Tomboy

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Tomboy – Francia 2011 – di Céline Sciamma

Drammatico – 82′

Scritto da Fulvia Massimi (fonte immagine: movieplayer.it)

Nell’estate del suo ennesimo ma forse definitivo trasloco la decenne Laure cerca di fare amicizia con i bambini del nuovo quartiere, assecondandone le certezze sulla sua identità maschile. La bugia, nella quale coinvolge la sorellina Jeanne e l’amica del cuore Lisa, non è destinata a durare: confessare la verità sarà più doloroso e liberatorio del previsto.

In attesa che Queerframe distribuisca in rete Ausente di Marco Berger, vincitore del Teddy Award alla scorsa edizione della Berlinale, arriva sugli schermi nostrani – grazie alla collaborazione congiunta e coraggiosa di Teodora Film e SpazioCinema – il film più amato dalla giuria del festival tedesco, successo di critica e pubblico anche al Torino GLBT Film Festi- val: Tomboy (“maschiaccio”) di Céline Sciamma, delicatissimo raccon- to del difficile passaggio dall’infanzia all’adolescenza e dei turbamenti di un’identità sessuale ancora incerta o fin troppo consapevole di sé.

Con sguardo leggero e poetico ma affatto superficiale, Tomboy si colloca senza banalità nel solco di una cinematografia – statunitense (Boys Don’t Cry) e sudamericana (XXY) prima ancora che europea – interessata ad indagare il superamento dei confini di gender da parte di soggetti “femminili” che non si rassegnano ai limiti imposti dal proprio sesso biologico.

Il genere è in ciò che sei o in quello che fai? L’annosa e dibattuta questione – che negli scritti di Judith Butler trovava la più piena realizzazione critica (è alla filosofa femminista che si deve, d’altronde, la nozione di “genere performativo”) – si estende ad una pellicola capace di far sentire la propria voce con la forza della semplicità. La sceneggiatura, lineare e sintetica, firmata dalla stessa regista, coglie infatti con puntualità un momento fondamentale nella vita della giovanissima protagonista, senza indulgere in conclusioni superflue o valutazioni di sorta, e inquadrando il senso dell’infanzia con una dolcezza che ha del miracoloso.

Raccontare il mondo dei bambini con schiettezza e onestà – cogliendo la bellezza pura e incontaminata del gioco e della libera esplorazione della natura (così come degli spazi domestici) ma anche le ombre, le cattiverie, i pensieri viziati dal sentire comune (una femmina non sa giocare a calcio, non può essere più forte di un maschio) e dall’educazione familiare – non è impresa da poco e Céline Sciamma la accoglie con splendido entusiasmo, dipingendo un ritratto spontaneo e fedele di un universo toccante e al tempo stesso controverso, nel quale sentirsi accettati può essere la più ardua delle conquiste.

Nel ritratto di una famiglia talmente “normale” da risultare non convenzionale – e ben lungi dall’incarnare lo stereotipo della felicità preconfezionata tipica di certi spot pubblicitari come di certa commedia all’americana – la regista francese si fa portavoce di una sensibilità fortemente europea, grazie alla quale la quotidianità dell’esistere assume una dimensione straordinaria e la grazia contenuta nelle piccole cose risulta esaltata e valorizzata. Le preoccupazioni di una madre dalla mentalità apparentemente aperta si scontrano allora con la libertà di un amore paterno completamente privo di pregiudizi e i conflitti, spesso grottescamente ingigantiti fino a svuotarsi di ogni autenticità, ritrovano qui la dimensione contenuta e discreta del reale, al punto che il lavoro della Sciamma sembra configurarsi – negli intenti più che nelle modalità espressive – come uno studio antropologico di carattere documentaristico.

Ed è soprattutto nel rapporto – di una tenerezza disarmante – tra le due sorelle che si respira un’aria familiare, nei segreti e nei sorrisi, negli sguardi complici di due bambine (irresistibile la piccola Malonn Lévana) che sembrano conoscersi davvero, dentro e fuori lo schermo. Poco più che esordiente (ma al suo primo ruolo cinematografico) Zoé Héran interpreta con incredibile credibilità il duplice ruolo di Laure/Michael: sul suo corpo acerbo e magrissimo si collocano i segni di una sessualità già sicura di sé ma forse ancora troppo spaventata per dichiararsi apertamente e sul suo volto – colto nel bel primo piano della locandina originale – un’ambiguità che non genera alcun senso di turbato straniamento.

La naturalezza del sentimento – rappresentato dalla relazione poco più che platonica tra Michael e Lisa – si esprime in immagini pienamente autosufficienti, cariche di valori visivi, enfatizzati dalla bella fotografia di Crystel Fournier, che non attestano la necessità di un accompagnamento sonoro insistito. Come per il suo lungometraggio d’esordio – Naissance des pieuvres, storia di un innamoramento saffico-adolescenziale nei sobborghi estivi di Parigi (un tema, dunque, caro alla regista) – Sciamma fa un uso calibrato e parsimonioso della musica (il brano dei Para One, Always è la sola concessione), collocandola come un’esplosione di gioia nel silenzio costante della contemplazione e della progressiva scoperta di sé.

Toccando temi e stilemi analoghi a quelli affrontati nella sua opera prima, la regista raggiunge però con Tomboy un grado di rarefazione e concisione maggiore, transitando verso la maturità di una pellicola completa e padrona di sé, resa ancor più notevole dalla giovane età della sua autrice. Il linguaggio autonomo di una regia che opera per scomposizione – il corpo, oggetto di studio privilegiato, si frammenta in dettagli fin dalla primissima inquadratura – rivela così la corrispondenza tra una messa in scena consa- pevole e ragionata e una linea di pensiero coerente e continuativa, tesa a perlustrare in tutta la sua complessità la dimensione sfaccettata e metamorfica di una femminilità poliforme, cangiante e mai interamente ripiegata su se stessa.

L’accettazione di sé diventa allora il nucleo portante dell’intera pellicola, un sentimento potente che né i vestiti né gli attributi posticci possono celare o mettere in discussione e che riscopre il gusto di una sincerità prima travestita da bugia bianca. Céline Sciamma non si tradisce nemmeno sul finale: il suo è un film gentile, che emoziona piano, senza invadere la percezione dello spettatore, senza suggerirgli cosa pensare. Se il destino di Laure sia davvero quello definito da un’estate di scoperte febbrili e passioni inedite non è dato saperlo, così come l’effetto che l’arrivo di un fratellino avrà su di lei, ma il sorriso che le illumina il volto nell’ultimo fotogramma del film – prima ed unica esplicitazione di un’identità prima taciuta e rifiutata – sembra dirci che il momento di lasciarla camminare con le sue gambe (e, a malincuore, uscire dalla sala) è davvero arrivato.

Voto: 8

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