Jackie Brown

Stati Uniti- 1997 – di Quentin Tarantino – Commedia/Azione – 154′- Scritto da Maurizio Pessione (fonte immagine: IMDb)

 

Ordell è un trafficante d’armi che si serve della collaborazione di una hostess per esportare illegalmente i profitti dei suoi loschi affari in Messico. Jackie Brown in tal modo arrotonda il misero stipendio della sgangherata compagnia di volo presso la quale lavora. Un agente federale, Ray, addetto a perseguire tali illecite speculazioni, scopre Jackie grazie ad una soffiata ed assieme ad un collega la blocca all’aeroporto di ritorno da uno di quei viaggi, le trova denaro non dichiarato alla dogana addosso e quindi l’arresta. Siccome si rifiuta di collaborare per incastrare il suo mandante, Jackie finisce sotto processo e quindi condannata dal giudice in carcere. Ordell ha raggranellato una bella cifra, 500.000 dollari che presto dovrebbe addirittura raddoppiare e vorrebbe ritirarsi per goderseli ma ha bisogno di qualcuno che goda della sua fiducia come Jackie perchè gliela vada a recuperare con abilità e discrezione in Messico. Per evitare però che quest’ultima possa infine cedere al ricatto di Ray, Ordell si rivolge a Max, titolare di un’impresa specializzata in cauzioni e scarcerazioni facendosi accompagnare dall’amico Louis Gara con il quale ha stretto un patto, essendo appena uscito di prigione dopo un tentativo fallito di rapina in banca ed ha bisognoso di rimettersi in gioco.

In realtà Ordell vuole liberarsi di Jackie in modo che non possa fare il suo nome, così come ha appena fatto con un altro suo tirapiedi che è finito nei guai con la giustizia. Jackie finge una collaborazione con Ray e quando torna libera sfugge abilmente alla trappola intentata da Ordell ed anzi lo convince a fidarsi ancora di lei per recuperare il malloppo in Messico, aggirando quindi Ray. Nel frattempo però fra Max e Jackie è nato un sodalizio ed una complicità che potrebbe preludere anche a qualcosa di più. Il finale è decisamente movimentato.
Terzo film di Quentin Tarantino, dopo l’esordio con Le iene, che è stato in qualche modo la prova generale di Pulp Fiction, da considerarsi l’opera perfetta non solo della sua filmografia ma addirittura in generale del cinema degli ultimi venti anni. Non è mai facile per un autore ripetersi dopo aver realizzato un capolavoro ed essere così osannato, come nel suo caso, pur essendosi cimentato soltanto due volte dietro la macchina da presa e difatti, saggiamente, pur non modificando il suo stile personalissimo, Tarantino ha cambiato registro narrativo per realizzare ancora un film noir, stavolta ambientato però fra la malavita di Hermosa Beach in California, nel quale le regole narrative sono più classiche, se paragonate alle preziosità funamboliche dell’opera precedente.

Tratto dal romanzo omonimo di Elmore Leonard (nella versione italiana, in originale Rum Punch), Jackie Brown mantiene comunque intatte le note caratteristiche del versatile cineasta americano il quale, pur avendo già acquisito il diritto all’inserimento del suo nome nella “Hall of Fame” del cinema internazionale, è giovane, artisticamente parlando, dovendo ancora compiere 50 anni. Seppure solo alla terza prova, Quentin Tarantino dimostra una padronanza del mezzo espressivo da autentico veterano, inclusa la faccia tosta di effettuare alcune scelte coraggiose. Chi altri in effetti avrebbe avuto potuto relegare un attore carismatico e dalle spiccate doti di leadership come Robert De Niro in un ruolo di spalla, pur ammirevole nella parte, compresso ed imbavagliato in un personaggio schivo e provato che fatica persino ad esprimersi? Chi altri avrebbe riservato un trattamento non dissimile al “Sig. Batman” Michael Keaton, di certo abituato a ben altri ruoli da protagonista anziché far da comprimario ad una pur brava ma sconosciuta ai più Pam Grier, che non si può neppure definire una bomba erotica (la cui parte in tal senso è stata assegnata alla splendida bambolina dalla testa vuota Melanie, interpretata da Bridget Fonda)?

Senza considerare che lo stesso Samuel L. Jackson, pur avendo da tempo conquistato la notorietà, è stato praticamente lanciato sulla scena internazionale dai personaggi interpretati dapprima in Pulp Fiction e poi proprio in Jackie Brown, che gli è valso il premio come migliore attore al Festival di Berlino. E già che ci siamo, per chiudere il lotto degli interpreti principali, c’è la figura di Robert Forster nei panni di Max, il quale oltre a dimostrarsi decisivo nella seconda metà della storia, rappresenta con la sua fisionomia anni sessanta, l’ideale collegamento e puntuale omaggio di Tarantino ad un’epoca storica del cinema. Forster infatti con quella faccia sarebbe stato interprete ideale di Alfred Hitchcock e non è un caso se è stato chiamato a far parte del cast di due remake come La finestra sul cortile di Jeff Bleckner e Psycho di Gus Van Sant, oltreché figurare in precedenza persino in quello di un classico come Partita a quattro di George Cukor. Questa lunga divagazione per dire che nella scelta dei ruoli Tarantino ancora una volta non solo c’ha preso, ma ha anche ribadito la sua illuminata follia, per così dire, andando lucidamente controcorrente, a dimostrazione di una straordinaria personalità.

Cos’ha di diverso Jackie Brown dalle due opere che l’hanno preceduta? Innanzitutto il fatto che segue una logica narrativa sequenziale. È vero che nel momento topico della storia, che vede Jackie e Max uniti nel mettere a segno una “stangata” ai danni, in pari misura, del criminale Ordell (Jackson) e del poliziotto Ray (Keaton), la scena si ripete per ben tre volte mostrando le differenti prospettive dei protagonisti nel corso dell’azione decisiva, ma è comunque evidente la difformità rispetto alla spregiudicatezza narrativa che è distintiva invece sia di Pulp Fiction, soprattutto, che di Le iene. A Band Apart predilige invece i toni compassati, soprattutto nella parte centrale, laddove la descrizione ambientale e dei caratteri dei personaggi coinvolti prevale nettamente sull’azione, in funzione ed in preparazione dell’animato finale. Un pò come se l’autore avesse voluto dimostrare, ad iniziare da se stesso, di essere in grado di dominare la sua esuberanza creativa realizzando un’opera che evita i bassi più profondi e gli acuti più alti privilegiando invece i toni medi.

Nella decisiva parte girata dentro il centro commerciale è come se a quel punto Tarantino avesse deciso di dismettere un abito che gli andava stretto per lasciarsi finalmente andare in una sequenza nella quale mette a segno uno di quei colpi di genio che lo contraddistinguono, riproponendo per ben tre volte la stessa scena di notevole tensione narrativa ripresa da diverse ed opposte prospettive ed angolature, per descriverne ogni risvolto sia dal punto di vista psicologico che dell’azione in atto, senza che ciò appaia in alcuna misura ridondante per lo spettatore. Non ci sono colpi di scena perchè quello che sta per accadere è già largamente anticipato ed è come se si trattasse di visionare la registrazione dello stesso episodio ripreso dalle telecamere di sicurezza del centro commerciale, poste casualmente laddove i personaggi coinvolti entrano in gioco per svolgere la loro parte, tutti gravitanti intorno a Jackie Brown mentre esegue il suo rischioso ed ingegnoso piano. La singolarità sta nel fatto semmai che Ordell e Ray rappresentano, non a caso, uno la malavita, l’altro la legge e sono entrambi presuntuosamente convinti che nessuno possa fargliela, mentre l’autore si schiera apertamente con il terzo polo narrativo rappresentato dall’inedita coppia Grier/Forster, anche se poi quest’ultimo sembra volto soprattutto a trasgredire, una volta nella vita, lo stretto e noioso binario che ha dovuto seguire nelle oltre quindicimila pratiche di scarcerazione dietro cauzione che ha gestito sin lì e forse non ha neppure il fegato per compiere anche l’ultimo passo dato che, come ammette lui stesso a Jackie che glielo chiede, di lei ha anche paura, seppure appena un pò…

Difficile dire a quel punto se è un timore fisico oppure se è solo frenato dal dover compiere una svolta troppo grande rispetto alle abitudini ed i ritmi della sua vita ordinaria. Jackie Brown è quindi un’opera costruita su un complesso e freddo meccanismo dai tempi e modi scanditi che richiede innanzitutto chiarezza e logica espositiva, non divagazioni per quanto ispirate.
Da un lato perciò Quentin Tarantino s’è trovato nella necessità di non ripetere all’infinito la pur geniale ed azzeccata metodologia di lavoro applicata nei lavori precedenti, dall’altro però ha dovuto sottostare ai limiti che impone un soggetto incentrato sui rituali, per larghi tratti inevitabilmente de-jà-vu, della giungla metropolitana, stretta in questo caso fra un trafficante d’armi spregiudicato e cinico, balordi drogati che lui manovra come burattini, sospetti, tradimenti, trappole messe in atto da una coppia di poliziotti frustrati e vogliosi di mettersi in luce, con tutto ciò che ne consegue in termini sociologici riguardo morale, violenza e decadimento dei valori in un ambiente irrimediabilmente degradato.

Va detto però che Jackie Brown, pur essendo opera che vede almeno metà dei suoi protagonisti finire morti ammazzati, evita accuratamente l’ostentazione di sangue e scene brutali, limitandosi solo a suggerirle. Nella filmografia di molti altri registi un film come Jackie Brown sarebbe considerato alla stregua di un gioiello, ma nei riguardi di Quentin Tarantino le aspettative sono diventate altissime, soprattutto da parte dei suoi stessi esigenti ammiratori, dopo le due opere precedenti, rispetto alle quali quest’ultima è indubbiamente inferiore, pur mantenendosi ad un livello molto alto. Le analogie infatti si fermano alle curiosità che anche in quest’opera Tarantino esibisce con generosità ed anche un pò di narcisismo, le quali rappresentano un plus non indispensabile per lo spettatore medio, mentre sono invece preziose gemme per il cinefilo appassionato. Il titolo originale, ad esempio, A Band Apart, è riferito ad una compagnia di produzione cinematografica americana fondata da un gruppo di artisti famosi come Tim Burton, John Landis, John Woo, Steve Buscemi, oltre ovviamente a Tarantino ed il logo della stessa è un’immagine stilizzata tratta dal suo primo successo Le iene.

La grafica dei titoli di testa è invece un dichiarato omaggio a Il laureato di Mike Nichols ed attesta ancora una volta che al talentuoso regista americano piace citare e scherzare su autori ed opere del passato in una operazione di rivitalizzazione che è allo stesso tempo la dimostrazione di una vasta cultura cinematografica, un arricchimento per le sue opere ed un modo originale per rielaborare il cinema dal di dentro, usando però un linguaggio ed uno stile perfettamente comprensibili dalle ultime generazioni. I programmi che segue Melanie in TV, fra una canna e l’altra, riguardano un’altra delle passioni di Tarantino verso il cinema cosiddetto di “serie B” e persino più in basso dal quale egli è però bravissimo a trarre ispirazione. Dall’insulso Sexy Girls with Sexy Guns nel quale Bridget Fonda ritiene di aver riconosciuto persino un’inedita Demi Moore mentre pubblicizza niente meno che un mitra, a Helmut Berger (l’attore preferito di Luchino Visconti) che schiaffeggia una donna nel misconosciuto La belva col mitra di Sergio Grieco. La sequenza iniziale che vede Pam Grier/Jackie Brown scorrere, come fosse un manichino, lungo il nastro trasportatore dell’aeroporto sulle note di Across 110th Street di Bobby Womack evidenzia la ricorrente operazione nostalgia alla quale ci ha abituato oramai Tarantino.

La musica nei suoi film svolge un ruolo fondamentale, non è un semplice supporto alle immagini ma parte integrante delle stesse. Brani come Street Life di Randy Crawford, Didn’t I (Blow Your Mind This Time) dei Delfonics non sono casuali sottofondi durante i dialoghi o nel passaggio fra una sequen-za e l’altra, quanto una sorta di “interpreti virtuali” fra attori veri che discutono di star della musica e delle loro hits come protagonisti del loro quotidiano, commentandone perciò le melodie durante le battute. Nella sequenza finale, che vede un primo piano strettissimo sul viso di Jackie Brown, lei stessa canticchia il testo della canzone in sottofondo, che poi è ancora la stessa dell’avvio. Siccome Tarantino è anche decisamente vanesio non mancano neppure in questo caso i riferimenti ai suoi film precedenti. Ad esempio la giacca che acquista Jackie nel grande magazzino durante la sequenza determinante del film è la stessa che Uma Thurman indossava in Pulp Fiction. Quando Max esce dal cinematografo la musica dei titoli di coda che si sente provenire dalla sala è la stessa che viene riproposta alla fine di Jackie Brown. Il giochetto potrebbe durare all’infinito e per chi vuole cimentarsi in rete sono reperibili montagne di altre curiosità analoghe ed utili a spiegare la natura particolare di questo virtuoso del cinema.

Dove A Band Apart non convince invece è anche nella durata, che è eccessivamente lunga, quasi due ore e mezza. Esclusa la parte finale, che è invece un capolavoro dal punto di vista espressivo e di studio delle opposte inquadrature ed angolature di scena, nelle quasi due ore precedenti, senza nulla togliere all’efficacia ed all’inappuntabilità dei temi e dei personaggi proposti dal regista americano, si fatica a riconoscere il suo tocco, anche se non mancano momenti di rilievo come, ad esempio, l’esecuzione del balordo Beaumont da parte di Ordell e quella poco dopo scampata da Jackie. Abituati ad essere stupiti dalle iperbole narrative di Tarantino, dai suoi dialoghi surreali, dai colpi di genio che restano impressi nella memoria e si trasformano in cult, ci si ritrova invece davanti ad un esercizio eseguito a regola d’arte, che però non buca lo schermo come ci si aspetterebbe sempre da un autore del suo talento. Si pretende forse troppo?

Voto:10

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