Se la strada potesse parlare

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If Beale Street Could Talk – Stati Uniti 2018 – di Barry Jenkins

Crimine/Drammatico/Romantico – 119′

Scritto da Gabriella Massimi (fonte immagine: comingsoon.it)

Basato sul romanzo “If Beale Street Could Talk” di James Baldwin, la storia raccontata da Barry Jenkins in Se la strada potesse parlare è quella di Tish e Fonny giovani ragazzi di Harlem, amici da una vita e innamorati da sempre.

Quando quest’ultimo viene erroneamente accusato di un crimine e incarcerato, Tish darà il via a una corsa contro il tempo per dimostrare l’innocenza di Fonny.

Reduce dalla vittoria di tre Oscar nel 2017, tra cui Miglior Film, Barry Jenkins ci riprova, ma questa volta siamo ben lontani da Moonlight.

Nel lontano 2013 Barry, già grande fan dello scrittore americano James Baldwin, decise che avrebbe dato una vita cinematografica a una delle opere di Baldwin e scelse, non a caso, Se la strada potesse parlare, una delle opere meno lette, meno famose, ma forse una delle più “biografiche” di James.

Lo stesso anno il regista si cimentò anche nella stesura della sceneggiatura di Moonlight; i due scritti hanno dato vita a due film diversi e le differenze sono ben visibili sul grande schermo.

Siamo a New York, sono i primi anni ’70 e il razzismo, pur trovandoci nella Grande Mela, ancora impera in alcuni quartieri e a volte si scatena con tutta la forza che ha.

Tish e Fonny sono giovani, amici da tutta la vita e innamorati da altrettanto tempo. Nonostante le difficoltà, soprattutto economiche, decidono di andare a vivere insieme, ma il ragazzo viene arrestato per un crimine che non ha commesso e tutto inizia a precipitare.

Non posso dire che quest’ultima pellicola di Barry sia brutta questo no. L’ho trovata però un po’ moscia, scarica, abbacchiata. Il messaggio c’è, arriva allo spettatore, prova a essere forte, ma non ce la fa, non centra il bersaglio e finisce per non convincere del tutto.

Ogni volta che mi capita di vedere un film tratto da un libro, non so perché mi convinco che di sicuro il libro sia molto più bello del film. A volte leggo il libro e ne ho la certezza (o no, raramente), a volte non mi cimento nella lettura e rimango col dubbio.

Questa volta però non lo penso. Dalle tecniche di ripresa e dalla fotografia utilizzata dal regista sento che il lavoro di stesura della sceneggiatura è stato fatto magistralmente e il regista ha saputo trasformare le parole in immagini senza togliere loro quel potere che solo la penna riesce a dare.

Molti, moltissimi anzi, sono i primi e primissimi piani dei due personaggi Tish e Fonny, e nei loro occhi si riesce a leggere quello che stanno pensando e provando.

Il merito però non va solo al regista, ma anche ai due attori da lui scelti: Kiki Layne e Stephan James. Giovani e bravi, lei soprattutto che proprio con questo film esordisce nel mondo del cinema.

Una nota di merito va data anche all’attrice che interpreta la madre di Tish, Regina King. La sensazione di impotenza e incapacità di aiutare la figlia viene resa e trasmessa allo spettatore perfettamente dall’attrice statunitense.

Insomma sono uscita dal cinema un po’ triste, e svuotata. Alcuni elementi e scene mi sono molto piaciute ma nel complesso non sono rimasta appagata.

Confido che Barry possa fare molto meglio di cosi, del resto lo ha già fatto una volta e il tempo e l’esperienza gli daranno nuove occasioni di vittoria.

Voto: 6

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