I Soprano

USA 1999-2007 – Creato da David Chase – Gangster – 86 episodi da 55′

Scritto da Andrea Grollino (fonte immagine: imdb.com)

Si raccontano le vicende che ruotano attorno alla vita malavitosa di Tony Soprano, inizialmente membro di spicco della cosiddetta cosca, mentre in seguito (non troppo tardi), vediamo la scalata alla carica di Boss della famiglia Soprano, che opera in tutto il New Jersey, districandosi in seguito, e quindi giorno per giorno, nelle normali attività che contraddistinguono una vita come la sua. Un vortice composto da estorsioni, omicidi e normali liti familiari.

Messa in questi termini sembra la solita solfa alla Quei bravi ragazzi, oppure Il Padrino, ma è non proprio così. Sia chiaro che, le influenze di cui sopra, sono presenti in ogni caso, tuttavia non sono così predominanti tanto da pregiudicarne la qualità. Nonostante ci sia una chiara ispirazione a Terapia e Pallottole, ossia la commedia diretta da Harold Ramis con Robert De Niro e Billy Crystal, il resto della serie si struttura in maniera eccellente, dalla prima alla sesta stagione. Si, perché il boss in questione, interpretato da un incommensurabile James Gandolfini (Il Tocco del male, Il Castello, 8mm – Delitto a luci rosse) segue periodicamente la terapia dall’analista consigliato dal proprio medico curante, in seguito ad uno svenimento causato da un attacco di panico, solo che, in questo caso non si tratta di Billy Crystal, bensì della bellissima ed affasci- nante Loraine Bracco, che quasi tutti ricordiamo nel poc’anzi citato Goodfellas. La dottoressa dimostra più volte la propria riluttanza nel trattare un caso così spigoloso, ma nello stesso tempo, al buon senso si contrappone una curiosità, sia umana che professionale, quindi costringe se stessa a subire quello che è lo scarico emotivo di questa ingombrante personalità, per l’appunto Tony Soprano, e tutti i suoi turbamenti e le sue debolezze (alle volte emergono anche in modo violento), per poter trovare la causa dei suoi attacchi di panico.

Vi dirò che, ispirarsi a determinati film per realizzare una serie tv come questa, magari era inevitabile, e vi dirò inoltre che la serie ha amalgamato il tutto con una tale coesione e armonia, da portare lo spettatore a voler sa- pere di più a ogni puntata. C’è molta psicologia e altrettanta è la “compo- nente gangster”, se così la vogliamo chiamare. Il bello sta proprio nel vede- re che entrambi gli aspetti, restano in equilibrio e l’uno non prevale sull’al- tro. Lo spettatore viene saltuariamente condotto in un viaggio che si dirama nei sogni di un boss della mala. Sogni non in senso di “aspirazioni” o “ambizioni”, bensì nel senso letterale del termine, perché sia la regia che la sceneggiatura, di tanto in tanto ci pongono dinanzi ad una concreta introspezione, facendo effettivamente riferimento alla fase REM; infatti, nella quinta stagione troviamo una puntata, dove i tre quarti della sceneggiatura si impronta proprio in questi termini. Poi non poteva mancare un importante concetto come la proverbiale dualità dell’uomo, che viene sdoganata dal rango di cliché, donandogli così qualche “ora d’aria” dall’eccessivo utilizzo nel panorama televisivo, perché, la vita privata, ovvero la famiglia, il rapporto con la moglie Carmela, pun- tualmente vittima di tradimenti da parte del marito e interpretata da una bravissima Edie Falco, l’apatia del figlio Anthony Jr e l’iperattività della primogenita Meadow, circondano il tutto facendo sembrare la vita del protagonista un’esistenza come tutte le altre, anche se di tanto in tanto la sfera familiare sconfina in quella “professionale” e viceversa … ma senza esagerare.

Per il resto gli elementi di quella che effettivamente è una “Gangster Se- ries”, ci sono tutti, nella fattispecie: sparatorie, estorsioni, pestaggi, assas- sini d’onore, tradimenti e lotte di potere. Non ci facciamo mancare nulla che non susciti quel fascino oramai tipico dell’ambiente malavitoso. A dare maggior caratterizzazione a tutto ciò è l’interpretazione di Steven Van Zandt, chitarrista e membro storico della E Street Band, la compagine artistica di Bruce Springsteen. Sembra che Little Steven (com’è di fatto soprannominato) sia stato scelto proprio per la sua faccia, i suoi particolari tratti somatici. Nonostante il cognome di Steven non sia di origini italiane, è errato pensare che non lo sia, perché il cognome Van Zandt è quello del secondo marito della madre, la quale proviene da Sambiase, un paesino in provincia di Catanzaro, origini che anche il personaggio stesso ha nella serie tv, e che non manca di sotto- lineare in una puntata, dove si parla del Columbus Day. A questo punto vi domanderete, perché l’interpretazione di Steven, oltre a quella di un grandissimo Gandolfini, merita attenzione? La risposta è semplicissima! Perché al contrario di James, il quale ha un notevole curriculum cinematografico, Steven non è mai stato davanti alla cinepresa, se non in occasione di video musicali di Springsteen (Glory Days, dove possiamo ammirare Steven giovanissimo e quasi irriconoscibile) oppure in qualche occasionale com- parsata cinematografica qua e la, in parole povere, mai niente di serio dal punti di vista interpretativo.

La serie dove interpreta Silvio Dante, consigliere del Boss, facendo il verso ad Al Pacino e De Niro sia nei modi che nelle gestualità, è da considerarsi come prima esperienza da interprete. In pratica si sta parlando di talento vero e proprio, e c’è da inorgoglirsi perché è tutto italiano. In conclusione, non consiglio niente a nessuno e vi lascio con soltanto la mia esperienza, dicendovi che ho divorato tutte e sei le stagioni in meno di un mese, trascurando tutte quelle che stavo seguendo in quel periodo. A voi le dovute conclusioni.

Voto: 8

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