La donna elettrica

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Kona fer í stríð – Islanda/Francia/Ucraina 2018 – di Benedikt Erlingsson

Azione/Thriller – 101′

Scritto da Lorenzo Ceotto (fonte immagine: mymovies.it)

Halla non ci sta, è un’ambientalista convinta, ama la sua terra, l’Islanda, la vuole proteggere e vuole che sia rispettata e non sfruttata, perciò manomette le infrastrutture delle multinazionali che deturpano il suo Paese. I suoi sabotaggi sono mirati e studiati a puntino per dare una lezione alle corporation spregiudicate e senza scrupoli che speculano sulle risorse energetiche del Paese. Halla durante questa sua battaglia, riceverà una notizia inaspettata, la sua richiesta di adozione è stata accolta e una bambina ucraina la sta aspettando. È giunta l’ora di cambiare vita? Probabilmente si, ma non prima di compiere un altro, forse l’ultimo, attacco.

I paesaggi e le ambientazioni, l’aspetto naturalistico in un film del genere, a maggior ragione in Islanda, non potevano che avere un ruolo da protagonista. Con il personaggio  di Halla che instaura un rapporto continuo e reiterato con la natura, ed è in questo contatto e dialogo che si gioca uno degli aspetti più interessanti del film a livello visivo e drammaturgico. La protagonista nel suo esistere a tratti “selvatico”, molto brava Halldóra Geirharðsdóttir che in questo film intepreta anche la parte della gemella Ása, si immerge anima e corpo nella natura rendendosi parte di essa, sotterandosi e diventanto parte del sottosuolo, sdraiandosi per terra assaporandovi l’odore ed i profumi o immergendosi in un geyser trovando calore. Un racconto per immagini che invita l’uomo a ricordarsi che deve essere parte della natura, (tutti noi dovremmo essere un po’ più ambientalisti) e non mero esecutore e sfruttatore del pianeta a suo piacimento.

Il film di Erlingsson ha il ritmo del thriller negli inseguimenti, ma poi per sdrammatizzare vi alterna i toni della commedia, come in un Rambo al femminile che si prende meno sul serio, ma fa seria la sua missione, con un’eroina che sembra una Giovanna D’Arco in salsa “green”. I toni comici passano per un’orchestra che va a pedinare la protagonista e compare nei luoghi meno consoni e più disparati, dando un tono surreale all’opera, oppure per il “fantozzi sudamericano”, perseguitato e capro espiatorio sulla quale si sfogano i potenti e dove nella ricerca al fantomatico sabotatore si stringe la morsa delle forze dell’ordine al soldo del capitale.

Proprio con l’orchestra, la colonna sonora che ha un ruolo molto importante, quasi onirico, entra nella diegesi mescolando jazz, folk e canti popolari e prendendo forma nelle visioni della protagonista. Quasi come se si facesse manifestazione e proiezione della sua energia  e del suo ritmo interiore, che lo spettatore si trova così a condividere.

Ecothriller è la definizione di genere tra quelle menzionate che più si addice a questo “La donna elettrica”. Un film etico e sociale nell’incontaminata Islanda, fatta di gaiser, distese e pecore. Un film contro l’imperialismo e il capitalismo, contro il fare impresa a tutti i costi, facendo razzia di risorse in nome del profitto. Un’opera che si guarda bene anche dalla globalizzazione, raccontando invece il locale, spingendo su tradizione e territorio, in un paese che questa località vuole tenersela stretta, visto che per fortuna può permettersi ancora di averne vanto e combattere per essa.

Dobbiamo complimentarci con il regista Benedikt Erlingsson, qui al suo secondo lungometraggio di finzione, dopo l’esordio di “Storie di cavalli e di uomini”, che confenziona un’altra interessante opera non impegnativa ma impegnata che riesce a intrattenere e al contempo essere poetica, che sa divertire e sa far pensare, costruendo un film molto importante per attualità dei temi, andando a confermare un’interessante sferzata di freschezza che fa ben sperare nel nuovo cinema europeo.

Voto: 7

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