La Pantera Rosa

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La Pantera Rosa – Stati Uniti 1963 – di Blake Edwards

Commedia/Crimine/Romantico – 115′

Scritto da Dimitrij Palagi (fonte immagine: comingsoon.it)

La Primula da anni sfugge allo stoico ispettore Clouseau. L’obbiettivo del prossimo furto è la Pantera Rosa, brillante di enorme valore nelle mani di una principessa che si vedrà circondata, tra le nevi di Cortina d’Ampezzo, da entrambi i protagonisti. Da una parte il ladro, dall’altro il poliziotto.

Nel mezzo due donne e una pietra. Tradimenti e doppi giochi. Riuscirà l’ispettore a svelare l’identità della Primula, evitando il furto?

Vedi un film dieci volte e all’undicesima cominci a chiederti se sia normale avere ancora le lacrime agli occhi, durante scene che sapresti ricostruire a memoria nei minimi particolari.

L’esordio della lettera P è diverso da ciò che seguirà, seppure legato ai suoi prodotti come un genitore ai suoi figli. Per parlarne sarebbe bene evitare tutto il dopo, fermandosi al 1963, almeno nei limiti del possibile.

La prima P è ovviamente quella della Pantera Rosa, non l’animale usato nelle ottime animazioni iniziali (da cui verrà anche tratto un cartone premio Oscar), bensì l’imperfezione, la macchia, all’interno di un brillante di enorme valore, simbolo di un desiderio eguale per l’ispettore e il ladro, forse minore nella Principessa. La confusione tra le passioni dei due sarà anzi elemento cruciale per la soluzione della trama, così che si capisce come la terza P (quella della Primula) abbia nella sceneggiatura uguale valore della P primaria (Peter Sellers). Nella parte iniziale del film è possibile avvertire, nelle intenzioni, una sorta di equilibrio fra i protagonisti.

Non bastano però 4 ladri ed una principessa a oscurare il geniale Ispettore Clouseau, che conquista già in questo primo episodio l’intera platea e l’opinione pubblica (nel film almeno). Geniale perché goffo, puro, ingenuo e a suo modo assoluto. Molti parlano di una sua parentesi di corruzione nel finale, “fortunatamente dimenticata” negli episodi successivi. Invece c’è da leggere in questo una coerenza meno evidente. La volontà di servire gli altri, la superficialità del senso del giusto. Così se è il mondo a volere che il ladro in galera sia il ruolo del giusto, perché negarsi?

Nella seconda metà del lungometraggio la presenza di Sellers è più consistente e apre le danze alle sequenze più divertenti, lasciando prevalere lo slapstick che, come scritto da Vaccino, affronta ed affonda la commedia sofisticata. Che non si immagini la risata sguaiata trionfare sulle battute intelligenti. Quello che viene racchiuso in questo film è un insieme di elementi particolari capaci di una coralità unica, difficilmente riscontrabile nel corso della storia della commedia statunitense.

Giulio Brillabei ha messo in evidenza un’altra P, quella di Peter Gunn, la serie televisiva che aveva registrato l’incontro tra Blake Edwards e Henry Mancini. Senza le musiche di quest’ultimo saremmo forse a parlare di una storia in parte diversa. Perché è al suo contributo che si deve l’entrata nell’immaginario comune, anche tra chi non ha mai visto il film, vuoi per le suonerie, vuoi per un disco jazz, vuoi per una pubblicità. Forse è esa- gerato riportare una citazione così lunga ma risparmia molti giri di parole e sofismi: “Edwards mi ha sempre detto che il successo dei suoi film fu determinato proprio dal mio tema musicale. E’ una delle mie composizioni preferite anche perche’ mi ha procurato un bel po’ di dollari. E pensare che non ho fatto fatica a scriverla, anzi mi sono divertito perche’ e’ una melodia misteriosa e piena di umorismo” [Corriere della Sera 15 giugno 1994].

Commedia dissacrante, incentrata su una misura aristotelica e una non lieve vena di pessimismo. Di per sé uno che si appoggia su un mappamondo in movimento e casca giù non si inscrive nella memoria. Invece anche ciò che in apparenza è più semplice dimostra un’efficacia rara, frutto di un fortunato incontro tra Edwards, Sellers e l’ispettore Clouseau. Difficile pensare all’interno dell’arte a triangoli così indissolubili. Non è come una polarità fra regista ed attore, non è un Eastwood corrisposto alle esigenze di Leone e Siegel.

Sceneggiatura, regia, recitazione e musica. Forse la figura geometrica più appropriata è di quattro vertici. Speculazioni a parte, siamo davanti a uno dei nodi della commedia statunitense, tanto importante storicamente quanto memorabile nelle scene della festa in maschera. Un accenno verso il grottesco con un’impostazione che però tiene a raffigurare tutto come reale, perciò ancora fortemente legato alla commedia più tradizionale.

Una trasposizione riadattata dello slapstick.

Non c’è scuola di cinema in chiave accademica, solo una gavetta iniziata molto presto. Forse La Pantera Rosa è il massimo esempio della spontanea esigenza della sua opera, sempre fortemente limitata e amputata da Hollywood, soprattutto in seguito al successo che non sempre lo accompagnerà. Edwards conferma di non essere un pioniere della nuova scuola.

Lo stile di regia è classico e in linea con i canoni consolidati. Gli elementi vengono però arricchiti, estesi (Myron Meisel) da un’attenzione verso il contemporaneo, soprattutto nei colori e nella musica.

La mancanza di dottrine da seguire lascia ampia libertà ad un lavoro che resiste al passare degli anni proprio perché privo di finalità particolari o suggestioni definite.

Molto si potrebbe dire ma annoiare il nome di un film come questo sarebbe poco opportuno. In fondo è inutile descrivere la Cardinale, o la suggestione di veder sparire persino David Niven sotto la luce di Clouseau.

L’impressionante vecchietto che cerca di attraversare la strada fa pari con l’inaspettata conclusione, segnando il vertice del lungometraggio.

Da qualche parte leggevo che non bisogna esagerare a dare importanza ai film, perché in fondo sono solo invenzioni fittizie. Mi sembra una posizione poco sensata, forse frutto di chi deve giustificare le proprie partecipazioni di discutibile spessore. Il valore di un’opera (di qualsiasi natura) sta nelle sensazioni che riesce a regalare. Viscerali o mediate, conta che siano legate anche ad un messaggio, così da ricostruire un rapporto tra razionalità e sentimento. La commedia è tra i generi che con più difficoltà rivendica questo rapporto. Spesso, nell’epoca contemporanea ne abbiamo numerosi esempi, si punta solo al riso. Meglio però chiudere qui un ragionamento che è più proprio del neorealismo e di un cinema europeo.

Sono righe che servivano per chiudere la recensione motivando il valore di un lungometraggio di questo genere.

La Pantera Rosa può migliorare una giornata. Ti entra nell’anima e trasmette un misto di piacevole sollievo, non stucchevole perché accompagnato da un lieve senso di amarezza.

Molte parole, troppi discorsi. Rilassatevi e lasciatevi ammaliare.

p.s. non date retta al Times, le animazioni sono di pari valore al film!

Voto: 8

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