Mid90s

USA 2018 – di Jonah Hill – Commedia/drammatico – 85′

Scritto da Enrico Cehovin (fonte immagine: imdb.com)

“Quando ero piccolo avevo un problemino.” Così diceva Jonah Hill nel 2007 recitando il personaggio di Seth in Superbad. Ora Jonah Hill è cresciuto ed è diventato regista e per il suo debutto dietro la macchina da presa ha scelto una storia tematicamente molto vicina al suo percorso d’attore. Il problemino di Stevie, il tedicenne protagonista di Mid90s, è ben più grave e meno divertente di starsene tutto il santo giorno a disegnare uccelli (no, non quelli del regno animale). Un padre assente, un fratello maggiore solitario e violento, e una madre con cui fatica a dialogare, sono il contesto familiare che spingono Seth a uscire, fare amicizia, ad entrare a far parte di un gruppo, a crescere in compagnia. Jonah Hill è sincero e per parlare di quell’adolescenza travagliata sceglie di ambientare il suo racconto di formazione nel contesto in cui lui stesso è cresciuto: tra magliette di Street Fighter e coperte delle Tartarughe Ninja, nel periodo a cavallo tra musicassette copiate e cd orginali, la Los Angeles di metà anni ’90.

La tematica al centro di Mid90s, seppur meno greve, non è poi così distante dal Paranoid Parkdi Gus Van Sant o dal Gummodi Harmony Korine (non a caso quest’ultimo è presente in un piccolissimo cameo), ma il centro del discorso non è il quasi irrisolvibile disagio adolescenziale, fulcro attorno al quale ruotano le pellicole citate. L’attenzione di Jonah Hill, infatti, si concentra sul processo di crescita che porta alla formazione dell’individuo calcando l’accento sull’importanza dell’identità acquisita, conquistata attraverso un soprannome, non isolandosi dal mondo ma affermando il proprio Io all’interno di un gruppo. Non più Stevie, ma Sunburn, un soprannome di cui essere invidioso, mica Fuckshit! Così, tra risse, sbronze, incidenti di percorso, la parete della propria camera diventa spazio creativo, collage espositivo della propria identità e della sua affermazione e lo skate diventa veicolo con cui esercitarsi, con cui diventare grandi, come un nuovo imparare a camminare, cadendo, rialzandosi, finendo ancora e ancora col culo per terra ma continuando a tirarsi su e provare nuove evoluzioni.

Jonah Hill sa di quello che parla, lo fa con la giusta delicatezza e i giusti mezzi, è spontaneo, semplice e capace di saper catturare il gusto del ricordo stando al passo col tempo in quel finale che sa traslare l’effetto nostalgia del 16mm a un autentico ritratto da videocamera.

Voto. 7

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