TFF36: CAPITOLO 1

Articolo di Arianna Vietina e Elisa Biagiarelli

(originariamente pubblicato su http://peppermindsblog.it/tff36-capitolo-1/)

Le prime giornate del Torino Film Festival sono passate. Come le altre edizioni a cui abbiamo partecipato anche questa si sta rivelando ricca di lavori molto interessanti ed originali. Per quest’anno abbiamo deciso di non scrivere un articolo per giorno, ma uno ogni due. Ecco quali sono i film che abbiamo visto finora, accompagnati da qualche riflessione.

23 NOVEMBRE

The Front Runner di Jason Reitman
Sicuramente centra il target degli appassionati di cinema politico, il pubblico che può capirne meglio il substrato e ridere pienamente delle battute nel tipico humor a cui Reitman ci ha abituato. Per il resto sappiamo che storia è, conosciamo i punti più drammatici ed è quasi prevedibile come li vedremo messi in atto. Ho molto apprezzato la chiusura pulita, positiva e gli attori messi in campo, un buon ensamble tutto sommato.
2.5

His Master’s Voice di György Pálfi
Dall’Ungheria una coproduzione che ritorna sulla variabile umana nella fantascienza, in un mix trash filosofico difficile da ignorare.
Lo sci-fi è solo un pretesto per mettere in campo la storia di una ricongiunzione familiare, tutta osservata dal protagonista Peter. Guardando il film ci rendiamo però conto di come Peter sia in realtà vuoto, è come il cavo che porta elettricità tra il padre scienziato emigrato in America e il fratello disabile, vero interlocutore del padre e probabilmente prosecutore della sua opera. Alcuni escamotage tecnici rendono inoltre la pellicola davvero originale, divertente, accattivante e a tratti disturbante.
3.5

24 NOVEMBRE

L’ospite di Duccio Chiarini
Semplice filosofia. La commedia italiana fa da trampolino per una riflessione terribilmente semplice su come l’esperienza cambia le nostre prospettive. È quello che la commedia italiana fa meglio, lo si dice da sempre nonostante sia sempre più raro trovare degli esempi così ben fatti. Già in Short Skin Duccio Chiarini si era confrontato con un problema semplice e diffuso che però non viene mai analizzato. Qui il soggetto di Chiarini è la paura che proviamo quando nuove emozioni e situazioni si creano nella nostra vita proprio quando non le stiamo affatto cercando. Un film fondato profondamente nei problemi dell’Italia di oggi, il precariato, il ruolo della ricerca, i preconcetti sulle donne e sulla maternità, tutte cose tanto lampanti quanto ben amalgamate in questo sceneggiatura Premio Solinas. E alla fine vivendo si impara.
4.5

Nothing or Everything di Gyeol Kim
Unica opera coreana a competere quest’anno, accolta nella sezione Onde. Il film è infatti altamente sperimentale, lento e fisico, ritmato dai suoni dei respiri e dei passi delle due protagoniste. Non possiamo parlare di un film narrativo in senso stretto, è più un collage da diverse angolazioni di una stessa situazione vissuta e rivissuta nella memoria.
Decisamente il plauso che mi sento di dare è all’operatore e focus puller Han Yung yae, perché ciò che veramente salva lo spettatore del cadere nella noia è il gioco di fuochi che ha creato. Nelle diverse inquadrature viene messo a fuoco un punto molto specifico, in modo da creare delle situazioni a cui non siamo abituati. La nostra attenzione viene così focalizzata grazie al fuoco che varia ritmicamente, costantemente, dando una nota di dinamismo ulteriore. Il voto purtroppo rimane appena sufficiente.
2.5

Nothing or Everything

History of Love di Sonja Prosenc
La ricerca di uno stile estetizzante non è sufficiente per dare senso a tutto un film, e in questo frangente si colloca la visione di History of Love. Pur essendo molto lodevole la capacità con cui la regista racconta un lutto senza praticamente mai mostrarlo, frammentando il racconto in un mosaico di immagini tra flashback e sensazioni (una pratica non originale, ma ben fatta) il tutto si ferma a una ricerca di belle immagini, belle connessioni, che però man mano che il film procede diventano sterili, perdono di significato e anche di credibilità. Un film che comincia bene ma in cui ben presto scema l’interesse.
2

Land di Babak Jalali
Presentato nella sezione Panorama a Berlino questo è il film che vince la giornata. Il Torino Film Lab ha dato l’avvio sei anni fa alla produzione di questo film su un tema semplice ma misconosciuto, cioè la condizione attuale degli indiani pellerossa nelle riserve americane. Nato da un articolo di giornale, il film parla della lenta insofferenza di una di queste comunità, tra alcolismo, svaghi da poco e senso di isolamento. Sebbene sia un film di fiction gli interpreti sono tutti attori non professionisti di origini pellerossa che durante le riprese hanno riconosciuto le situazioni create ad hoc come reali, riconducendole a episodi a loro accaduti realmente. E’ stato molto interessante vedere questa nuova rappresentazione degli indiani d’America, che il cinema aveva stereotipato e archiviato in un contesto storico ben preciso. Veramente un film da non perdere.
5

Land

25 NOVEMBRE

Relaxer di Joel Potrykus
Non si tratta solo di una critica all’uso compulsivo di videogames e TV. Con un tono grottesco e quasi horror il film sfiora un personaggio complesso prigioniero delle proprie paure, che per tutta la durata del film resta seduto su un divano a cercare di battere il record mondiale di Pac Man. Con sketch comici in stile Keaton (con cui l’attore protagonista condivide molto nella fisionomia) e un mix di magia, orrore e trash questo film ci ha conquistato, facendoci temere che anche noi non ci saremmo più riusciti ad alzare.
4.5

Mandy di Panos Cosmatos
Uno dei film più discussi di questa annata cinematografica e dopo averlo visto abbiamo capito perché. Un lavoro folle, che tocca i limiti dell’assurdo e non si risparmia nel rappresentare i livelli di violenza e oscurità che può raggiungere l’uomo. Una visione che tecnicamente è puro piacere. Dalla fotografia di Benjamin Loeb alle musiche di Jóhann Jóhannsson si potrebbe definire più un’opera d’arte che un film. Certo però non è arte per stomachi leggeri.
4.5

The Guilty di Gustav Möller
Eccezionale se pensiamo che si tratta di un’opera prima di un terzetto di giovani cineasti danesi e già concorre come film rappresentante della  Danimarca nella corsa per le candidature come Miglior Film Straniero agli Oscar. Un film che è evidentemente un esercizio realizzato per mettersi alla prova, costruendo una storia intorno a un personaggio fermo in una stanza, al telefono, per tutto il film. Soluzioni che abbiamo visto in Locke, in In linea con l’assassino e molti altri, in cui la capacità di un attore e una buona sceneggiatura permettono allo spettatore di immaginare tutto quello che non compare in scena.
Un’idea intelligente per un primo film, doppiamente efficace ed efficiente. Un lavoro adatto al grande pubblico, comprensibile, costruito empaticamente e sorprendente.
4.5

The Guilty

Continuate a seguirci per scoprire con noi i film che vedremo nei prossimi giorni!

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