Mister Universo

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Mister Universo – Italia/Austria 2016 – di Tizza Covi e Rainer Frimmel

Drammatico – 90′

Scritto da Maria Vittoria Novati (fonte immagine: movieplayer.it)

Tairo, giovane domatore di leoni, è infelice. La scomparsa del suo portafortuna è la scusa per intraprendere un viaggio attraverso l’Italia in cerca di Arthur Robin, ex Mister Universo, che gliel’aveva regalato.

In un’epoca come questa in cui il circo come forma di intrattenimento è in crisi, il film di Tizza Covi e Rainer Frimmel (in concorso al Festival di Locarno) ci riporta in un mondo e in una storia che forse fra pochi anni non saremo più in grado di vedere. Mister Universo, a metà strada tra il Bildungsroman e il documentario, racconta di Tairo Caroli, un giovane domatore di leoni a cui le cose non stanno andando molto bene negli ultimi tempi: recentemente uno dei suoi leoni è morto, la leonessa sta invecchiando e le tigri non hanno molta voglia di lavorare. Nonostante il buon carattere di Tairo che gli permette di affrontare tutto con una certa filosofia, come ciliegina sulla torta, scompare l’amuleto portafortuna che il ragazzo tocca sempre prima di iniziare uno spettacolo. Si tratta di un pezzo di ferro piegato da Mister Universo, un bodybuilder dal quale Tairo (ancora bambino) aveva ricevuto il ferro proprio durante un suo spettacolo. La perdita di questo oggetto (“io non ci credo a queste cose, però in quello sì, ci credevo”) spingerà Tairo a compiere un viaggio attraverso l’Italia alla ricerca di Mister Universo, con la speranza che gli possa piegare un nuovo ferro come amuleto. La ricerca di Arthut Robin (il primo nero a diventare Mister Universo) spinge Tairo a chiedere informazioni a tutti i suoi parenti, lavoratori o ex lavoratori di circo sparsi per l’Italia, introducendoci al mondo altro, nascosto e segreto, del dietro le quinte dei tendoni circensi. L’estremo at- taccamento alla realtà (in alcuni momenti si percepisce in maniera fortissima lo sguardo da documentario) è bilanciato da pratiche magiche e zingaresche che ci proiettano in un mondo, baudelerianamente parlando, fatto di simboli e allusioni sottostanti la realtà apparente: Wendy, l’amica contorsionista di Tairo, si rivolge alla lettura dei tarocchi per capire come aiutarlo, la madre di Tairo fa un rito col sale per scacciare il malocchio, e infine, ancora Wendy compie un rito con una candela per proteggere l’amico durante il suo viaggio. L’atmosfera di tutto il film mi ricorda molto I clowns di Fellini: come il regista riminese compie un viaggio alla ricerca dei più famosi clown francesi e italiani della sua giovinezza, così Tairo ricerca Arthur Robin, forse l’ultimo grande Mister Universo ricordato nell’ambiente circense. In entrambi i casi si tratta della ricerca di un passato dorato, con la consapevolezza che quel mondo sta inevitabilmente scomparendo.

Lo si intuisce quando Wendy, per cercare di aiutare l’amico, si rivolge al figlio di Arthur Robin (che ha deciso di portare avanti lo spettacolo tradizionale del padre), chiedendogli se possa piegargli un pezzo di ferro per Tairo. Per quanto il figlio sia in grado di compiere questo numero (e con un sorprendente applauso da parte dei giornalisti durante la proiezione stampa, quasi lo si stesse vedendo dal vivo) si percepisce che non sarà mai come il padre Arthur. Tairo non riavrà il suo amuleto, ma riceverà qualcosa di più importante: la consapevolezza delle sue capacità e una maggiore sicurezza in sè stesso per affrontare le difficoltà della vita.

Voto: 8

 

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