Colpa delle stelle

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The Fault in Our Stars – Stati Uniti 2014 – di Josh Boone

Drammatico/Romantico – 126′

Scritto da Alice Grisa (fonte immagine: imdb.com)

Hazel ha sedici anni ed è in depressione a causa di un tumore al quarto stadio, ora in remissione, che le ha compromesso per sempre i polmoni. Per convincerla a reagire, i genitori la spingono a frequentare un gruppo di supporto per adolescenti. Qui Hazel incontrerà Augustus, ex giocatore di basket, e ne rimarrà colpita. Ma come si può vivere il primo amore, se le stelle sono avverse?

Se John Lennon diceva Immagina non esista paradiso/È facile se provi/Nessun inferno sotto noi/Sopra solo cielo, perché le stelle di questo cielo sono avverse? Perché se Dante le vede, alla fine dell’Inferno, e prova liberazione, a questi ragazzi portano sventura? E se lo champagne è fatto, come dice il maître del ristorante, di quelle stesse stelle imbottigliate, perché per qualcuno sono tossiche, al punto da portare il dolore e la morte?

Il senso della vita, se c’è, non è universale. Il best-seller per adolescenti (ma non solo) di John Green e il film di Josh Boone non riescono e non vogliono neppure provare a dare delle risposte. Il dato di fatto sono i bambini malati, e il perché non è di questo mondo. Il disegno è svelabile per chi crede, per gli altri rimane oscuro; liberi dalla chiave d’interpretazione, rimane il come sfidare l’ineluttabile e come affrontare quello che esistenzialmente non si spiega. Che non è poco, se hai 16 anni e una malattia grave.

Il film di Boone è quasi completamente riuscito. Sullo sfondo sonoro mélo-pop mette in scena topoi dalla sicura efficacia, come eros e thanatos, il primo amore, l’infinito in un attimo e l’attimo di un infinito, la guerriera che riprende in mano le armi, le possibilità di meraviglia sottratte in modo crudele dalle stelle. È una fiaba medical, con una prima parte di momenti ironici e punti fermi, tra il colpo di fulmine (non dissimile da come era successo per Bella ed Edward di Twilight o per Rose e Jack di Titanic) e il passaggio, in questo caso molto particolare, all’età adulta. Galeotto fu un libro e i due ragazzi si trovarono ad Amsterdam, tra cene a base di champagne e risotto di carote, tra visite turistiche e visite “letterarie”, tra incontri e scontri, perché la città europea è la vita forte da bere come un alcolico e, come proferisce Not About Angels della colonna sonora, “So is it wrong to toss this line”.

La seconda parte, purtroppo, è liquida come il sottogenere-lacrima americano adolescenti&malattie, alla Ballare per un sogno, con la morale sovrimpressa “alternativa al mainstream” ma altrettanto retorica.

Eppure, Colpa delle stelle, sarà per la tecnica emotional, sarà per il tema trattato, sarà perché rispetto al filone di appartenenza ha un “x factor”, arriva al cuore. La protagonista Hazel, principessa con i tubicini di ossigeno, l’abbigliamento sportivo e i capelli corti, è un po’ di noi, è io narrante e “io vivente”, una quasi-donna pronta alla trasformazione finale; Shailene Woodley è sorprendente e intensa, malinconica, forte e introspettiva. Già “morta” anche da viva per la depressione, perché è al quarto stadio di un tumore in remissione ma che le ha compromesso per sempre i polmoni, legge ossessivamente un libro, “Un’imperiale afflizione” che, naturalmente, è autoreferenziale (la storia è molto efficace nel sottolineare che non c’è distrazione nel cancro ma solo autoriflessione, ossia ricerca continua, in questo caso letteraria, di altro cancro). Finché Augustus, collega di sventura incontrato al gruppo di supporto, leggero e naif, genetico superuomo ottimista, la salva da quella che per il libro è “morte” ossia “non vita”, indipendentemente dalla malattia. Il ragazzo ha pochi momenti di debolezza, può sembrare un manuale umano, non è realistico ma funziona da archetipo per convincere il vero personaggio a una reazione. L’ossessione di Gus per l’oblio e per i simboli è portavoce della poetica del regista, che ragiona un film per metafore: Amsterdam, città d’acqua, quell’acqua nei polmoni di Hazel che rischia di ucciderla, lo champagne come catalizzatore di un passaggio, il respirare come emergere da realtà mentali soffocanti, il classico amore che vince sulla morte e la visita alla casa di Anna Frank, una ragazza che sapeva di essere a rischio di vita ma scrivendo ha vissuto. Muore presto chi è caro agli dei, ma la vita è come una coppa di ambrosia da bere fino all’ultima goccia. Come la frase di Giulio Cesare di Shakespeare che ispira l’autore, quando Cassio dice a Bruto: “La colpa, caro Bruto, non è delle stelle, ma nostra, che ne siamo dei subalterni”

Il film, alla fine, parla più di vita che di morte e soprattutto si ferma sul dolore di chi sta accanto o di chi resta, un dolore che spesso, come nel caso dello scrittore-mito sfatato, non serve a niente e non ti rende una persona migliore.

Colpa delle stelle trasfigura il tempo: infinito è anche una notte, se è “vissuta”. Esattamente come il cinema: sai che finirà, ma il cuore ti batte. Questa è la vita.

Voto: 7

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