La meglio gioventù

Italia-  2003– di Marco Tullio Giordana– Drammatico-Sentimentale– 360′- Scritto da Maurizio Pessione (fonte immagine: MyMovies)

Gli ultimi 40 anni della storia d’Italia visti attraverso gli occhi e le vicende di una famiglia nella quale convivono molte delle contraddizioni e delle problematiche di questo lungo periodo. Due fratelli, Nicola e Matteo inseparabili durante l’infanzia, che si ritrovano da adulti ad affrontare la vita da posizioni diverse. Lo strappo avviene dopo l’incontro con una ragazza che ha problemi psichici. L’alluvione di Firenze, la contestazione del 68, l’esplosione del terrorismo brigatista, le vicende di tangentopoli sino ai nostri giorni sono la colonna sonora che accompagna dal di fuori e dal di dentro la famiglia Carati, con i suoi drammi, le stridenti contrapposizioni, le gioie ed i dolori che si specchiano con la storia di questo delicatissimo periodo storico. Troppa grazia questo film di Marco Tullio Giordana! Più volte nel corso delle sue 6 ore, che sembrano in realtà non più di un paio, c’è da stropicciarsi gli occhi, darsi qualche pizzicotto, per sincerarsi se si tratta di un sogno: quello del cinema italiano capace di creare un’opera così straordinaria sulla nostra storia degli ultimi 40 anni. E poi chiedersi: ma chi ce l’ha nascosto sino ad ora, visto che non si tratta di uno di quei film che il grande pubblico riconosce al volo?

Ebbene c’è da alzarsi in piedi e tributare una standing ovation ai suoi autori dopo averci fatto ridere, piangere, riflettere e forse chiarirci pure quale incredibile periodo della storia italiana abbiamo vissuto, raccontato nel film, con le sue esaltazioni, le sue speranze, le sue disillusioni, i suoi lutti, le sue riappacificazioni. La storia di una famiglia che rappresenta tutti noi, nelle contraddizioni, nelle miserie, nella dignità, nella forza e nel carattere, che attraversa con le sue interne vicende tutto questo fondamentale periodo storico nostrano. Si potrebbe continuare all’infinito a decantarne le lodi, tutti i pregi, i temi, la complessità dei rapporti che vengono rappresentati così acutamente in quest’opera. Probabilmente spiega molto più la storia della nostra Italia moderna questo film, diviso in due parti di tre ore ciascuna, sintetizzandola senza banalizzarla, che tanti trattati, analisi, tavole rotonde di sociologi e storici. Sei ore che potrebbero sembrare un atto di presunzione da parte degli autori, trattandosi di un film che esce dai canoni tipici in termini di durata.

Va bene che nasce come sceneggiato televisivo, poi ridotto a due capitoli per il cinema, ma chi, oggigiorno potrebbe tentare un’operazione così ambiziosa e girare un film che dura così tanto? Ed invece, armoniosamente, concretamente, sinteticamente, ma anche profondamente, questo film ci spiega tutti i drammi, i grandi temi e le lunghe pagine della nostra storia recente attraverso le vicende di una famiglia allo stesso tempo qualunque e unica. Difficile trovarci anche un solo difetto: è un film che puoi girare come vuoi ed appare sempre equidistante, sempre al di sopra delle parti, sempre lontano dalla pretesa e presunzione di giudicare e prendere posizione, limitandosi solo a documentare, come si conviene a chi punta la verità piuttosto che il gioco per uno schieramento di parte, più o meno consapevolmente. Ad iniziare da come tratta il tema del terrorismo, come prosegue con quello della contraddizione che si manifesta all’interno di una famiglia nella quale convivono una brigatista ed un celerino con il manganello facile.

E non si riesce ad essere né contro l’uno né a favore dell’altra, perchè se ne rispettano le intime ragioni e convincimenti, pur sbagliati e pur non condividendoli, magari. Anche degli interpreti sono in stato di grazia: da Alessio Boni (Matteo) che sembra una riedizione del professore interpretato da Alain Delon in La prima notte di quiete: stesso pessimismo, stessa sofferenza di vivere, stesso fascino decadente e stessa fine, anche. Ma che dire di Luigi Lo Cascio (un Nicola di straordinaria umanità e sensibilità), Adriana Asti, una delle tante madri che hanno patito tanti dolori e tanti lutti con grande dignità e il personaggio più straziante del film, per la complessità emotiva che lo mina dall’interno, rappresentato da Sonia Bergamasco (Giulia). E poi Fabrizio Gifuni, una sorta di neo-Biagi che sfugge per un pelo alla morte decretata dai “giustizieri” brigatisti. Ed infine, “last but no least” direbbe qualcuno, le due perle femminili: Jasmine Trinca che è una Giorgia bravissima, imbruttita dal ruolo ma molto, molto più bella e tenera che in Romanzo criminale e poi la scoperta, la bellissima fuori e dentro Maya Sansa, dolcissima nel personaggio di Mirella, ma dotata anche di una forza caratteriale da gladiatrice, una bellezza mediterranea nella migliore tradizione, ma soprattutto un viso ed un sorriso da togliere il fiato.

Ma da dove sono usciti tutti questi splendidi interpreti? E che fine hanno fatto poi, come lo stesso regista, certamente ottimamente coadiuvato nell’occasione da sceneggiatori di lusso come Rulli e Petraglia che la storia italiana l’hanno studiata e tratteggiata in lungo ed in largo in tutti questi anni, ma mai con questa lucidità, con questa creatività e completezza?
Insomma, c’è da rimanere basiti ed incantati allo stesso tempo. Credo che questo film sia una sorta di prosecuzione ideale di Novecento di Bernardo Bertolucci, laddove si fermava quest’ultimo, continua La meglio gioventù. Difficile dire se è più bella la prima oppure la seconda parte. Nel confronto, questa galleria di splendidi interpreti non appare meno convincente di quella rappresen-tata dai mostri sacri che là erano rappresentanti da Robert De Niro, Gerard Depardieu, Dominique Sanda, ecc. ecc. Nella prima parte di La meglio gioventù c’è la sorpresa, dopo un pò, di scoprire un… gioiello e si resta talmente abbagliati e colti alla sprovvista, in un certo senso, che sembra impossibile poi trovare di meglio nella seconda, nella quale, si tirano le fila di tutto quello che è stato seminato sin lì e dove certamente ci sono momenti di grande commozione, tensione emotiva e sensibilità da starne quasi male, ma un pò come quando si piange di gioia: ci sono le lacrime, ma sì è felici allo stesso tempo.

È incredibile comunque come questo film riesca a raccontare avvenimenti privati e particolari e calarli, metaforicamente e storicamente, in quelli generali che hanno caratterizzato la storia d’Italia senza steccare mai, senza deragliare e lasciare qualcosa a metà, anche quei personaggi non esattamente di primissimo piano che gli autori riescono comunque a definire compiutamente senza lasciare nulla in sospeso: penso a Jasmine, al personaggio di Sonia, sua figlia e poi Mirella e il figlio Andrea. Francamente non si vede la necessità di cambiare nulla in questo film, neppure una scena ed anche quando ci si provasse a pensarlo, sembra di trovarsi in una di quelle situazioni, come quando si fa una discussione fra amici partendo da diverse posizioni dove, pur non condividendo la prospettiva dell’altro, se ne capiscono comunque le origini, la buona fede e le motivazioni.La meglio gioventù è per l’Italia quello che Heimat di Edgar Reitz è stato per la Germania. Anche in quel caso si tratta di un’opera corale ed ancora più lunga, che era stata distribuita a puntate in TV e che nella versione più sintetica, uscita per il cinema, dura comunque quasi dieci ore. I personaggi e le situazioni di La meglio gioventù restano indelebili nella memoria, un pò perchè sono parte della nostra stessa storia generazionale, un pò perchè se lo meritano davvero per le emozioni che hanno saputo trasmetterci e la caterva di premi che ha comunque conseguito quest’opera, dai 6 David di Donatello, ai 7 Nastri d’Argento, ai 4 Globi d’Oro, il premio al Festival di Cannes nella sezione Un Certain Regard appaiono quindi strameritati.

Voto:9

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