La casa di Jack

 

The House That Jack Built–Danimarca, Svezia, Francia, Germania, 2018 – di Lars Von Trier-Horror/Drammatico/Poliziesco – 155′. Scritto da Francesca Totaro (fonte immagine:Cinema Italia Macerata)

 

Jack, architetto fallito affetto da disturbo ossessivo compulsivo, cerca di realizzare la casa dei suoi sogni. Sopraffatto dalla sua stessa malattia, che non gli permette di andare avanti nel progetto ideativo, Jack riversa il suo sconforto sulle donne, l’unico modo per recuperare nuovamente la sua autostima è ucciderle brutalmente. Siamo nell’America degli anni ’70 e nel corso di un decennio l’uomo commette cinque omicidi cardini, che hanno contribuito a sviluppare la sua personalità criminale. Forse, quello di Lars Von Trier, è stato il film più discusso al Festival di Cannes 2018. La casa di Jack ha fin da subito destato sospetti agli occhi critici della platea europea. Protagonista della pellicola è l’attore e regista statunitense Matt Dillon (I ragazzi della 56° strada e Rusty il selvaggio, entrambi del 1983), che sfida la mente contorta di Von Trier per creare un personaggio all’avanguardia, problematico e ben ricercato nell’interpretazione.

Matt Dillon, sicuramente soddisfatto di questo lavoro, porta sullo schermo un Jack spietato e minuziosamente studiato, tanto da renderlo un personaggio dalle mille sfaccettature (cangiante anche fisicamente), reale e soprattutto completo. La sua recitazione, caratterizzata dall’espressione apatica tipica degli psicopatici, ricorda l’interpretazione di Javier Bardem nella pellicola dei fratelli Coen Non è un paese per vecchi (con la quale lo spagnolo vinse l’Oscar come miglior attore non protagonista nel 2008). Ma Jack, al contrario di Anton Chigur, si sforza di sviluppare empatia nei confronti delle sue vittime. È concentrato mentre, di fronte allo specchio, si allena a riproporre le espressioni più comuni ripetendosi svariate volte di ‘sorridere’. Se nella prima parte, sfruttando lo humor nero, il suo personaggio suscita simpatia, proseguendo la narrazione la sua presenza diventa sempre più disturbante.

La violenza, da liberazione, diventa divertimento e sfiora l’ossessione. Dalla psicopatia si passa al sadismo fino alla trasformazione in Mr. Sophistication, nome che si è attribuito dopo una serie di omicidi ben riusciti. Le sue prede preferite sono le donne “non perché sono stupide” afferma, ma “‘perché sono più collaborative”. Non riuscendo a possedere i loro corpi Jack le disumanizza, uccidendole prima e congelandole poi, trasformandole in automi da poter utilizzare per scatti fotografici. I corpi diventano così forme artistiche, sono figure da ammirare, immortalare e posizionare a proprio piacimento. La staticità di questi corpi dona a Jack la sicurezza che manca nel suo lavoro, rappresentando appieno la sua vera espressione artistica. La casa di Jack non è un comune thriller/horror ma una narrazione, simile ad una seduta psicoanalitica, in cui vengono individuate le ferite dell’animo umano. Jack gode di una personalità spessa che si dirama fino ai primi anni di età, riportando a galla quello che è il suo primo ricordo commovente e sadico allo stesso tempo. Analisi che prima d’ora non era mai stata espressa così bene in nessun film di Von Trier. Jack potrebbe essere considerato come la parte maschile di Antichrist (2009) in cui l’autopunizione coincide con la salvezza dell’anima.

Mentre nel più datato film la protagonista opta per un suicidio fisico ne La casa di Jack si assiste ad un suicidio artistico, in cui l’uomo si arrende al proprio destino e si lascia andare in quello che sarà il girone (dantesco) dell’inferno. L’incontro con il Virgilio, ultima interpretazione di Bruno Ganz, rappresenta il culmine della sua esistenza. Il dialogo tra i due comincia già dai primi minuti ma il loro confronto giunge solamente nell’epilogo esplicativo. Come se Jack si fosse imbattuto nella sua coscienza, ermeticamente nascosta nell’anima, e ci avesse fatto i conti per poi prendere quella che sarà la sua decisione definitiva. La regia di Lars Von Trier risulta ritmata e meno disturbante del solito, le partiture che vengono scelte per accompagnare la pellicola sono estremamente distanti dalle immagini che passano sullo schermo. Forse Lars vuole ricordare al suo pubblico che quello che si sta vedendo non è altro che una finzione, oserei dire una commedia? Concetto che trova appoggio anche con la doppia linea narrativa interpretata della tigre e la pecora. Il male è un sentimento animale, anche l’uomo ne è dotato, Von Trier sostanzialmente non dice niente di nuovo ma riesce a riportare sul grande schermo un concetto universale sviluppando nuove chiavi interpretative.

Voto: 9

 

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