Lo straniero senza nome

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High Plains Drifter – Stati Uniti 1973 – di Clint Eastwood

Western – 105′

Scritto da Dimitrij Palagi (fonte immagine: ivid.it)

Nella cittadina californiana di Lago i cittadini ingaggiano un misterioso straniero per difendersi da una banda di criminali che minaccia il saccheggio di tutte le abitazioni. Il cavaliere senza nome accetta, imponendo a tutta la città le sue decisioni e preparandosi ad uno scontro numericamente impari…

Tetro e coraggioso.

Una terra senza speranza, una Sodoma sul lago in cui abbandonare ogni speranza di redenzione. La vendetta è l’unica cosa che conta, la linfa vitale che può smuovere dalla stagnazione morale l’ipocrisia della società borghese. Un film in cui l’etica anarco-individualista di Eastwood emerge in tutta la sua violenza, più vicina a Callaghan che all’uomo senza nome di Leone. Nella morale sta tutta la differenza tra i due registi.

Eastwood torna al western seguendo solo sé stesso, dirigendosi e producendosi. Arriva persino a citarsi con la locandina di High Plains Drifter in mezzo a Breezy (che esce nello stesso anno). Tra i tre film d’esordio è sicuramente la pellicola più convincente. Dimostra come Siegel e Leone abbiano influenzato in maniera evidente e significativa il gusto cinematografico di Eastwood, capace comunque di aggiungere, sin dall’inizio, la propria prospettiva morale e il gusto per l’essenziale, con il rifiuto di ogni elemento barocco. Il fondale liquido da cui emerge il misterioso giustiziere, le fiamme che avvolgono la notte del giudizio, il rosso con cui vengono ridipinte le case dell’inferno non sono che espedienti marginali. Tutto ricade sulle spalle di un Clint che può mostrarsi in splendida forma, con un ruolo più facile e meglio riuscito di quello tentato in Play Misty For Me. Passano così in secondo piano gli altri attori, comunque tutti di ottimo livello, con una Verna Bloomsostituita, in alcuni passaggi, da una controfigura, resasi necessaria dal viaggio di nozze dell’attrice.

Il regista può contare anche su una scenografia di livello decisamente migliore rispetto ai lavori di Jo Heims: una bozza della Universal su cui ha lavorato il leggendario Henry Bumstead. La splendida fotografia fa da contraltare a dialoghi talvolta imbarazzanti.

Oltre ai maestri sopra citati, si guarda anche ad Anthony Man e ai classici del genere (Mezzogiorno di fuoco, per citarne uno). L’obbiettivo e decostruire l’eroe, ridurlo ad una dimensione umana. Non stupisce la reazione stizzita del conservatore John Wayne, rispetto ad una presunta mancanza di rispetto al western.

Violenza, umorismo (Leone), esasperazione dei rapporti umani e ambientazioni al limite del claustrofobico (Siegel): il risultato è un ambiguità riflessa nei colori inquietanti della cittadina di Lago.

La prospettiva di una missione finale, necessaria a chiudere i conti: è solo uno degli elementi che verranno ripresi lungo tutta la carriera del regista, sia a livello di contenuti che per altri particolari, come le impeccabili scenografie di Henry Bumstad (che curerà anche quelle de Gli spietati). Vale la pena citare anche Walter Barnes, qui nei panni dello Sceriffo: nel corso degli anni è stato e sarà capo stunts, controfigura e regista, sempre al fianco di Clint.

Un western che sintetizza una nuova versione del genere, capace di tener conto della lezione italiana ma di nuovo ancorata a valori e modelli statunitensi. Non conta più il gioco ma il messaggio che si vuole dare.

L’elemento fantastico spiega al meglio il valore della parabola. I piani obliqui e l’ambientazione crepuscolare contribuiscono in modo decisivo a trasmettere inquietudine. Siamo tutti peccatori, o perché colpevoli o perché impotenti.

Di repubblicano c’è ben poco, qui è l’individuo verso il sistema.

A chi vuol dibattere su quanto sono rozzi alcuni passaggi, dozzinali alcune frasi e misogine alcune scene… buona chiaccherata!

Voto: 8

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