La ragazza con l’orecchino di perla

Girl with a Pearl Earring- 2003– di Peter Webber–Gran Bretagna, Lussemburgo- Biografico- Drammatico– 100′- Scritto da Maurizio Pessione (fonte immagine: Coming Soon)

 

Griet, una ragazza di religione protestante che vive a Delft in Olanda, è costretta ad andare a servizio nella casa della numerosa famiglia cattolica del pittore Vermeer. Il padre della ragazza è diventato cieco sul lavoro a causa di un incidente e non è più in grado di mantenere la famiglia. Griet subisce maltrattamenti ed anche dispetti ai quali reagisce comunque con personalità. Pur essendo stata educata a principi religiosi molto castigati, mostra interesse e spirito critico per la pittura ed un po’ per volta riesce a conquistare la fiducia dello schivo Vermeer, diventandone la tacita aiutante ed in seguito addirittura la modella. Il processo creativo del noto quadro che porta il titolo del film sarà comunque travagliato, poichè coinvolgerà la modella, il pittore e la moglie di quest’ultimo in un triangolo denso di gelosie e castigata, repressa sensualità.

Sarà un caso ma, se è quasi una prassi che da un bel romanzo possa essere realizzato un film, non avviene mai invece il contrario. La ragazza con l’orecchino di perla non fa eccezione ed è la trasposizione del celebre romanzo di Tracy Chevalier. Quale migliore occasione quindi per azzardare un confronto fra le due opere, delle quali chi scrive ha ancora un fresco ricordo? Confronto che poi non deve essere per forza di cose una contrapposizione, potendo essere l’una complementare all’altra, eventualmente. In questo caso parliamo di un romanzo che è tanto essenziale nel contesto, quanto profondo nelle tematiche e che gioca molto sulla sensualità sussurrata anziché mostrata (ma che sensualità!). I suoi pregi migliori si riscontrano nella descrizione d’ambiente, nei contrasti fra personalità, culture e religioni diverse che s’intersecano fra di loro sconvolgendosi a vicenda, in questo caso, di fronte al processo pittorico.

Si capisce subito che il compito di Peter Webber e della sceneggiatrice Olivia Hetreed non deve esser stato molto semplice, perché un film è immagine innanzitutto e certe situazioni e riflessioni si possono pure rappresentare, ma quando sono così dettagliate, allusive e profonde come nel romanzo della Chevalier, la sfida nasce e resta impari. Chi conosce Scarlett Johansson per la procace ed irresistibile icona sexy di alcuni degli ultimi film di Woody Allen, resterà sorpreso nel vederla qui castigata e compressa nei panni di una serva timorata di Dio, alle prese con un gioco più grande dei suoi 16 anni ed una complessa contrapposizione dentro la casa, o per meglio dire la tana, del celebre pittore Vermeer. Eppure, se qualcosa il film guadagna nei confronti del romanzo è proprio grazie a lei, che è ideale, anche fisionomicamente, nel rappresentare una giovane olandese di Delft e la somiglianza con il vero personaggio del dipinto, che dà titolo al quadro ed all’opera, per certi versi è addirittura impressionante.

La sua prova d’attrice, seppure un po’ troppo audace rispetto al personaggio del libro, è di prim’ordine ed offusca nettamente invece quella di uno spento Colin Firth nei panni del pittore. Altro personaggio che fa un figurone è Judy Parfitt nei panni di Maria Tins, la suocera di Vermeer. Addobbata come la Morte nel celebre film di Ingmar Bergman, Il settimo sigillo, in realtà è lei la vera regista degli affari di famiglia, in particolare nell’intrattenere e gestire il rapporto con il mecenate Van Ruijven, che grazie al suo denaro ricatta Vermeer trattandolo in pratica come un suo dipendente. Anche il personaggio di Catharina, moglie di Vermeer, una sorta di scrofa di lusso che sforna un figlio dietro l’altro, pur di evitare che il marito vada a cercar conforto altrove, è ben interpretato dalla algida Essie Davis. Aggiungiamo infine la fotografia di Eduardo Serra, in un interessante color pastello, molto attinente all’epoca ed ai luoghi che ricordano, negli esterni, le brume e le calli di Venezia.

Terminate le note positive, bisogna però rimarcare innanzitutto che il film salta a più riprese alcuni momenti e temi del libro che sono di importanza tutt’altro che secondaria. L’inizio del racconto, ovvero la visita di Vermeer e moglie a casa della famiglia di Griet per assoldare i servigi della ragazza, con la descrizione del taglio e la posa delle verdure nel piatto nei vari e distinti colori da parte di Griet, da prassi comune ed insignificante si trasforma immediatamente, grazie all’occhio clinico del pittore, in una breve, velata, quanto acuta analisi sul talento estetico della ragazza, anticipando quindi la sua predisposizione al gusto artistico. Questo ad esempio è un momento di grande letteratura nel libro, che invece nel film è quasi del tutto ignorato e relegato al solo taglio delle verdure, a corredo dei titoli di testa. Inoltre la contrapposizione religiosa e culturale fra protestanti (Griet, cioè Scarlett Johansson e la sua famiglia) e cattolici (la famiglia Vermeer), che pure in quel tempo e luoghi erano una minoranza, è limitata al semplice invito della madre di Griet a non lasciarsi coinvolgere dalle blasfemie tipiche dei cattolici in casa Vermeer.

Per proseguire con la prima notte che la ragazza passa nella loro casa ed è turbata dal quadro che è posto di fronte al letto solo perchè esso mostra un’immagine del Cristo troppo esplicita per la sua cultura protestante, anticipando una serie di ritrosie, timidezze ed inibizioni sessuali. Nel film tutto ciò è invece rappresentato unicamente con i primi turbamenti di una ragazza che a quell’età sta fiorendo, ed inizia quindi a sentire la classica, inevitabile attrazione dei sensi. Per non tacere infine della parte che riguarda la diffusione dell’epidemia di peste nel rione dove abitano i genitori di Griet, che viene perciò ghettizzato con la conseguenza che alla ragazza viene impedito di andarli a trovare nei fine settimana, innescando di fatto il suo rapporto di aiutante/modella di Vermeer. Ancora una volta nel film questa parte rilevante del libro, che spiega poi molte situazioni successive, è totalmente trascurata.

Insomma, l’opera di Peter Webber è certamente rigorosa, non è un’operazione di cassetta e si capisce lo sforzo del regista di rappresentare la nascita di un quadro non solo come un’operazione di bassa lega commerciale, quale poi in fondo essa pur si riduce (poiché è difficile credere che esista un autore che goda dell’insuccesso di una sua stessa opera), ma di evidenziare il conflitto interiore del pittore con l’esigenza di far esplodere la sua arte ed ispirazione, pur in un contesto di bisogno famigliare in un’epoca molto difficile. Purtroppo non si può fare a meno di notare la differenza sostanziale, di peso e capacità narrativa nel confronto con il romanzo della Chevalier. Un paragone perciò (non essendo proponibile considerare il film a pari statura o come una rielaborazione in chiave diversa dello stesso soggetto) davvero sbilanciato a tutto vantaggio del libro. In un solo particolare il film non risulta inferiore al romanzo e mostra una perla, a parte quella del celebre orecchino: ed è l’interpretazione di Scarlett Johansson.

Voto:7

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