Kill Bill – Vol. 1

Stati Uniti-  2003 – di Quentin Tarantino– Azione- Drammatico-Thriller – 106′- Scritto da Maurizio Pessione (fonte immagine: Amazon.com)

 

Uma Thurman è “La Sposa”, soprannominata anche “Black Mamba”, un killer che ha lasciato il suo gruppo di professionisti senza scrupoli per cambiare vita, cercando di scomparire. Rintracciata e massacrata, non è morta come credevano, ma è finita in ospedale con un pallottola in testa. Dopo un lungo periodo di coma durante il quale subisce ripetute violenze da un perverso infermiere, si riprende e dopo aver fatto giustizia del suo stupratore fugge e, lista alla mano, decide di trovare, uno per uno, i suoi ex colleghi per vendicarsi. In questo primo capitolo raggiunge dapprima Vernita, a sua volta uscita dal giro nel frattempo e quindi si reca in Giappone, dove la seconda del gruppo, O-Ren è diventata un capo della Yakuza nel frattempo. Dopo aver eliminato l’esercito dei suoi 88 folli, in un giardino innevato avviene la sfida decisiva a colpi di spada fra le due rivali. Quando si deve parlare di un film di Quentin Tarantino non si sa mai da dove cominciare, tanti sono gli argomenti che vanno persino oltre l’opera in sé. Di certo fra un po’ di anni questo autore verrà annoverato fra i massimi della sua epoca (se già non lo è ora) e verrà studiato nelle scuole di regia, se non in ambiti più estesi. Kill Bill – Vol. 1, com’è evidente dal titolo, è solo la prima parte di un film che dura quindi, complessivamente, quasi quattro ore.

Come dice la locandina stessa, è il quarto di un autore che ha già realizzato in precedenza perlomeno un’opera capitale della cinematografia di fine secolo come Pulp Fiction.
Diciamo che un film di Tarantino è facilmente riconoscibile nello stile, che è diventato un termine di paragone nel frattempo, per chi conosce un po’ la sua filmografia, pur essendo egli tutto l’opposto di un innovatore, bensì quello più capace di sintetizzare ed esaltare la storia del cinema dal di dentro, citando i suoi autori preferiti, ma anche, per la sua smisurata cultura cinematografica, rivalutando quelli meno noti, nonchè alcuni generi generalmente ritenuti come secondari. Non è una novità, ad esempio, che egli abbia visto ed anche apprezzato innumerevoli film italiani di autori semi-sconosciuti. Così come è evidente che in ogni sua opera ci sono riferimenti, alcuni più facilmente identificabili, altri destinati solo ad un pubblico di cinefili allenati, ad alcuni registi e scene di film appartenenti a generi diversi, che lui frulla assieme magicamente. Siccome è anche un autore completo, scrive lui stesso i soggetti e sceglie le musiche più adatte, anche qui riscoprendo autori che pochi riuscirebbero persino a ricordare.

A parte l’iniziale Bang Bang in una versione particolare cantata da Nancy Sinatra ed una selezione di musiche giapponesi antiche e moderne, è nota la sua passione per Ennio Morricone, per la costante presenza in tutte le sue opere di certi “riff”, ispirati a quelli più celebri che accompagnano i film di Sergio Leone (del quale è un incallito ammiratore), sino quasi all’eccesso ed in Kill Bill – Vol.1 ci sono almeno altri due musicisti popolari un tempo ma dai più forse oggi dimenticati, come Bacalov e Ortolani, in una sorta di summa della musica da film di qualche lustro fa almeno. Un aggettivo che non esiste nel vocabolario di Tarantino è… moderazione. Nel suo cinema è tutto esagerato, ma in una forma così geniale che non viene mai il dubbio che possa nascere dall’improvvisazione. Tutto, anche il minimo particolare di una scena, è infatti studiato sin nei minimi dettagli, in una maniera quasi maniacale. Il gusto della rappresentazione estetica rasenta la perfezione, volendo lasciare sempre, per definizione, un margine al meglio. La scelta degli interpreti, la loro recitazione, i dialoghi, la sceneggiatura, lo studio delle inquadrature, la perfezione dei movimenti e delle prospettive è qualcosa che è insito nelle sue opere, oramai se vogliamo, proverbiale. E dire che Kill Bill – Vol.1 è essenzialmente un omaggio ai B-Movie e gli Splash film da un lato ed il cinema
kung-fu di Bruce Lee, dall’altro.

Ma mentre quelle opere erano sgangherate, arrangiate alla bell’e meglio, prodotte con poche lire o dollari, in condizioni di assoluta approssimazione, questo film, che è un omaggio ed una sintesi di quel tipo di cinema, ne diventa, grazie alla qualità del contenitore e dei contenuti, una sorta di riassunto perfetto e conclusivo, come a mettere il punto sull’argomento. Esemplari le prime immagini con la sigletta tipica dei film splash e la traduzione maccheronica in basso che contiene persino due errori tanto marchiani quanto voluti sulla frase simbolo dell’opera
“‘Revenge is a dish best served cold”, tradotta in un comico “La vedetta è un piatto she va
servito freddo” che nessuno può nemmeno lontanamente supporre siano involontari.
Tarantino, ha inserito anche in quest’opera alcune scene in bianco e nero, ci ha aggiunto persino una sorta di fumetto Manga che sintetizza ed enfatizza i retroscena dell’infanzia della protagonista. Niente è lasciato al caso, seppure può essere scambiato, da chi è poco avvezzo a questo tipo di cinema, per caotico, insignificante, sproporzionato e paradossale.

Tutto in Kill Bill – Vol. 1 è esasperato, ma magnificamente compiuto ed equilibrato, se così si può dire: dalla prima terribile scena, di rara tensione e cruda rappresentazione, nella quale Uma Thurman appare in primo piano, in bianco e nero, massacrata da un killer fuori scena che sembra sul punto di darle il colpo di grazia; alle sequenze di lotta con la spada e le arti marziali, nelle quali i movimenti ed i salti dei contendenti sono palesemente fuori misura; ai dialoghi che qui, come in Pulp Fiction, a volte sembrano manifestamente logorroici, per poi risultare invece di una logica ed eleganza formale disarmanti. Pur contenendo un fumetto, come dicevo, è tutta l’opera stessa una sorta di fumetto, diviso in capitoli, ognuno con un titolo esemplificativo ma tipico delle cosiddette strisce di un tempo. Ma cosa tratta Kill Bill – Vol. 1? È la storia di una vendetta, che Tarantino ha messo in scena raccontando gli eventi attraverso alcuni capitoli e flashback che spiegano in dettaglio la dinamica degli eventi rappresentati, non in sequenza cronologica però. Uma Thurman, il cui nome del personaggio per tutto il corso del film è coperto da un bip, come si usa in certe sequenze in TV per nascondere le parolacce o indizi che non si vogliono rendere pubblici, è un killer di professione, soprannominata “Black Mamba”, finita nei guai per aver tentato di abbandonare il mestiere ed il suo “datore di
lavoro”, nonché padre di sua figlia.

Ritrovata in una sconosciuta località di provincia mentre sta per celebrare, incinta, il matrimonio con un Tommy qualsiasi, finisce in coma per quattro anni con una pallottola in testa, dopo una strage nella quale sono stati uccisi tutti: presunto marito, parenti, amici e persino il prete. Al risveglio dal lungo coma, fugge dall’ospedale, dopo avere eliminato, proprio con la velocità del mamba, anche se ancora incapace di stare in piedi, uno stupratore di moribondi ed un infermiere consenziente che aveva inscenato un macabro commercio a sue spese. Riprende possesso delle forze grazie agli insegnamenti ricevuti a suo tempo da un severissimo maestro di arti marziali riguardo la conoscenza ed il controllo del proprio corpo, ed inizia l’inseguimento, con tanto di lista in mano, come fosse quella della spesa, degli artefici del massacro nella chiesa, ovvero tutti i suoi ex colleghi ed il loro capo, il “Bill” del titolo, che nel frattempo a vario titolo hanno fatto carriera nella malavita. Quanto sia meravigliosamente contradditorio e genialmente assurdo il cinema di Tarantino, basta vedere la scena nella quale Uma Thurman va a cercare la prima in lista della sua vendetta, Vernita, e, dai colori pastello della casa e del giardinetto all’arrivo, come ci si trovasse in alcune sequenze di Edward mani di forbice di Tim Burton, si passa ad uno scontro cruento, interrotto assurdamente nel momento che torna il bus della scuola che accompagna a casa la figlia della rivale.

La quale, una volta entrata, si ritrova con ancora lo zaino a tracolla in una sala oramai ridotta ad un cumulo di macerie. Come davanti ad un’immagine sacra, o qualcuno che avesse decretato un break dall’angolo in un incontro di wrestling, per evitare un trauma alla piccola innocente, le due combattenti si fermano (entrambe sono mamme in fondo, che diamine!…), inscenando un’assurda pantomima, come nascondere i coltelli dietro la schiena, davanti all’esterrefatta bambina. Non appena però lascia la scena, costretta a salire in camera, le due contendenti riprendono il duello con rinnovata efferatezza, come fossero dentro un improvvisato ring. In questa scena c’è la sintesi del cinema di Tarantino, capace di passare da un genere all’altro, dal drammatico al comico, dal surreale al cinico, al grottesco, mescolandoli fra di loro e rendendoli sorprendentemente complementari, anziché contradditori. Un po’ come certi piatti preparati con ingredienti che sembrano incompatibili fra di loro, presi singolarmente, che invece si sposano magistralmente unendone i gusti, così anche in Tarantino si riesce a comprendere come l’arte cinematografica sia un processo creativo nel quale bisogna essere capaci, anche, di mixare generi e situazioni apparentemente lontani in qualcosa di suggestivamente plausibile.

Gli scontri con la spada ed il retrogusto di filosofia orientale che è insito nelle arti marziali aleggia in tutte le scene di combattimento, sia quella appena descritta che, soprattutto nella parte girata in Giappone dove si è trasferita la persona destinataria della seconda vendetta in lista. Pensare però che un’unica donna, per quanto addestrata e brava con la preziosa spada prodotta in pochi esemplari da collezione, come fossero violini Stradivari, dal maestro Hattori Hanzo che pure aveva giurato che non avrebbe più creato con le sue mani oggetti di morte, possa tenere testa a ben 88 guardie della Yakuza e farli tutti fuori, ovviamente è talmente fuori dalla logica che bisogna allora considerare la lunga scena come un balletto sui generis. Un musical sulla violenza, reso palese, se vogliamo, nella sequenza delle luci spente e le figure che si fronteggiano come ombre del teatro giapponese. Uno scontro irreale, come quelli di certi film di Bruce Lee, ma qui la differenza in termini di cultura cinematografica, di spettacolo, paradossale che sia e di studio delle immagini è talmente grande, che sarebbe come confrontare un grattacielo con un gabbiotto per gli attrezzi del contadino.

Che dire poi della scena finale, il duello nel giardino innevato con l’acqua nel lavatoio che scandisce i tempi, come la batteria quelli di un brano musicale, in un rituale di straordinaria eleganza che ricorda certe opere come Hero o L’anno del dragone? Insomma, chiaro che qualcuno potrebbe dire che Tarantino dovrebbe mettere la sua arte al servizio di qualche contenuto più significativo e se vogliamo con Bastardi senza gloria ha risposto efficacemente in tal senso, ma i palati fini non possono ignorare che Kill Bill – Vol.1 oltreché opera riconoscibilissima di un grande autore che mastica cinema come pochi altri al mondo o già passati a miglior vita, è uno straordinario spettacolo che, proprio nella futilità dell’argomento, si esalta ancora di più. Sennò potremmo cominciare adesso a smontare gran parte delle opere d’arte riconosciute come patrimonio dell’umanità, solo perché non rappresentano temi universali, ma magari il particolare di un viso sconosciuto ai più o un soggetto qualsiasi.
Una nota finale agli interpreti: in questo primo episodio sono tutti bravissimi, ma Uma Thurman è incantevole.

Voto:8

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