Mildred Pierce

USA 2011 – diretto da Todd Haynes – drammatico – 5 episodi da 58′

Scritto da Fulvia Massimi (fonte immagine: imdb.com)

Los Angeles, 1931. Separatasi dal marito dopo undici anni di matrimonio, la casalinga Mildred Pierce è costretta ad accettare un impiego da cameriera ma per compiacere i (costosi) desideri di Veda, la figlia prediletta, diventerà in breve titolare di una catena di ristoranti. L’amore possessivo e totalizzante per l’ambiziosa primogenita la porterà alla rovina economica e sentimentale.

Dopo aver esplorato le torbide atmosfere del proibizionismo americano con Boardwalk Empire (la seconda stagione partirà in data da definirsi), HBO torna al passato, riportando sul (piccolo) schermo l’omonimo romanzo dell’autore hard-boiled James M. Cain, già ispiratore della pellicola premio Oscar Il Romanzo di Mildred.

Con Mildred Pierce, mini-serie in cinque puntate diretta da Todd Haynes, l’emittente televisiva produttrice de I Soprano e Six Feet Under (per citare solo due delle serie cult che ne recano la firma), conferma l’altis- sima qualità delle proprie opere, grazie ad un’impeccabile lavoro di rico- struzione storica e ad un cast che vanta molte candidature e almeno due premi Oscar (Kate Winslet e Melissa Leo).

La messa in onda della mini-serie (negli USA dal 27 marzo al 10 aprile) è stata probabilmente posticipata per non creare conflitti d’interesse (la per- formance della Winslet avrebbe infatti potuto insidiare quella di Claire Danes – vincitrice del Golden Globe per Temple Grandin – Una Donna Straordinaria) ma la previsione di un trionfo alla prossima cer- monia dei Globes è (quasi) certamente a suo favore.

Come Cornelia, la madre dei Gracchi, così anche HBO non fa mancare nulla ai suoi “gioielli”, arruolando nella propria scuderia alcuni tra i miglio- ri professionisti di Hollywood: Edward Lachman alla fotografia, Carter

Burwell alle musiche (concepite come veri e propri leitmotiv) e Todd Haynes, che con Lontano dal Paradiso (valsogli due nomination per la miglior sceneggiatura originale – ai Golden Globe e agli Oscar) aveva sapu- to raccontare splendidamente la disfatta coniugale di una moglie-oggetto nell’America anni ’50 dell’omertà sociale e della segregazione razziale.

Nessuno meglio di Haynes avrebbe dunque potuto assumersi la responsa- bilità di far rivivere le pagine di Cain: un’ardua impresa se si considera l’il- lustre precedente, datato 1945 e diretto dal premio Oscar Michael Curtiz, con cui il regista losangelino si trova a fare i conti.

Ibrido di genere tra noir e melodramma, con un incipit da antologia e una costruzione, luministica e narrativa, che lo pone ancora oggi al centro del dibattito critico sull’ortodossia del classicismo hollywoodiano, Il Roman- zo di Mildred (interpretato da una strepitosa Joan Crawford) è una pietra miliare da cui è impossibile prescindere. Ed è proprio la sua carica trasgressiva e l’assoluta attualità dei suoi temi che la sceneggiatura firmata da Haynes, Jon e Jonathan Raymond mirano a recuperare, conservan- do la modernità della pagina scritta anche a settant’anni dalla sua pubbli- cazione.

Se Curtiz utilizzava il romanzo di Cain come spunto di partenza per una deviazione noir, Haynes si attiene con estrema fedeltà alla materia lette- raria, scegliendo piuttosto la via del melò (o, per usare la terminologia  della feminist film theory, “del woman’s film”) per analizzare il percorso di crescita della protagonista e il suo problematico rapporto con una figlia che non desidera altro che tagliare il cordone ombelicale, tema piuttosto infla- zionato nella cinematografia classica di stampo melodrammatico (basti pensare ad Amore Sublime e Lo Specchio della Vita).

Schiacciata dalla mediocrità materna e terrorizzata dalla propria (la vita in provincia non aiuta), il personaggio di Veda (interpretato nei primi tre epi- sodi da Morgan Turner e nel finale da Evan Rachel Wood) è il vero catalizzatore della serie. Per lei, figlia adorata più della piccola secondoge- nita, Mildred farà qualunque cosa, vedendosi infine tradita e abbandonata.

Come sempre ineccepibile, Kate Winslet penetra così a fondo nella carat- terizzazione del proprio personaggio da restituircene un ritratto complesso e quasi crudele, tale è il vibrante realismo dei suoi sentimenti: un amore materno votato alla prostrazione, un’ossessione così incessante ed ingenua da essere quasi fastidiosa. Una schiavitù che Mildred dimostrerà anche verso Monty Beragon (un Guy Pearce giustamente detestabile), amante mantenuto e poi (secondo) marito (sempre mantenuto) per cui sarebbe stata preferibile la fine riservatagli da Curtiz.

Algida e sensuale, insieme divina e diabolica, Evan Rachel Wood non fa rimpiangere la Veda di Ann Blyth (all’epoca candidata all’Oscar come mi- glior attrice non protagonista). Nata nell’epoca cinematografica sbagliata, la Wood presta la propria bellezza da diva d’altri tempi ad un ruolo spieta- to, intriso di una cattiveria perpetua, quasi svuotato di umanità: il nudo in- tegrale (ma per amor di coerenza storica l’attrice ha dovuto indossare una “pubic whig”) la trasforma in una creatura spettrale, mostruosa, una sirena che col suo canto attira e poi distrugge.

Come una ragazzina poco più che ventenne riesca a diventare soprano dopo una sola settimana di vocal-coaching è l’unica perplessità che la mini- serie di Haynes possa generare: di fronte alla dirompente potenza dell’o- pera, che invade con la sua eterna bellezza i due episodi finali, le incon- gruenze passano in secondo piano.

E, fatta eccezione per quanto detto sopra, l’analisi delle dinamiche socio- culturali dell’epoca post-Depressione si dimostra accurata ai limiti della pi- gnoleria. Nell’epoca dei serial tv d’ambientazione storica (di cui Mad Men resta il più magistrale degli esemplari) la sciatteria non è ammessa: sceno- grafie, costumi, interpreti, finanche lo studio del linguaggio, vanno nella direzione di un omaggio rispettoso ed estremamente fedele al periodo nar- rato.

HBO, fuoriclasse del “lusso” televisivo, raramente tradisce le aspettative e con Mildred Pierce dimostra una volta per tutte che fare dell’ottima tele- visione è possibile: in certi casi il piccolo schermo non ha proprio nulla da invidiare al cinema.

Voto: 8

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