Il Gioiellino

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Il Gioiellino – Italia/Francia 2011 – di Andrea Molaioli

Drammatico – 110′

Scritto da Fulvia Massimi (fonte immagine: comingsoon.it)

Leda (acronimo di Latte e Derivati Alimentari) è quel che si potrebbe definire “un gioiellino”: un’azienda solida, a conduzione familiare, ramificata all’estero e portatrice dei sani valori del made in Italy. Peccato sia anche sull’orlo costante del fallimento, a causa dell’obsoleta gestione del patron Amanzio Rastelli. Pur di impedirne la bancarotta, il ragioniere Ernesto Botta si troverà costretto ad “inventare” capitali che non esistono, speculando in Borsa e trascinando con sé Leda, i suoi lavoratori e i piccoli risparmiatori.

A dispetto delle macroscopiche somiglianze, Il Goiellino di Andrea Molaioli non è un film sul caso Parmalat. Il crac finanziario dell’azienda agroalimentare emiliana è piuttosto lo spunto di partenza per indagare un fenomeno paradigmatico della finanza internazionale, strutturata su sistemi incomprensibili in grado di sconvolgere l’economia reale e con essa i suoi consumatori. Il lungo ed accurato lavoro di ricerca degli sceneggiatori Ludovica Rampoldi, Gabriele Brignoli e dello stesso Molaioli produce uno script teso e compatto, in cui l’elemento romanzesco impedisce alla pellicola di appiattirsi su meri aspetti cronachistici, sfruttando le specifiche vicissitudini della società di Tanzi come trampolino di lancio per un discorso di più ampio respiro.

Il cinema di Molaioli è anzitutto un cinema di personaggi, votato alla costruzione e all’esplorazione di un’umanità scissa, ambiguamente connotata e mai univoca, cui il plot ora thrilleristico (La Ragazza del Lago) ora “d’inchiesta” (Il Gioiellino, appunto) fa da sfondo e insieme da movente. Le figure di Amanzio Rastelli (Remo Girone) ed Ernesto Botta (Toni Servillo) – pure innegabilmente ispirate a quelle del ragioniere Calisto Tanzi e del suo direttore finanziario Fausto Tonna – si dotano così di una propria indipendenza cinematografica e nella fantasia degli sceneggiatori tanto Girone quanto Servillo (diretto per la seconda volta da Molaioli) trovano l’opportunità di un’interpretazione libera dai vincoli del reale, “palpitante” e dunque “pulsante”.

Abituato a vestire i panni di personaggi moralmente ambigui, corrotti dal denaro (Gomorra) o dal potere (Il Divo), capaci di spogliarsi del manto scuro per vestirne uno bianco come i cavalli lipizzani, Toni Servillo interpreta magistralmente il ruolo sanguigno e spietato di Ernesto Botta, ragioniere che “insieme al problema porta sempre la soluzione”, svelandone con calcolata lentezza la corruzione, frutto di un morboso attaccamento al lavoro e di un’etica grottesca. Borghese piccolo piccolo, senza titoli di studio altisonanti e il coraggio di opporsi alle pretese anacronistiche del suo padrone, Botta è un uomo solo che al culto del denaro si consacra per professione più che per passione: disgustato dal furto ma non dal falso in bilancio, è lo specchio di una determinazione che non si tramuta mai in disperazione, neppure quando ogni cosa volge ad una fine tragica.

Inizia come un thriller, Il Goiellino, ma a differenza de La Ragazza del Lago – di cui condivide l’atmosfera rarefatta ed inquieta(nte) della piccola provincia italiana (il film è girato ad Acqui Terme, in Piemonte) – non si adopera a scoprire i colpevoli di un crimine già manifesto ma piuttosto a sondarne le motivazioni e la schizofrenia. Costruendo ad hoc un microcosmo dominato dall’inesperienza (su cui si gioca il classico scontro di gene- razioni, quello tra Rastelli e la nipote Laura Aliprandi, intepretata da Sarah Felberbaum) e dal familismo imprenditoriale, Molaioli traccia con impietosa freddezza la parabola di un disastro annunciato. Il suo è un film cupo, che trae dallo spazio entro cui si muove la linfa vitale o, per meglio dire, il liquido infetto di cui permeare i suoi personaggi e che, grazie alle splendide musiche di Teho Teardo (alla sua seconda collaborazione con Molaioli), ne rende palpabile il senso d’angosciosa precarietà.

Deleuze l’avrebbe definito un’immagine-pulsione à la Eric Von Stroheim, per il modo in cui denaro e avidità impregnano ogni strato dell’ambiente sociale al punto da distruggerlo dall’interno, conducendolo verso una totale degradazione. Quella di Molaioli non è, chiaramente, una pellicola naturalista ma nel suo intento di far rivivere certo cinema anni ’70 ad oggi (volontariamente) dimenticato (citando Il Caso Mattei di Francesco Rosi), offre lo spaccato impietoso di un’Italia a cavallo tra anni ’90 e duemila, continuamente caratterizzata dalle stesse, egoistiche, dinamiche di potere. E lo fa senza risparmiarsi una caustica frecciata agli odierni vertici della politica, alludendo ad un presunto incontro tra Tanzi e Berlusconi durante il quale la richiesta di aiuto economico si trasformò in dieci minuti di trattative calcistiche per la cessione di Gilardino al Parma (“Ridi alle sue battute” è la richiesta di Rastelli al figlio e l’ironia non potrebbe essere meno sottile).

Se La Ragazza del Lago – piccolo-grande caso cinematografico della stagione 2007-2008, con i suoi dieci David di Donatello e il successo alla Settimana Internazionale della Critica a Venezia – offriva già un buon saggio dell’intelligenza cinematografica di Molaioli (pur lasciando un vago senso di incompletezza), Il Gioiellino ne è la riconferma. Scegliendo di parlare d’economia in tempi di disastrosa recessione (nonostante lo scarto di otto anni la vicenda di Rastelli/Tanzi è tuttora di stringente attualità) e dunque sfidando le difficoltà produttive del caso, il regista romano si colloca in quella schiera di autori “sociali” che ancora fanno ben sperare nella sopravvivenza del cinema italiano e che, alla volgarità cafona di cabarettisti e cinepanettoni, preferiscono il realismo che non riempie le sale ma che pungola le coscienze.

Voto: 7

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