Modern Family

USA 2009 – creato da Steven Levitan, Christopher Lloyd – commedia/sentimentale – 232 episodi da 22′

Scritto da Fulvia Massimi (fonte immagine: imdb.com)

La serie televisiva ruota attorno a tre distinti nuclei familiari, capeggiati dal patriarca Jay Pritchett, da poco sposato con la giovane moglie colombiana Gloria e patrigno di Manny, figlio di Gloria avuto dal primo matri- monio. La seconda famiglia è quella composta da Claire, figlia di Jay, il marito Phil e dai loro tre figli. Infine c’è la famiglia composta da Mitchell, il figlio gay di Jay, dal suo compagno Cameron e la bambina vietnamita che hanno adottato, Lily. Tutti decidono di raccontare le proprie vite ad una troupe intenta nel realizzare un documentario.

Intitolarla Big Family o Happy Family non avrebbe reso altrettanto bene l’idea. Già, perchè Modern Family, la serie tv ideata da Cristopher Loyd e Steven Levitan e prodotta da Fox Studios, è il ritratto, eccessivo e surreale, della nuova frontiera familiare all’americana.

Non più mogliettine inamidate e marito in giacca e cravatta con bifamiliare parcheggiata nel vialetto (se state pensando a Mad Men, sveglia, sono pas- sati cinquant’anni) ma una tribù chiassosa di parenti acquisiti, seconde mogli e figliastri. Il clan multiculturale in questione è il Pritchett-Delgado- Dunphy-Tucker (una sfilza di cognomi che neanche una nobildonna del settecento) e riunisce tre famiglie che di certo non amerebbero definirsi convenzionali.

Jay Pritchett (Ed O’Neill), aitante patriarca sessantatreenne, ha aggiunto un po’ di pepe alla sua vita sposando in seconde nozze la prorompente Gloria (Sofia Vergara, il cui accento è forse uno dei contributi più efficaci alla comicità della serie), colombiana caliente con figlio a carico, l’undicenne (solo sulla carta) Manny.

Claire Pritchett (Julie Bowen), primogenita di Jay, sarebbe la perfetta in- carnazione della desperate housewife californiana se la sua tempra d’accia- io non la salvaguardasse da eventuali crolli nervosi. Sposata a un eterno adolescente con la passione per il gergo giovanile (un insopportabile Ty Burrell), Claire deve gestire praticamente da sola casa e tre figli: la primo- genita Hayley, tipica teenager attaccata al telefonino come fosse una prote- si naturale, Alex, figlia di mezzo e secchiona saccente, e il cocco di mamma, Luke, campione di stupidità pari soltanto al padre.

Come non citare, infine, l’esilarante coppia di zii gay composta dall’avvoca- to Mitchell Pritchett (Jesse Tyler Ferguson) e dal suo ingombrante partner, la drama-queen Cameron Tucker (Eric Stonestreet)? Due papà isterici e smemorati che, tanto per non tradire la modernità del titolo, hanno adottato di fresco l’adorabile orfanella vietnamita Lily.

Ventiquattro episodi di venti minuti trasmessi negli USA da Abc e in Italia da FoxLife costituiscono la prima stagione di questa sitcom esplosiva, degna erede delle comedy-series politicamente scorrette alla Will & Grace o alla Grounded For Life (da noi I Finnerty, prematuramente scomparsi nel 2005), in cui sembra d’obbligo la ridefinizione del concetto di “famiglia tradizionale”.

Realizzata con la tecnica del mockumentary, Modern Life inscena finte in- terviste su temi universali come le tecniche di parenting più adatte, i meto- di per far funzionare una relazione, le grandi paure dell’uomo contempora- neo, costruendo, attraverso le reazioni impreparate dei personaggi, le veri- tà nascoste rivelate solo all’intervistatore e le fugaci, ma eloquenti, occhiate alla macchina da presa, un clima di empatia immediata con lo spettato- re/osservatore.

I dialoghi, brillanti e mai banali, vivacizzano situazioni standard a volte ec- cessivamente prevedibili, mantenendo vivo un ritmo comico incessante, nutrito di gag, performance sopra le righe e guest star d’eccezione (uno spassosissimo Edward Norton si cimenta in un cameo anni ’80 imperso- nando un immaginario bassista degli Spandau Ballet nell’ottavo episodio).

Capace di dipingere un quadro satirico dell’american way of life domestico senza perdere in originalità, la serie, scavalcata da Glee ai Golden Globe 2010, ha ottenuto l’unanime riconoscimento di pubblico e critica alla 62e- sima cerimonia degli Emmy (in onda sulla Nbc il 29 agosto scorso) portan- dosi a casa sei statuette (a fronte di quattordici nomination), tra cui miglior serie tv comica, miglior attore non protagonista (Eric Stonestreet, merita- tissimo) e miglior sceneggiatura.

Voto: 7

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