad instaurare un dialogo con Paloma, che a sua volta si avvicina a Renè. Con discrezione ed eleganza Kakuro invita Renè a cena a casa sua, che ha appena ristrutturato ed in seguito in un ristorante di lusso il giorno del suo compleanno. Nasce una complicità che sembra preludere alla realizzazione di una favola. Il destino però ha deciso diversamente…

Miracolo! Il riccio è uno dei rari casi di un film che è superiore all’opera letteraria dalla quale è tratto. L’eleganza del riccio è tuttora un caso editoriale per certi versi inspiegabile. C’è da chiedersi infatti com’è possibile che un romanzo che alterna momenti di facile lettura ad altri nei quali la profondità dei concetti non è di immediata comprensione e può mettere in difficoltà parecchi lettori possa, allo stesso tempo, attrarne così tanti…. Ha venduto milioni di copie in Italia e nel mondo. Tuttora non risulta sia stata ancora pubblicata una versione economica dello stesso, a testimonianza che si vende ancora benissimo nella prima, più costosa, edizione. Ha spaccato nettamente a metà i lettori, fra entusiasti e detrattori. Resta il dubbio che sia stato un po’ sopravvalutato ed il successo sia dipeso in parte da un titolo simpatico e suggestivo ed inoltre da una sorta di tam-tam un po’ snob che ha contagiato molti e convinti tanti di meno poi, nel corso della lettura. Che l’abbiano onestamente ammesso, oppure no. Prima ancora che raccogliesse questo successo, l’autrice Muriel Barbery aveva venduto, evidentemente in maniera troppo frettolosa, come se lei stessa non ci credesse sino in fondo, i diritti cinematografici, salvo poi pentirsene, perché in seguito avrebbe potuto guadagnare molto di più. Una volta a conoscenza della sceneggiatura, la scrittrice l’ha disconosciuta, chiedendo addirittura che i riferimenti al romanzo, nei titoli, fossero il più possibile celati.

Un bel autogoal, se vogliamo, perché se è vero che il titolo del film è diverso rispetto al romanzo, la storia è chiaramente riferibile allo stesso e le variazioni sono tutte a vantaggio del film e di rimando anche al libro, dato che lo esalta e semplifica, laddove quest’ultimo risultava invece più ostico e complicato. L’esordiente regista Mona Achache è infatti riuscita nel miracolo di rendere esplicite in immagini le numerose riflessioni e monologhi della giovinetta protagonista, con disegni e persino alcune brevi animazioni, di ammirevole chiarezza ed efficacia espressiva.Il tema del film e del romanzo, detto in poche parole, riguarda una ragazzina di 12 anni, Paloma ed una signora di mezza età, Renèe. Quest’ultima è la ‘concierge’, la portiera di un palazzo abitato da famiglie benestanti in una via qualsiasi di Parigi. È una persona riservata e persino educatamente scontrosa che svolge il suo lavoro con efficacia e discrezione, come un riccio, appunto. Non le piace apparire ed ha un suo piccolo mondo nascosto dentro il modesto appartamento della stessa portineria, cioè una fornita libreria che contiene vari classici della letteratura che lei divora, permettendole quindi di acquisire una cultura ed una sensibilità fuori dall’ordinario, seppure ignote ai suoi datori di lavoro.

Paloma invece è una ragazzina prodigio, figlia di un ministro, che osserva tutto quello che la circonda con acuta attenzione, riuscendo a cogliere particolari e sfumature da regista esperta, grazie ad una videocamera che porta sempre con sè. Oltrechè sveglia di carattere, è caustica e profonda nel formulare pensieri davvero inusuali per la sua età. Ha già raggiunto una tale consapevolezza della vita che, a suo vedere, l’aspetta nel futuro, che ha progettato di suicidarsi il giorno dopo la fine dell’anno scolastico, non avendo alcuna intenzione, come dichiara lei stessa davanti alla videocamera, di fare la fine del pesce rosso dentro la boccia d’acqua al quale tiene particolarmente la sorella maggiore e che a suo dire quindi è una metafora della nostra società. Un personaggio quindi molto particolare che sarebbe facile ritrovare anche in qualche film dalle atmosfere inquietanti e gli sviluppi imprevedibili. Paloma e Renèe sono due mondi paralleli che vivono nello stesso stabile ma senza punti in comune, per età e condizione, se non subentrasse un terzo personaggio a metterli in relazione e rompere l’ordinarietà e la monotonia del loro quotidiano. Un benestante ed anziano vedovo giapponese di nome Kakuro Ozu che acquista un appartamento nel palazzo, appena dopo la morte del proprietario e lo trasforma a suo gusto, abitudini e tradizioni.

I suoi modi raffinati, cortesi e democratici colpiscono immediatamente sia Renèe che Paloma, a loro volta contraccambiate con inusuale garbo e fine intuito. Paloma, che praticamente non parla mai con i suoi familiari, trova l’occasione persino di scambiare qualche parola in giapponese con Kakuro, che le corregge la pronuncia, mentre Renèe fornisce involontariamente all’anziano giapponese alcuni indizi sulla sua conoscenza dei classici ed in cambio riceve una preziosa copia di ‘Anna Karenina’ ed un invito a cena che lei accetta dopo non poche ritrosie ed imbarazzo.Ne nasce una delicata intesa fra ‘pianeti’ apparentemente diversi, che scoprono però di parlare una stessa lingua interiore e che si trasforma in breve in un’intesa profonda ed in una complicità densa di richiami e di prospettive future. Al punto che il brutto anatroccolo Renèe, trasformato in un cigno da Kakuro, nel giorno del suo compleanno, per una serata in un raffinato ristorante, uscendo dal palazzo non viene neppure riconosciuto da una delle inquiline, abituata da anni a vedere la ‘concierge’ vestita e pettinata nello stesso modo, mentre ha appena cambiato acconciatura ed indossa un elegante vestito che le ha donato espressamente il suo ospite.

Renèe ci rimane male ma Kakuro le suggerisce che in realtà è l’inquilina a non averla mai vista in precedenza, ribaltando la prospettiva ed il punto di vista. Si capirà, anche da questa battuta, quanto questo film vada controcorrente rispetto al cinema fondato sugli effetti speciali. Se non fosse che il caso, o destino che suol dirsi, decide diversamente rispetto alla piega che stavano prendendo gli avvenimenti, con l’unico vero colpo di scena dell’opera e del racconto del quale resta comunque la trasposizione. Chi cerca nel cinema emozioni adrenaliniche, ambientazioni strabilianti e scenografie di lusso è meglio che stia alla larga da Il riccio, che invece lavora di fino, con ago e filo, modestia e misura, attraverso lo studio di diverse psicologie, piccoli ma significativi oggetti e particolari, come se fosse sussurrato, non certamente urlato. Bisogna saperne cogliere le sfumature, le allusioni, persino le citazioni, come il cognome Ozu, uguale a quello di un regista giapponese di culto, del quale Kakuro e Renèe vedranno insieme un vecchio film per rivivere antichi sapori.

Il riccio non è opera a sua volta da sopravvalutare, al contrario del romanzo, ma appartiene ad un tipo di cinema intimistico ed essenziale nel quale lo spettatore è chiamato a cogliere la semplicità ed allo stesso tempo l’ampiezza del messaggio, le metafore che ognuno può scoprire fra le pieghe del dialogo e delle situazioni, in base alle proprie esperienze e cultura. Da questo punto di vista è un film quasi di stampo orientale, proprio perché attento ai gesti, ai rituali, alla riflessione, con una ri-cercata attenzione agli arredi e le inquadrature funzionali ai dialoghi. Davvero molto bravi i tre interpreti: Josiane Balasko è una Renèe di straordinaria finezza recitati-va e dolente pessimismo che ritrova per qualche momento la speranza; Garance Le Guillermic sembra quasi più matura del personaggio che interpreta (Paloma), un adulto in un corpo di bimba; Togo Igawa ha lo stesso carisma di Toshiro Mifune del quale, in un certo senso, rinverdisce la classe e la statura.

Voto:8

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