Il seme della follia

In the Mouth of Madness– Stati Uniti-  1994 – di John Carpenter- Fantastico/ Horror/Thriller – 95′- Scritto da Maurizio Pessione (fonte immagine: Lettera43)

 

Un ispettore delle assicurazioni, John Trent, un vero e proprio maestro per smascherare color che tentano di farsi pagare sostanziosi risarcimenti per atti dolosi procurati di proposito, è finito in manicomio. Il film ripercorre la sua storia fino a questa drammatica condizione. A partire da quando è stato inviato presso una casa editrice per indagare sulla scomparsa del celebre scrittore Sutter Cane, proprio mentre stava per pubblicare il libro finale di una saga che ha catturato innumerevoli lettori fino a farne nascere una sorta di dipendenza collettiva. John è sempre stato un uomo concreto, scettico per natura ma curioso per mestiere, così per documentarsi legge alcuni romanzi di Cane e finisce come risucchiato dentro una tortuosa vicenda nella quale nulla è più reale e tutte le certezze che aveva costruito nel corso degli anni vengono a crollare come castelli di carta, sino a farlo impazzire. Si è forse un pò perso per strada John Carpenter, un po’ come il protagonista del suo film Il seme della follia datato 1995?

Autore, di alcune opere cult del genere horror, thriller, fantascienza ed azione, negli anni a cavallo fra il 1975 e il 1990 caratterizzate da uno stile moderno ed accattivante, soprattutto per le generazioni più giovani, come Christine la macchina infernale, Fog, Halloween, 1997: fuga da New York, La cosa, Starman e Distretto 13: le brigate della morte, Carpenter ha dato il meglio di sé come regista quando era ancora piuttosto giovane (è nato nel 1948), senza più riuscire ad incidere nello stesso modo successivamente. Se in Nightmare – Dal profondo della notte addormentarsi significava sprofondare dentro un incubo di sangue ed orrore nel quale realtà e fantasia si mescolavano fra di loro, in Il seme della follia è invece la lettura di racconti fantastici, nati dalla penna di Sutter Cane, uno strano scrittore il cui successo sembra persino oscurare quello di Stephen King, che trasporta le persone in una sorta di altra dimensione nella quale personaggi e luoghi immaginari si trasformano in angoscianti avvenimenti dai contorni indefinibili. Una di quelle storie che dovrebbe far ricredere gli scettici riguardo l’attendibilità delle sedute spiritiche e dei fantasmi e mostri provenienti da scenari diversi da quelli che normalmente percepiamo.

Esattamente quello che accade a John Trent (davvero bravo Sam Neill nell’occasione), ispettore delle assicurazioni, un vero e proprio asso nello scoprire coloro che tentano di farsi pagare inesistenti o fraudolenti risarcimenti per le polizze che hanno sottoscritto. Una persona con i piedi ben piantati per terra, pratica, concreta, abituata a considerare ostinatamente solo quello che è ed a sca-vare dietro le apparenze. Eppure è impazzito e le prime sequenze lo vedono imprigionato in una camicia di forza, scaraventato non senza qualche difficoltà dentro una cella che ha le pareti morbide ed imbottite perché non possa nuocere a se stesso.
Per sapere come è arrivato sin lì, bisogna ripercorrere la sua storia. Cambia la scena e troviamo John calmo e sicuro di se stesso nell’atto di smascherare un uomo che ha incendiato il capannone della sua impresa per buggerare l’assicurazione; poco dopo lo vediamo al bar assieme al suo assistente che si complimenta con lui per la sua tecnica espositiva ed indagatoria. Nel frattempo però sopraggiunge un pazzo che infrange con una scure la vetrata di fronte al loro tavolino, intenzionato ad uccidere John, che viene salvato miracolosamente grazie all’intervento di due poliziotti che sparano sul folle abbattendolo.

Scampato il pericolo ma senza aver compreso il movente di quel gesto, ritroviamo John in una società editrice, il cui proprietario è interpretato niente meno che da Charlton Heston. In questo caso c’è da valutare la denuncia di risarcimento per la scomparsa del celebre scrittore Sutter Cane, proprio nell’imminenza della pubblicazione di un suo romanzo, ultimo di una lunga serie che ha creato una vera e propria dipendenza e delirio fra i suoi affezionati lettori pur di accaparrarselo nelle librerie. Una trovata pubblicitaria della casa editrice per incrementare l’attesa dell’evento oppure effettivamente un danno economico derivante dalla sua sparizione e la conseguente mancata distribuzione? John Trent ovviamente non è assolutamente convinto riguardo la misteriosa scomparsa. Entra in una libreria, come tante altre nel frattempo messa a soqquadro dai fans dello scrittore e nella quale un ragazzo allucinato lo avvicina per annunciargli sibillinamente che… LUI lo vede… e per curiosità acquista alcuni romanzi di Sutter Cane (interpretato da Jurgen Prochnow). Dopo essersi immerso nella lettura, seduto sul comodo divano di casa sua ed aver riconosciuto, fra l’assurdità delle vicende narrate, le qualità di uno scrittore trascinante, John si ritrova a sua volta suggestionato, talmente impressionato dalla sua prosa da appisolarsi e svegliarsi ripetutamente in preda ad incubi e con la sensazione che i personaggi descritti nei romanzi, dai connotati più simili a zombie che ad umani, siano delle presenze concrete accanto a lui.

Convinto di poter ritrovare lo scrittore in un luogo situato al centro dello stato del New England,
identificato facendo un collage delle copertine dei suoi libri, John viene accompagnato da Linda (Julie Carmen), l’esperta dei libri di Sutter Cane della casa editrice, in un luogo che in realtà non esiste, perlomeno nelle carte geografiche, indicato invece nei romanzi di Sutter Cane. Dopo un lungo viaggio, alternandosi alla guida, i due arrivano come per magia a destinazione: Hobb’s End. L’ultima parte del percorso, mentre guidava Linda e John dormiva, è stata però una specie di viaggio immaginario, contornato da personaggi dalle strane sembianze che vanno in giro in bicicletta di notte con delle carte da gioco infilate fra le ruote generando un rumore particolare. Uno di questi Linda l’ha pure investito ma quando sembrava che fosse ferito gravemente s’è improvvisamente rialzato e ripresa la bicicletta si è dileguato. A ciò s’aggiunga, ad un certo punto, l’impressione di guidare come sospesi nel vuoto ed infine il passaggio attraverso un tunnel apparentemente senza fine, all’uscita del quale il paesaggio è completamente mutato mostrando un paesino tranquillo di campagna. Il tutto proprio mentre John si è risvegliato, ignaro in gran parte di quello che è accaduto nel frattempo.

Il posto è così tranquillo che non c’è nessuno per le strade e l’unica dimora dove è possibile pernottare, descritta da Sutter Cane in un suo racconto, sembra vuota ed è gestita da una
ambigua vecchietta. Se fino a questo momento gli episodi accaduti, per quanto strani, hanno generato una curiosa aspettativa riguardo il mistero che li hanno generati, da ora in poi il film cambia marcia e stile, lasciando da parte ogni logica ed enigma per imboccare decisamente la via del terrore e della cruda rappresentazione, senza sottintesi ed allusioni sospensive. I quadri appesi alle pareti della hall raffigurano personaggi che si muovono e cambiano posizione a seconda dei momenti in cui i nostri protagonisti li osservano. Spunta un gruppo di bambini, intravisti solo da Linda, mentre inseguono un cane, come fossero in trance. John e Linda si dirigono verso l’imponente chiesa sconsacrata che domina la zona, nello stesso istante in cui sopraggiungono alcune auto dalle quali scendono degli uomini armati di fucili chiedendo a viva voce a Sutter Cane di aprire il portale e restituire una bambina che tiene prigioniera. L’apparizione della bambina anticipa di poco quella dello scrittore, con un ghigno
beffardo e di sfida. In risposta vengono invece sguinzagliati alcuni cani da difesa che assalgono ed azzannano gli assalitori costringendoli alla fuga.

John e Linda restano sbigottiti. Ma mentre quest’ultima mostra di credere a ciò che vede ed essere inconsciamente attratta dagli eventi horror-onirici nei quali si ritrova immersa, John è convinto invece di essere al centro di una farsa, ottimamente organizzata da Linda stessa e dalla sua casa editrice. Linda non resiste alla tentazione di entrare nella chiesa sconsacrata nonostante l’evidente minaccia scolpita all’esterno e dopo aver ritrovato lo scrittore scomparso, viene come soggiogata da forze oscure e mostri dagli innumerevoli tentacoli, trasformandosi in qualcosa di simile a loro. John invece non capendo più cosa è vero (come afferma lui stesso picchiettando su un mobile) e cosa invece è costruito ad arte per condizionarlo, dopo aver subito persino un’aggressione da parte della donna improvvisamente dotata di una forza inusuale, decide di mollare tutto e fuggire in auto. Ma come fosse in un sogno, quando immagina di essersi allontanato dalla strada dove alcuni zombie stanno cercando di raggiungerlo, si ritrova invece poco dopo nello stesso punto di prima, costretto a
frenare di colpo per non investirli. Una, due, tre volte di seguito, come se continuasse a girare su se stesso senza soluzione di continuità.

A trattenerlo sembra sia la perversa forza di volontà di Sutter Cane che lo vuole protagonista della stessa storia che sta battendo sulla macchina da scrivere, chiuso dentro la chiesa sconsacrata e difatti è a John che affida il compito di consegnare il manoscritto finito da dare alle stampe. Nonostante quest’ultimo tenti di distruggerlo più volte, bruciandolo persino,
se lo ritrova comunque nuovamente fra le mani, intatto, come la classica Araba fenice che risorge dalle sue stesse ceneri. Il finale dentro il cinema è tuttavia evocativo e ripropone il tema di fondo del film riguardo il confine fra apparenza e realtà, fra finzione e verità, fra terreno e sovrumano, fra il cinema stesso come metafora della vita e come quest’ultima spettacolo di se stessa. Il seme della follia è un film contradditorio; idee ne mette parecchie sul piatto della bilancia anche se non sempre originali. Alcune sequenze sono certamente suggestive ed anche impressionanti, cogliendo appieno il primo obiettivo di un film di questo genere, ma purtroppo non riesce ad evitare allo stesso tempo, soprattutto nella seconda parte, una confusione di intrecci narrativi e di intenti. L’autore sembra voglioso di tornare ai temi a lui più cari che però finiscono per apparire più che altro come un riepilogo di quanto già visto in precedenza in tanti altri film dello stesso genere, non solo usciti dalla sua fantasia, piuttosto che perseguire la via dell’originalità.

Alcuni momenti sono decisamente degni di nota: ad esempio la sequenza del viaggio in auto verso Hobb’s End è inquietante e misteriosa. La scena della tentata fuga di John in auto che si ritrova dopo pochi secondi davanti agli stessi zombie nonostante avesse lanciato l’auto a tutta velocità nella direzione opposta è indubbiamente di grande effetto e ricorda, pur da tutt’altro versante, la ripetitività ossessiva della sveglia nel giorno della marmotta del basito Bill Murray in Ricomincio da capo. Le inquietanti apparizioni degli zombie in bicicletta e, all’inizio, l’aggressione dell’agente impazzito di Sutter Cane armato di scure nel bar sono narrativamente sorprendenti ed efficaci. La riproposizione, in momenti diversi del film, della sequenza nel vicolo dove il poliziotto sta menando un malcapitato, il quale una volta ha sembianze umane ed un’altra un viso orripilante ha un indubbio impatto figurativo. Con la variante, ad un certo punto, dell’apparizione di un gruppo di zombie al cui centro c’è ancora l’agente impazzito di Sutter Cane che annuncia a John, un’altra volta, che LUI lo sta guardando e subito dopo viene massacrato dai suoi stessi ‘compagni’ armati di scure.

Per chiudere con i dialoghi metafisici fra John e Sutter Cane, forse eccessivamente filosofici ma indubbiamente suggestivi e la sequenza del pullman tutta virata sul blu che contrasta con il significato di questo colore solitamente simbolo di calma, tranquillità e contemplazione: l’esatto contrario dei sentimenti che prova John, il quale lancia difatti un urlo forsennato di terrore. Insomma ci sono alcuni momenti realmente godibili (si fa per dire, ovviamente ciò vale per chi queste scene di intensa emotività è in grado di sopportarle) in Il seme della follia, che confermano la grande capacità inventiva di John Carpenter. Peccato che poi il tutto scivoli sulla ‘buccia di banana’ del trash, raffigurando esplicitamente una serie di mostri che, saranno pure di derivazione lovecraftiana come suggerisce qualcuno, ma che sfiorano quasi il ridicolo e soprattutto diradano del tutto l’atmosfera surreale costruita sin lì. Come quando Linda si mette a quattro zampe con la testa rovesciata, oppure nelle sequenze dove appaiono alcuni profili di canidi dalle sembianze orripilanti che sembrano provenire direttamente da Alien.

L’idea che qualcuno ad un certo punto, preso in maniera eccessiva dall’immedesimazione con i personaggi di un film o di un libro, possa in qualche modo confondere reale ed immaginario è interessante, seppure non nuova e sinchè il film si mantiene su questo binario d’ambiguità, pur spinta sino all’eccesso, è convincente. Peccato che nella seconda parte Carpenter si faccia prendere la mano dal voler rendere troppo manifeste certe situazioni, sterzando decisamente verso un horror più cervellotico, gotico e grossolano, in una deriva dal significato discutibile, scostandosi da quel minimo di attendibilità che ci si aspetterebbe anche da un film chiaramente fantastico.

Voto: 6

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