Womb

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Womb – Germania/Ungheria/Francia 2010 – di Benedek Fliegauf

Drammatico/Romantico/Fantascienza – 111′

Scritto da Fulvia Massimi (fonte immagine: comingsoon.it)

Dopo la morte improvvisa del suo primo amore, ritrovato dopo dodici anni, Rebecca (Eva Green) non si rassegna alla perdita e decide di portare in grembo il clone dell’amato. Le conseguenze del suo gesto non si faranno attendere.

Presentato in concorso al 63esimo Festival del film di Locarno nell’agosto 2010 – un mese prima della première statunitense di Non Lasciarmi Womb dell’ungherese Benedek Fliegauf arriva nelle sale italiane con due anni di ritardo e una (s)fortuna distributiva affine a quella del film di Romanek – che pure aveva la notorietà dell’omonimo romanzo di Kazuo Ishiguro a “parargli le spalle”.

Il paragone non è improprio, giacché le due pellicole condividono, oltre all’amaro destino di un incasso pressoché nullo, la comune riflessione sul destino dell’essere umano e della sua identità nell’epoca – futuribile – della clonazione. Ibridando una fantascienza priva dei sensazionalismi da blockbuster con l’intensa tragicità di un romance sui generis e la purezza minimale del film d’autore, Womb – come già Non Lasciarmi – si presta alla definizione di una nuova declinazione di genere, per la quale i neologismi di “cloning thriller”, “sci-fi drama” e “fantascienza filosofica” sembrano cal- zare a pennello.

Se la pellicola di Romanek esplorava il dilemma etico del destino dell’individuo nell’epoca della sua riproducibilità medica, Flieugauf preferisce indagare le ripercussioni psicologico-identitarie dell’incesto artificiale, inquadrando una realtà sospesa in un limbo ai limiti del mondo, nella quale la rielaborazione del lutto viene annientata dalla possibilità di riportare in vita i cari estinti, in un impeto egoistico che non si cura delle conseguenze

(What are the consequences of giving birth to your dead boyfriend? è la tagline originale del film) e si rifiuta di considerarle fino a che non è troppo tardi.

Al suo terzo lungometraggio di (sci)fiction, dopo corti e documentari, Fliegauf sposa un’estetica (e un’etica) della distanza. Attratto dalla pulizia del quadro geometrico e sintetico, mai ridondante o attraversato da ingombri superflui, e, paradossalmente, dalla bellezza cristallina dei dettagli e dei piani ravvicinati, perfino ingranditi da lenti aggiunte, il regista ungherese osserva il futuro prossimo della deriva umana con occhio attento ma distaccato, lasciando al volto ieratico e allo sguardo penetrante di Eva Green (splendida in questa performance “sottrattiva”) il compito di comunicare allo spettatore il portato emotivo che le si agita, letteralmente, dentro.

A discapito del titolo, preciso e affilato come gli spigoli della sua prima consonante, Womb (“grembo”, “utero”) insiste assai poco, per non dire affatto, sulla simbologia immediatamente anatomica della maternità, liquidando la questione a poche, sporadiche inquadrature. Ad interessare Fliegauf è piuttosto la replicazione, la duplicazione di un rapporto tra individui identici eppure differenti, la ricalibrazione di un’assiologia relazionale che non è più quella amorosa ma materno-filiale, e che pure cova (non troppo celata) l’ambiguità terrificante di un desiderio carnale potenzialmente impossibile.

Grazie ad una sceneggiatura volutamente segmentata ed ellittica nel “prologo”, così come nel suo primo atto, Fliegauf riduce al minimo il groviglio degli intrecci causali che conducono Rebecca al suo turning point drammatico privo di ritorno. L’espansione della seconda infanzia di Tommy assume allora un valore centrale nell’economia del film, poiché in essa si annidano le premesse di un infausto futuro, i presentimenti inquietanti di un rapporto morboso, inficiato nella sua reale tenerezza dalla consapevolezza (tutta spettatoriale) di qualcosa di guasto e tragicamente incombente.

La location tedesca scelta dal regista per collocare la “casa ai confini del mondo” di Tommy e Rebecca – un “utero”, questo sì, isolato dal mondo stupido e insensibile dei moralisti, quasi un ritorno alla preistoria delle palafitte e della pura sopravvivenza – si fa, allora, emblema geografico e naturale dell’eterno ritorno indotto artificialmente dalla protagonista. Un sentimento di infinito che ben poco ha da condividere con la rasserenata contemplazione leopardiana e che richiama piuttosto alla mente il senso di disturbante sconfinatezza dell’orizzonte marino, a cui si lega, per contrappasso, la caducità dell’essere mortale, destinato – per quanto lo si voglia replicare e “costringere” a vivere – a invecchiare e infine morire.

La vita dà e la vita prende: giocare con la scienza per riparare le crepe dell’effimera condizione umana è un’ipotesi che atterrisce perfino per un ateo, giacché prelude alla creazione di un mostro, una creatura liminale, destinata a soffrire non già per la propria strumentalizzazione medica (come i cloni di Non Lasciarmi) ma per quella emotiva.

Costretto nella solitudine di un’infanzia prolungata e nel candore ingenuo della propria immaturità, oggetto d’adorazione e gelosia di una madre volontariamente, morbosamente “edipica”, il Tommy di Womba differenza di quello di Non Lasciarmiintuisce troppo tardi e troppo poco, senza porsi domande, crogiolandosi nell’idea utopica, crudelmente ridicola, che non esistano in natura repliche identiche, che nulla si ripeta. E quando il confronto con se stesso – se tale lo si può definire – gli confermerà il contrario, il suo stupore attonito, la sua rabbia, lasceranno il posto al vuoto, all’infrazione di ogni tabù e, infine, alla fuga, nella speranza impossibile di ritrovarsi nel mondo sconosciuto, allontanando l’Altro da Sé che è, e resterà sempre, Sé.

L’intuizione di Fliegauf, non nuova ma ben costruita, procede per svelamento, denudando a poco a poco una realtà potenziale, resa ancor più terrificante dalla sua prossimità con il nostro contemporaneo. Lo scivolamento, privo di cesure apparenti, dalla “normalità” del presente alla straordinarietà aberrante del “futuro” è così fluido da risultare ancor più sconvolgente. Avvolto nell’involucro cristallino della fotografia di Péter Szatmári, il microcosmo idilliaco costruito da Rebecca per il suo sogno d’amore relega sul fondo dell’immagine, così come della coscienza, la presenza costante di uno sbaglio, sfruttando la purezza dei toni freddi (nelle dominanti del blu e del bianco) per attenuare un erotismo che sarebbe altrimenti annichilente.

La storia scorre lenta e silenziosa, collezionando piccoli momenti preziosi in cui la frenesia del racconto esaustivo lascia il posto alla paziente esplorazione di uno spazio e di un tempo immoti, circolari. Non è il desiderio di dire tutto e subito a muovere la pellicola di Fliegauf, né la volontà di intrattenere per il semplice gusto di farlo. C’è nei vuoti, di parole, di luoghi, la ricerca di una bellezza incontaminata, di una pienezza frammentata che potrebbe essere appagante ma che finisce col ripiegarsi su se stessa, causando una rottura che ricorda quella di un incipit baricchiano.

Potrebbe essere la perfezione – immagine per occhi divini – mondo che accade e basta, il muto esistere di acqua e terra, opera finita ed esatta, verità – verità – ma ancora una volta è il salvifico granello dell’uomo che inceppa il meccanismo di quel paradiso, un’inezia che basta da sola a sospendere tutto il grande apparato di inesorabile verità, una cosa da nulla, ma piantata nella sabbia, impercettibile strappo nella superficie di quella santa icona, minuscola eccezione posatasi sulla perfezione della spiaggia sterminata. (Oceano Mare)

Voto: 7

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