L’estate di Gino

Italia, 2018 – di Fabio Martina –Documentario – 80′.

Scritto da Antonio Falcone (Fonte immagine: Cinemaitaliano.info)

 

Scritto e diretto da Fabio Martina (A due calci dal paradiso, 2006, L’assoluto presente, 2017), L’estate di Gino è un docufilm dalla felice resa visiva e, ancor di più, contenutistica, considerando come nel corso della narrazione si venga a concretizzare una suggestiva e funzionale correlazione fra immagini (lo scenario offerto dall’isola di Sant’Antioco, in Sardegna) e l’espressività dei protagonisti, resa attraverso gesti e  dialoghi, con l’obiettivo della macchina da presa incline a divenire il tramite di una ricerca intesa a far risaltare l’essenza dell’umanità in sé, correlata necessariamente all’immanenza del divino all’interno di una quotidiana ritualità esistenziale, nella sottesa potenzialità di andare oltre quest’ultima, raggiungendo infine un’intima libertà. Nel narrare le vacanze in terra sarda di Don Gino Rigoldi, cappellano dell’Istituto Detenzione Minorile Beccaria di Milano, insieme ad ex detenuti ma anche giovani incensurati, di diverse etnie, Martina propende ad un bilanciamento fra la soggettività della dialettica esternata in veste di confronto fra esseri umani e  l’oggettività della realtà così come circoscritta dai movimenti di macchina, i quali tendono a delineare una simbiosi fra l’ambiente circostante ed i singoli individui.

L’isola può assurgere a simbolo di un ideale microcosmo, propenso ad universalizzarsi nel prospettare un progetto di accoglienza  tanto ideale quanto concreto, dove la diversità dei vari atteggiamenti esistenziali, così come quella culturale o di credo professato, le scelte di vita spesso sbagliate, per fattori interni o esterni, potrebbe divenire il precipuo valore fondante di una eguaglianza condivisa, in nome, spiega con semplicità Don Gino, di “un Dio amico degli uomini” che vuole semplicemente essere conosciuto ed ascoltato, così da rivelare la propria misericordia.Quest’ultima, riprendendo ancora una volta le parole del sacerdote, troverà fondamento nel tentativo umano di ricercare quel che di buono può esservi con quanti ci si andrà  a relazionare, accogliendolo nella stessa misura con la quale si provvederà a respingere quanto si riscontrerà di malvagio, senza timore di proseguire attraverso la strada intrapresa. Scorrono quindi le riprese delle consuete attività giornaliere, la preparazione dei pasti, i bagni al mare, i rimbrotti paterni di Don Gino nei confronti dei suoi “figli”, lasciando così emergere gradualmente, senza alcuna apparente forzatura, anche se a volte la spontaneità potrebbe apparire più ricercata che reale, i loro diversi aspetti caratteriali, la voglia di lasciarsi alle spalle un passato spesso infelice, la mancanza di una genitorialità cui fare riferimento, le strade distorte per le quali, volenti o nolenti, ci si è incamminati, cui si contrappone la volontà di riscatto, magari riprendere gli studi, laurearsi o sposarsi, alla ricerca di un lavoro che possa rendere dignità e sostentamento in egual misura.

Nella suggestiva contaminazione fra immagini (esaltate dalla nitida fotografia di Roberto Muratori) e parola, riprendendo quanto su scritto, viene esaltata la forza “eversiva” e dimenticata del Vangelo, nella visualizzazione di un Dio padre che richiede alla propria prole un simbiotico scambio di fiducia, spirito e forza di relazione esistenziale nel rendere non una vacua obbedienza in odor di contrizione, bensì, essenzialmente, il rispetto per se stessi e, conseguentemente, per gli altri, per il prossimo. L’estate di Gino, andando a concludere, è una valida realizzazione, che mi piace definire necessaria, in quanto non solo riesce a porre in risalto la figura di un “prete atipico”, umile e sagace nell’ adattare l’essenza valoriale delle Scritture alle necessità reali conseguenti alle radicali trasformazioni proprie di una società in continuo divenire, ma anche, e soprattutto, l’idea di un’umanità libera dalle pastoie di un individualismo materiale ed ideologico, consapevole, ci si augura definitivamente, di condividere, tra gioie ed ambasce, un identico cielo.

Voto: 7

 

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