Vice – l’uomo nell’ombra

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Vice – Stati Uniti 2018 – di Adam McKay

Biografico/Commedia/Drammatico – 132′

Scritto da Francesco Totaro (fonte immagine: eaglepictures.com)

Da poco più che ventenne a ultra settantenne, ‘Vice’ mostra la trasformazione fisica e psicologica dell’uomo più misterioso d’America Dick Cheney, prima semplice operaio elettronico poi vicepresidente e braccio destro di George W. Bush. 

Adam McKay, dopo una breve pausa , ritorna sul grande schermo presentando una storia originale ed eccentrica. Il regista, dichiaratosi affascinato dalla personalità e dalle convinzioni del parlamentare Cheney, si dedica ad uno studio minuzioso sulla vita pubblica e privata dell’uomo, che ha vissuto nell’ombra dell’allora presidente W. Bush. Tra il cast, in parte già presenti ne ‘La grande scommessa’ (2016), spicca un mimetico Christian Bale nei panni del protagonista, come avveniva nella precedente pellicola di McKay.

Convenzionalmente diverso dalla narrazione filmica realistica e limpida del cinema contemporaneo , McKay sperimenta ancora nuove forme di visione, che prendono corpo sfruttando le inusuali, ma caratteristiche del suo personalissimo sguardo, scelte registiche. Lo schermo si divide, si fraziona, mostra diverse realtà, spesso in contrasto tra di loro, servendosi dello split screen, tecnica incorporata e ben posseduta dal regista, che gioca creando un’instabilità ottica. Ricorrenti sono anche i camera look, presenti nella parte iniziale della pellicola che, in comunione con i primi piani, avvicinano il personaggio di Bale facendolo dialogare direttamente con lo spettatore, attenzione che viene poi ripresa anche nella scena conclusiva rendendola estremamente intimista. A contrastare la comunicazione diretta, tra le immagini che passano sullo schermo e il fruitore in sala, compaiono elementi che potremmo definire come un disinnamoramento tra le due parti che sono: i fermo immagine, dedicati a quelli che sono i personaggi secondari, che vengono utilizzati per descrivere o approfondire narratologicamente alcuni tratti della loro personalità; e l’accelerazione, ripescata in diverse occasioni per enfatizzare e ridicolizzare alcuni passaggi rivelandoli, più che narrativi, simbolici.

In ‘Vice‘ l’elemento sperimentale, e ben riuscito, è la voce del narratore non convenzionale, interpretato da Jesse Plemons, che subentra in rappresentanza dell’uomo comune, colui che non è a conoscenza di tutte le dinamiche sociali e politiche. Il personaggio immateriale ha l’obiettivo di diventare il centro emotivo del film. Ad affiancare la voce rassicurante del narratore arrivano anche i pensieri di Cheney, altra trovata positiva del regista, capaci di suscitare uno schieramento involontario nei confronti del protagonista, che si apre ai propri interlocutori rivelando i suoi pensieri più reconditi.

Spostando l’attenzione sul personaggio di Bale è inevitabile non citare le attente scelte dedicate al lavoro di trucco e costume, durate circa cinque ore al giorno, ma è d’obbligo apprezzare la presenza scenica dell’interprete che gioca per sottrazioni. La recitazione, spesso limitata dalla fisicità prorompente di Cheney, viene concentrata sulle micro espressioni facciali e sulle lievi ma intense gestualità. Bale quindi sceglie di farsi carico di una grossa responsabilità: lavorare su se stesso, tralasciando le sue caratteristiche e acquisendo quelle di Cheney, il tutto usufruendo della sola parte superiore del corpo.

Ma ‘Vice’ non è solo un gioiellino cinematografico firmato McKay o un inno alla bravura di Christian Bale, è soprattutto una miscela di stili e generi che si intrecciano dando vita ad un ibrido a metà tra la commedia e il drammatico. Una narrazione mai scontata che riesce a strappare un sorriso e che insegna tanto sul passato politico americano (mai spiegato così bene prima). L’humour nero è la ciliegina sulla torta, che completa questa opera all’apparenza surreale ma ricca di tratti realistici.

Voto: 9

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