La Promessa dell’Alba

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La promesse de l’aube – Francia/Belgio 2017 – di Eric Barbier

Drammatico/Romantico/Biografico – 131′

Scritto da Gabriella  Massimi (fonte immagine: mymovies.it)

Nina, giovane donna di origine ebrea, cresce da sola il suo unico figlio, Romain. Con l’arrivo dell’antisemitismo, lascia la Polonia per trasferirsi nel sud della Francia. Madre amorevole ma impositiva, spinge il figlio verso la carriera letteraria, nonostante le difficoltà a scrivere di quest’ultimo. Con il sopraggiungere della Seconda Guerra Mondiale, Romain entra nell’aviazione francese, continuando contemporaneamente a scrivere per realizzare le ambizioni materne.

Numerosi sono i romanzi usciti dalla penna dello scrittore lituano Romain Kacew, noto anche con lo pseudonimo di Roman Gary, ma a ispirare maggiormente il regista francese Eric Barbier è stato “La Promessa dell’alba” del 1960.

Non fu però il primo Barbier a cimentarsi nella resa cinematografica dell’opera letteraria di Kacew. Prima di lui infatti ci aveva già provato Jules Dassin nel 1970.

Ma rimaniamo nel nuovo millennio e al film di Barbier.

Non è stata di certo un’impresa facile traslare su pellicola le pagine del romanzo di Kavew, lo stesso Barbier ha dichiarato di aver impiegato diversi mesi per dare vita a una possibile sceneggiatura che contenesse gli elementi più importanti dell’opera letteraria. Nonostante si tratti di una autobiografia non si può considerare “La promessa dell’alba” una semplice storia di vita. Innanzitutto non viene mantenuto un ordine cronologico dei fatti narrati, ma si continua a saltabeccare da un’epoca storica all’altra. Inoltre è ricca di personaggi ed elementi narrativi che avrebbero dilungato eccessivamente la pellicola.

Barbier ha quindi dovuto riordinare cronologicamente gli eventi ed eliminare un pò di vicende narrate da Kacew. Non si può certo non dire che il risultato sia più che valido.

A differenza del libro di Kacew che si prolunga fino agli anni vissuti da Romain in California, il film di Barbier si ferma al momento in cui la prima moglie di Romain, Lesley Blanch, trova il manoscritto del libro e comincia a leggerlo. 

E in questo momento che parte la voce fuori campo di Romain, torniamo alla nevosa Vilnius in Lituania e la storia ha inizio.

Ad essere sincera non sono mai stata un’amante della voce narrativa fuori campo. Mi ha sempre un po’ infastidito il fatto che ci fosse qualcuno che mi anticipasse le cose o me le spiegasse senza darmi il tempo di arrivarci da sola. Ci sono casi però in cui questa riesce a non sovrastare troppo le immagini dando spazio allo spettatore di riflettere e immaginare: questo è uno di quei casi.

In mezzo alla neve a Vilnius compare una minuta figura, un bambino, un giovane Romain. Pochi fotogrammi dopo il bambino incontra una donna, Nina, sua madre, carica di scatole e sacchi, che si reca a lavorare.

Si può quasi dire che il succo del rapporto tra Romain e sua madre e il profilo dei due personaggi, sia concentrato in questa scena.

Nina ha un carattere e un fisico forte, è decisa, comanda e pretende. Romain pende dalle sue labbra e la osserva spesso come se fosse un mito, il suo mito.

Più volte nel corso del film ritornano alcuni elementi di questa prima scena: le braccia di Nina cariche di oggetti, sacchi e borse o lo sguardo rapito e fisso di Romain verso sua madre che gli parla animosamente.

Il rapporto tra madre e figlio è morboso e quasi disturbante e viene reso validamente sia da Charlotte Gainsbourg nei panni della madre, che dai tre attori che interpretano Romain, tra i quali ovviamente spicca il più anziano Pierre Niney, il Romain dai 18 ai 45 anni.

Pur essendo l’atmosfera generale del film tragica, non mancano i momenti di gioia, speranza e pace e sono sicuramente resi bene all’interno della pellicola. 

Alla fine è tutto merito di Romain e della sua scrittura che cerca di non essere mai “completamente disperata”.

Voto: 6

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