Moonlight

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Moonlight – Stati Uniti 2016 – di Barry Jenkins

Drammatico – 111′

Scritto da Ivana Mette (fonte immagine: movieplayer.it)

Storia senza tempo sulle relazioni umane e la scoperta del sè, Moonlight disegna un ritratto vivo e attuale della vita degli afroamericani e un innovativo frammento di cinema che sprigiona compassione e verità universali. Straordinario il cast e folgorante la visione di Jenkins che coglie i momenti, le persone e le forze sconosciute che plasmano le nostre vite e ci rendono quello che siamo.

Vincitore del Golden Globe 2017 per il Miglior film drammatico, Moonlight racconta l’infanzia, l’adolescenza e l’età adulta di Chiron, un ragazzo di colore cresciuto nei sobborghi di Miami, che cerca di trovare il suo posto del mondo. Un film diverso, nuovo fresco, ma che presenta tematiche ormai da tempo connaturate nella società contemporanea dell’America di oggi e non solo. Un film intimo, che nella sua divisione in tre parti attua un’analisi profonda di quelli che sono i più profondi legami nella vita di ognuno di noi, nel bene e nel male: amicizia, famiglia, amore. La messa in scena di un modo in nero. Nero come il colore della pelle dei personaggi, ma anche nero come l’anima di ognuno di noi. Nulla si salva. Tutto si distrugge, per poi, con grande sorpresa, rinascere. Un percorso alla scoperta di se stessi, della loro identità. Ricerca che colpisce anche noi grazie ai continui sguardi in macchina che penetrano violentemente lo schermo e violano la nostra intimità. Ma anche grazie alle soggettive e agli ossessivi primi piani del protagonista e dei personaggi che gli fanno da contorno e che lo seguono e guidano durante il percorso. Personaggi che non costituiscono solo il coro silenzioso di questa ricerca interiore, ma ne sono spesso l’inizio e l’arrivo. Costruiscono pezzo dopo pezzo il protagonista stesso attraverso le tre fasi della sua vita che ci vengono mostrate. Volti di un’espressività sconvolgente e dilaniante che il film indaga col suo occhio imponente e tagliente, senza mai smettere di metterceli davanti, porli alla nostra attenzione in un susseguirsi di continue battaglie tecniche tra i primi piani sopra citati e le continue messe a fuoco e fuori fuoco, i carrelli in avanti a seguire, sguardi in macchina e soggettive.

Un film stratificato e complesso, non solo per la sapiente e ben studiata regia, ma anche per la rottura di ogni bigotta barriera sociale, nella scelta di abbracciare un tema così complesso mettendo in mostra la condizione nuda e cruda di chi, come il protagonista, vive nella purezza e nell’innocenza in una società che non lo è e che lo bullizza per la sua diversità e debolezza. I profondi silenzi che si inseriscono sibillinamente nel film lasciano spazio allo studio del protagonista nella sua lotta quotidiana con se stesso e con i problemi che lo affliggono, in un contesto in cui la base familiare è frantumata, l’amicizia è incrinata e l’amore ancora acerbo e proibito deve restare nell’ombra della sua anima, sigillato e nascosto. Un intreccio di emozioni e angosce reali e vicine a tutti, che si presenta con forte impatto e ci travolge come una forza primordiale e indomabile. Dal bullismo alla volontà di accettazione. Barry Jenkins estrapola il tema dell’omosessualità dall’ampolla di cristallo nella quale la contemporaneità lo ha inserito, e sfalda elegantemente per poi riproporlo come cuore portante del suo film.

Tema che resta forse un po’ troppo nell’ombra, ma che risfocia imperialmente nella terza parte del film con tenerezza e compassione. Jenkins ripropone dall’altra parte dell’oceano il riflesso di tutte le altre società schiave del bigottismo umano e blasfemo verso temi vivi nella nostra quotidianità.

Nella sua divisione in tre parti il film ci schiude un guscio umano fugace, fino all’acquisizione di una forza che non risiede al di fuori, ma si manifesta nell’accettazione del se. La terza ed ultima parte è particolarmente significativa, non solo in quanto fine del percorso costitutivo del film, ma anche in quanto avviene una trasformazione drastica. L’abbandono del bambino, dell’adolescente e delle debolezze esteriori per trasformarsi egli stesso nel carnefice che nelle parti precedenti era stato alla base della (tras)formazione del protagonista. Who are you? Chi sei? Questa è la domanda a cui si cerca di rispondere, espressa attraverso il migliore amico. Incipit e conclusione di un film che è anche simbolico con una continua presenza del colore bianco che fa contrasto al colore della pelle e forse, allo stesso tempo, simboleggia la purezza e l’innocenza perduta. Intenso, profondo, romantico ed elegante, cupo e limpido. Il cerchio si chiude con il ritorno a casa, all’infanzia perduta e alla sua accettazione.

Voto: 9

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