Amour

amour

Amour – Austria/Francia/Germania 2012 – Michael Haneke

Drammatico/Romantico – 127′

Scritto da Federica Banfi (fonte immagine: cinema4stelle.it)

Due anziani maestri di pianoforte in pensione, Georges (Jean-Louis Trintignant) e Anne (Emmanuelle Riva), dopo una vita passata insieme, si ritrovano a dover affrontare una delle prove più difficili che la vita possa offrire: la malattia e la conseguente disabilità della donna, che porteranno Georges a dover fare i conti, completamente solo, con scelte dolorose e inevitabili.

Sin dalle origini l’amore, in ogni sua forma, è stato uno dei temi prediletti dalla settima arte. Indimenticabili le languide occhiate di Lyda Borelli, i commoventi sospiri di Rossella O’Hara e la prorompente sensualità della Saraghina di 8 ½. Tuttavia è sempre stato l’innamoramento, tuttalpiù il consolidarsi di un rapporto, ad interessare principalmente i cineasti dal 1895 a questa parte; non sono molti coloro che hanno deciso consapevol- mente di mettere da parte le farfalle nello stomaco, per andare oltre, raggiungendo la vecchiaia, scavando nella sofferenza, toccando temi violenti e controversi. È da qui che parte Michael Haneke, che col suo Amour, vincitore della Palma d’oro alla 65esima edizione del Festival di Cannes, indaga le miserie e i dolori dell’amore, con l’occhio umano e al contempo impietoso che lo contraddistingue.

 L’ermetismo di Haneke, che si manifesta sin dal titolo, un semplicissimo Amour, si propaga per tutta la durata della pellicola, ambientata in claustrofobici e sterili interni (location predilette dal regista, teatri di violenza inaudita già incontrati in Funny Games e Il nastro bianco), grazie alle superbe interpretazioni di due dei più grandi attori francesi contemporanei, Jean-Louis Trintignant e Emmanuelle Riva, che conducono le danze accompagnando magistralmente una sobria, ma al contempo spietata regia tipicamente hanekiana, sempre alla ricerca della violenza, anche nell’amore. Lo spettatore viene trascinato in un teatro della miseria umana, obbligato suo malgrado ad assistere alla decadenza fisica e mentale di Anne, impotente, violentemente costretto a porsi nei panni di Georges, e a trovarsi nella difficile posizione di decidere della vita di un’altra persona. Caratteristica della filmografia di Haneke è proprio la crudele capacità di portare lo spettatore ad immedesimarsi tragicamente nei suoi personaggi, soffrendo delle loro stesse rovine (la consapevolezza della malattia di Anne e l’ineluttabilità della morte, in primis), maturando inevitabilmente le stesse conclusioni dei suoi protagonisti. Nonostante su carta la pellicola possa sembrare dedicata al tema dell’eutanasia il regista riesce a svicolare, impedendo al fruitore di porsi domande di ordine morale, lasciandolo libero di godere, seppur nella sofferenza, di una sublime storia di amore e morte, quasi un mirabile dramma da camera degno del miglior Strindberg.

Voto: 8

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