Io sono l’amore

Italia-  2009 – di Luca Guadagnino – Drammatico – 120′- Scritto da Maurizio Pessione (fonte immagine: Arsenale Cinema)

 

Edoardo Recchi, un vecchio industriale fondatore e proprietario di una redditizia industria manifatturiera milanese che ha superato con successo vari difficili momenti storici nel corso degli anni, riunisce tutta la famiglia in una cena nella villa dove abita il figlio Tancredi per decidere chi sarà il suo successore. Emma è di origini russe ed ha sposato Tancredi per convenienza, adattandosi ad una vita grigia, piena di formalità e riti borghesi, in cambio di un ovattato benessere. Il figlio Edoardo è amico di Antonio, uno chef di gran talento ma di umili origini e per aiutarlo ha deciso di finanziarne l’apertura di un ristorante. L’entusiasmo e la determinazione di Antonio a realizzare se stesso senza i condizionamenti del padre, spingono Emma a frequentarlo sino a divenirne l’amante. Quando Edoardo scopre la loro relazione, già deluso dall’intenzione del padre e del fratello di vendere senza tanti scrupoli l’azienda del nonno, ha un duro alterco con la madre e nella foga cade nella piscina della villa, e muore picchiando la testa. Emma, disperata, confessa a Tancredi la sua relazione ed avendo la certezza che i loro rapporti non cambieranno neppure dopo il tragico evento appena accaduto, decide di lasciarlo per raggiungere Antonio, lasciandosi trasportare dai suoi sentimenti.

Io sono l’amore è come certi pacchi regalo, elegantemente confezionati in carta patinata, con uno sgargiante fiocco in tinta, che poi, una volta sciolto il nastro ed aperta la scatola, deludono le aspet-tative riguardo il contenuto. Che si tratti di un film ambizioso ma dalle stridenti contraddizioni e discutibili soluzioni narrative lo si capisce già dalle prime immagini, curate sin nei minimi dettagli, da chi il mezzo cinematografico lo maneggia certamente con indiscutibile padronanza. Quella che appare a prima vista davanti agli occhi è una livida Milano di un’epoca indefinibile, si potrebbe azzardare persino negli anni sessanta, immersa nel bianco e nero di un cupo inverno esaltato dalla neve e dalle strade che mostrano la freddezza ma anche l’operosità tipica di questa metropoli, già all’alba. Ma è un abbaglio perché poco dopo la scena è proiettata ai nostri giorni all’interno del giardino di una villa, come altre che tuttora permangono nel centro di questa città, niente affatto grigia e priva di spazi verdi ma spesso solo nascosti alla visibilità dall’esterno e che, nello specifico, appartiene ad una ricca famiglia dell’alta borghesia, i Recchi.

Al suo interno sta per verificarsi un evento molto importante che riguarda il futuro di questa dinastia, proprietaria di una industria manifatturiera che il vecchio fondatore ha saputo costruire dal nulla, quindi far crescere e conservare, abile a barcamenarsi nel corso degli anni, superando i momenti difficili dal punto di vista economico, senza compromettersi mai troppo con la politica, anche durante il ventennio fascista e la seconda guerra mondiale. La villa in realtà è l’abitazione del figlio Tancredi e della sua famiglia. La moglie Emma è di origini russe ed i figli, due maschi ed una femmina, sono già grandi, debitamente istruiti ed oramai pronti per continuare la tradizione familiare. Il vecchio ed ancora temuto e rispettato Edoardo (Gabriele Ferzetti) ha deciso di passare la mano e di comunicare chi gli succederà. Lo vuole fare però durante un’elegante e formale cena che vede riunita attorno ad una ampia e sfarzosa tavolata tutta la famiglia. La ricchezza degli arredi e la maniacale cura dei particolari e dei rituali rimanda inevitabilmente a Luchino Visconti del quale in questo caso il regista Luca Guadagnino sembra proporsi come erede naturale o, se non altro, decretarne un riverente omaggio.

Il clima in questo “gruppo di famiglia in un interno” è apparentemente unito, cortese, rispettoso, ma anche imbalsamato e gelido, come la moglie di Tancredi, Emma, la quale, con consumata perizia svolge un ruolo di trait-d’union nei rapporti fra i figli, il marito ed i suoceri, pur fra evidenti ipocrisie e contraddizioni generazionali e caratteriali. Interpretata da Tilda Swinton, l’algida scozzese già protagonista di film come Orlando, Michael Clayton e Le cronache di Narnia, oltreché dare un tocco di eleganza, classe ed internazionalità all’opera dell’autore nostrano, racchiude e sintetizza al meglio con la sua figura tutta la fragilità e la dissimulazione che convivono in questa casata. In poche parole… la falsità oltre le apparenze o la quiete prima della tempesta, che dir si voglia. Nonostante le aspettative del vecchio Edoardo, pochi o nessuno in famiglia si comportano come spererebbe. Tancredi (Pippo Delbono), ad esempio, lo ha sinora assecondato, guadagnandosi la sua stima, ma non ha alcuna intenzione di proseguire le orme del padre ed attende il momento opportuno per vendere al meglio l’azienda e realizzare l’ancora cospicuo capitale prima che la concorrenza dei paesi delle economie emergenti lo costringano a ricorrere al talento ed al coraggio (che non ha) per reggere la competizione ed i rischi che essa comporta.

La figlia Elisabetta (Alba Rohrwacher) è l’artista di famiglia che dipinge quadretti molto apprezzati dal nonno, il quale invece accoglie con sorpresa e disappunto una cornice con dentro una fotografia, alla cui pratica pare voglia dedicarsi ultimamente la ragazza, la quale comunque preferisce passare più tempo possibile lontana da casa per sentirsi più libera ed anche perchè non riesce a confidare, neppure alla madre, di essere lesbica.
Edoardo jr. (Flavio Parenti) è il preferito del nonno; oltrechè nuotatore e quindi agonista di buona qualità, a differenza del fratello e del padre che esprimono cinicamente i loro ruoli in azienda, egli ha doti di sensibilità morale e, forse anche per questo, riconoscendolo più vicino degli altri alla sua indole, il nonno lo nomina un po’ a sorpresa suo successore, affiancando il padre Tancredi che manterrà funzioni di amministratore e fungerà da suo traghettatore. Edoardo ha a cuore le sorti dell’azienda e quando intuisce invece le reali intenzioni del padre, spalleggiato dall’altro fratello Gianluca (Mattia Zaccaro), si preoccupa del destino degli impiegati e delle loro famiglie. Non riconoscendosi in questi atteggiamenti senza scrupoli, egli trova consolazione ed entusiasmo nella prospettiva di aprire un ristorante con un suo amico chef, che ha conosciuto proprio durante le gare di nuoto.

Emma ha sposato per convenienza Tancredi; i loro rapporti sono sereni ma freddi. Lui è spesso all’estero, impegnato nelle trattative per vendere al meglio l’azienda appena possibile; lei non lo ha mai amato davvero ma, come si fosse votata al sacrificio, si dedica con rassegnazione, precisione, pur senza alcun entusiasmo, alla gestione del menage familiare, attenta soltanto a smussare gli angoli fra i vari componenti; per questa sua prerogativa è riuscita persino a guadagnarsi la stima ed il rispetto della suocera (Marisa Barenson), dal carattere insopportabile ai più. Questo quadro spettrale non attende altro che una causa scatenante per deflagrare, alla stregua della famosa villa nella scena cult di Zabriskie Point di Michelangelo Antonioni. Solo che in questo caso non è il manufatto a saltare per aria, con tutte le false convenzioni che allora rappresentava, ma i sentimenti ed i rapporti all’interno della famiglia Recchi, a seguito di un evento inaspettato ed inarrestabile. Antonio è l’amico di Edoardo. Appassionato di cucina, lavora nel ristorante del padre ma vorrebbe aprirne uno tutto suo nel quale esprimere la sua arte di chef fantasioso e creativo.

Non ha i soldi per realizzare il suo sogno, ma Edoardo si offre di finanziarlo riconoscendone l’entusiasmo, il talento ed il desiderio di affermarsi autonomamente dal padre. Così lo invita a casa sua per presentarlo alla madre in occasione di una festa privata nella villa, durante la quale Antonio ha modo di esprimere tutta la raffinatezza e la qualità della sua arte culinaria.Si conosce da sempre il ruolo afrodisiaco della cucina ed anche in questo caso Guadagnino assegna al cibo un ruolo allegorico fondamentale per mettere in luce le qualità e la personalità del giovane chef, soprattutto agli occhi della madre di Edoardo che, da quel momento, come fosse attratta da una forza superiore, non esita a cercarlo e frequentarlo. Dapprima Emma dissimula incontri casuali, ma ben presto lo fa sempre più assiduamente sino a diventarne l’amante, riscoprendo, oltre al gusto della gola, anche quello notoriamente complementare del sesso, frustrato da un matrimonio nel quale è totalmente assente il fuoco dei sentimenti.
All’oscuro di Edoardo, proprio quando si trova a Londra ad assistere in minoranza e quindi impotente alla vendita dell’azienda di famiglia da parte del padre e del fratello, il rapporto fra Emma e Antonio subisce una improvvisa ed inarrestabile accelerazione, che scioglie le sin troppo gelide e controllate atmosfere che hanno caratterizzato l’opera sino a quel punto.

Trascinati dalla passione, i due amanti si rendono protagonisti di alcune sequenze erotiche mostrate da Guadagnino in maniera decisamente esplicita, che vanno però più a beneficio dei voyeurs piuttosto che a supporto e giustificazione del contesto narrativo. Reso più fragile dalla delusione patita per la vendita della fabbrica, Edoardo non regge il colpo di intuire e quindi scoprire anche la relazione fra la madre e l’amico e dopo un furioso litigio con quest’ultima perde l’equilibrio e cade malamente dentro la piscina della villa colpendo il bordo con la testa. Dopo una breve agonia, muore in ospedale. Il rimorso spinge Emma, straziata dal dolore, a fuggire dall’ospedale ed a rifugiarsi dentro una chiesa dove la raggiunge Tancredi al quale però, in un moto di irresistibile sincerità, confessa la sua relazione, proprio mentre quest’ultimo sta tentando di mitigare il suo strazio per tornare alla finta normalità di sempre, che passerebbe agevolmente anche sopra la morte del figlio. Piantata in asso ed in malo modo, Emma torna a casa giusto in tempo perché la sua fida governante le prepari frettolosamente una valigia affinchè possa abbandonare quel posto.

Scendendo le scale Emma incontra in un lungo disperato sguardo a distanza, senza parole, ma colmo di dolore e comprensione allo stesso tempo, la figlia Elisabetta, quindi fugge via per raggiungere il suo amante e compiere la sua scelta in nome dell’amore che rompe ogni argine e supera ogni barriera. Luca Guadagnino è un esteta. Lo si capisce dalla cura della messa in scena, dalla ricerca di alcune inquadrature ad effetto e dalla scelta persino di Tilda Swindon come interprete e protagonista, seppure non nuovo a lavorare con quest’ultima, dato che già nel 2002 aveva realizzato un’intervista biografica filmata a margine del Festival di Cannes. Purtroppo però nella ricerca continua e quasi maniacale della bella prospettiva finisce per perdere di vista il contenuto di un’opera che appare quindi più pretenziosa che compiuta ed equilibrata. Si capisce il significato che l’autore vuol dare alla forza dei sentimenti e, soprattutto, dei sensi, capaci di travolgere anche le situazioni a prima vista più stabili, consolidate ed immutabili. Appaiono però capziosi il contesto e la genesi del cambiamento, di equilibrio e di toni che subisce il film quando muta con troppa disinvoltura la personalità di una donna come Emma, che da matura madre, moglie e calmieratrice dei rapporti interni alla sua famiglia, si trasforma in una sorta di adolescente disposta a rinunciare a tutto per correre dietro ad un uomo che in fondo ha l’età di suo figlio.

Per quanto Antonio sia irresistibile in cucina e nell’esprimere la determinazione di realizzare se stesso seguendo l’istinto e le inclinazioni naturali, anziché adattarsi come Emma ad una vita di lusso e be-nessere materiale ma senz’anima, riesce difficile credere che una donna di quell’ambiente, equili-brio e cultura possa perdere la testa in modo così repentino, pur di fronte ad un sentimento così forte come l’amore nella sua forma più travolgente. Dal plumbeo inverno milanese si passa poi troppo facilmente al trionfo di luce e colori estivi della Liguria di Ponente nella quale Emma, come se a sua volta seguisse l’evoluzione delle stagioni, si trasforma anch’essa. In questa radicale sterzata il film però perde la misura, passando con eccessiva disinvoltura da uno stile compassato, parco e castigato, ad alcune sequenze di esplosivo ed insistito erotismo, seppure elegante, in toni flou e con una reiterata esplorazione dei corpi nudi che ricorda alcune opere degli anni ’70 che avevano dato una certa notorietà al polacco Walerian Borowczyk, ma che oltretutto in Io sono l’amore sono caratterizzate da dialoghi e situazioni che non sembrano poi molto lontani da alcuni recenti film-fotoromanzo di Federico Moccia.

Se la ritualità dei gesti e la cura dei dettagli è degna dei migliori autori di stampo calligrafico, troppi momenti invece (la stessa cena nella quale il nonno nomina i suoi eredi a capo dell’azienda; la trattativa a Londra con gli acquirenti e poi la cena conclusiva con gli stessi in villa durante la quale avviene il dramma di Edoardo jr.), sono rappresentati seguendo clichè da soap opera, arricchiti da immagini patinate e da un linguaggio superficialmente moderno e banale, che sviliscono i contenuti di questo film, iniziato con ben altre prospettive e promesse. La stessa locandina esprime questa ambiguità di fondo, con quell’immagine della famiglia in primo piano mummificata nelle pose e nei colori, in aperto e stridente contrasto con la potenza romantica e vitale del titolo. Molto bravi comunque gli interpreti, specialmente Gabriele Ferzetti nel ruolo di Edoardo Recchi senior (che però ad un certo punto sparisce totalmente di scena, come se la sceneggiatura l’avesse dimenticato nel contesto della trama) ed ovviamente Tilda Swindon che mette in gioco tutta la sua eleganza, il suo viso così particolare ed anche il fisico, sinora certamente non ascrivibile alla schiera delle icone erotiche e che tuttavia nell’occasione riesce a fare la sua degna figura.

Voto: 6

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