L’attimo fuggente

 

Dead Poets Society- 1989– di Peter Weir–Stati Uniti d’America- Commedia/Drammatico– 124′- Scritto da Maurizio Pessione (fonte immagine: Postermania)

Il professor John Keating viene assunto come insegnante di lettere in un severissimo collegio maschile tradizionalista americano. Sin dal primo approccio risulta evidente che il suo metodo d’insegnamento è radicalmente diverso da quello al quale sono stati abituati sin lì i suoi allievi. Egli mira infatti a far emergere le singole personalità, anziché appiattirle come se essi fossero degli esecutori privi di libero arbitrio, spronandoli ad esprimere i loro talenti e le aspirazioni riguardo il futuro, anche se tutto ciò è in contrasto con quanto i genitori hanno già stabilito per loro. Tradizione, Onore, Disciplina ed Eccellenza sono i quattro pilastri educativi, impressi in altrettanti stendardi posti in evidenza durante la pomposa cerimonia d’apertura del film e sui quali si fonda sin dal 1859 il collegio della Welton Academy nello stato del Vermont. Il rettore, nel presentare il nuovo anno scolastico, afferma con evidente orgoglio che il 75% degli allievi che escono da quella severissima scuola trovano la strada spianata per accedere alle Università più prestigiose degli Stati Uniti.

L’ attimo fuggente è il titolo italiano, una delle possibili traduzioni dell’espressione latina Carpe diem che ricorre più volte nel corso del film. Niente a che vedere con l’originale Deads Poets So-ciety, in riferimento alla setta fondata a suo tempo dal personaggio chiave della storia, il professor Keating, che i suoi allievi riesumano nell’occasione cogliendone le istanze di trasgressione e complicità fuori dai canoni sanciti dal rigido istituto che frequentano. Gli stessi valori conservatori che sono condivisi dai loro genitori che su questa poderosa e costosa struttura hanno puntato decisamen-te per soddisfare in primis le loro ambizioni.
O Capitano, mio Capitano! è una locuzione divenuta proverbiale, grazie proprio a quest’opera, così come la figura dell’insegnante protagonista dai metodi così lontani dalla prassi, raffigurata da uno smagliante Robin Williams, rimasto in seguito inevitabilmente legato e segnato da questo personaggio. In realtà si tratta del titolo di una poesia di Walt Whitman dedicata niente meno che ad Abramo Lincoln in occasione della sua morte e che fa parte di una raccolta intitolata Foglie d’erba la quale, più recentemente, è stata ripresa dall’attore-regista Tim Blake Nelson come titolo del suo film Leaves Of Grass, uscito da noi tradotto in Fratelli in erba.

L’ attimo fuggente è la celeberrima performance del regista australiano Peter Weir che evidenzia la ribellione del singolo dagli schemi precostituiti, dalle regole considerate immutabili, per manifestare la sua personalità ed il diritto all’autonomia nelle scelte, laddove esse vengono invece deliberatamente schiacciate ed annullate. Tutto ciò appare ancora più sorprendente perché la storia in questo caso non è ambientata in un paese totalitario, bensì in uno dei più noti fra quelli che si propongono come baluardi della democrazia. Nello specifico tratta dei sistemi formativi che riguardano studenti, adolescenti in via di maturazione, i quali stanno per compiere un passo decisivo per il loro futuro professionale e personale, ma che diventano allo stesso tempo metafora di un più ampio discorso che riguarda l’uomo come individuo in generale ed il suo rapporto con la società civile nel suo insieme. Cosa c’è di più esemplificativo, nell’ambito di uno stato e di una cultura, che un istituto dentro il quale si preparano, o meglio, è il caso di dire, si forgiano le giovani generazioni allo scopo di preparare ed assicurare i suoi stessi dirigenti di domani per autoriprodursi a salvaguardia degli stessi principi?

Ma come si diceva all’inizio, in cambio del privilegio di accedere ad una scuola così prestigiosa e chiaramente finalizzata, nei ragazzi ed i loro genitori deve corrispondere l’assoluta adesione ai quattro pilastri costitutivi: tradizione, onore, disciplina ed eccellenza, senza discussioni e/o tentennamenti. Di fronte ad una tale monolitica forma ideologica, in fondo non molto diversa da quella di stampo militare, dove però le ragioni in quel caso sono più comprensibili, non c’è e non ci può essere spazio per il libero arbitrio, tantomeno per deviazioni di sorta. Lo sanno bene coloro che hanno scelto appositamente questo collegio per i loro figli al fine di poter più facilmente entrare a buon diritto a far parte dell’establishment futuro delle loro stesse aziende e dello stato in senso lato, imponendo ai loro eredi dedizione ed obbedienza assoluta in modo che possano essere plasmati senza cadere in tentazioni fuorvianti, di autonomia e cambiamento, ad esempio.

Figurarsi cosa può accadere e significare per quella scuola l’arrivo di un nuovo professore (che pure è stato in passato un suo brillante allievo) il quale per prima cosa invita i suoi studenti a strappare le pagine introduttive del libro di epica ed a saltare a piè pari interi capitoli per dedicarsi a poeti e filosofi come il già citato Walt Whitman, cantore della libertà individuale; oppure Henri David Thoreau, che ha scritto persino un saggio intitolato Disobbedienza civile o meglio ancora Ralph Waldo Emerson, sostenitore dell’esaltazione del singolo nei rapporti con la natura e la società. Il professor Keating non usa l’atteggiamento serioso e conformista dei suoi colleghi attuali o di quelli l’hanno preceduto, ma un metodo formativo che permette ad ogni suo alunno di sentirsi a suo agio, sbloccando timidezze, inibizioni, stimolando la critica e la libera scelta d’espressione, così che la sua personalità possa autonomamente palesarsi rispetto agli altri suoi compagni. Carpe diem, cogli l’attimo, è il suo credo ed è ciò che presto apprendono da lui i suoi studenti, alcuni di essi perlomeno, dopo l’inevitabile diffidenza per un uomo, prima ancora che loro docente, il quale appare in maniera così evidente fuori dal coro.
Il risultato è devastante per gli schemi conservatori dell’istituto e conseguentemente per gli obiettivi di alcuni genitori, ad esempio il padre di Neil (Robert Sean Leonard) che da quella scuola, visti anche gli oneri economici che comporta, pretende che suo figlio esca trasformato in un uomo a sua immagine e somiglianza per dirittura morale, abnegazione e disciplina.

Egli non è disposto neppure a concepire che suo figlio possa coltivare un talento ed una vocazione diversa da quella che lui ha già stabilito e quindi, nella sua concezione assolutistica, non esiste proprio che un insegnante che utilizza criteri innovativi possa rovinare ciò che ha così faticosamente e decisamente costruito e programmato per suo figlio. Non è tollerabile neppure per il rettore ed il corpo insegnanti che alcuni studenti possano assumere atteggiamenti ed iniziative, come quella della Setta dei poeti estinti, che sono contrastanti rispetto al conformismo e le caratteristiche intrinseche di quel collegio, mettendo in discussione i capisaldi educativi e minando alle fondamenta la granitica metodologia d’insegnamento attuata in quel collegio sin dal principio. Ovvio quindi che la responsabilità del suicidio di Neil venga fatta ricadere completamente sulle spalle del professor Keating, visto come un corpo estraneo che va immediatamente estirpato, alla stregua di un cancro, prima che si possa sviluppare in metastasi inarrestabili. Se un appunto si può fare al film di Peter Weir esso riguarda le perplessità che un insegnante così diverso dagli altri possa entrare con facilità a far parte di un istituto i cui binari ideologici sono così ristretti.

Possibile che il rettore non abbia avuto neppure un sospetto prima di ratificare la nomina del professor Keating? C’è anche un’altra considerazione da compiere nel valutare il significato ultimo di quest’opera, che è diventata una sorta di simbolo del cinema di stampo pedagogico e riguarda alcuni aspetti inevitabilmente contraddittori della visione ottimistica che mette in risalto, la quale si può percepire alla stregua di una vittoria della ragione e della democrazia sulla sopraffazione, la prepotenza e l’asservimento, nonostante il finale amaro. L’esaltazione dell’individualismo in contrasto con gli schemi consolidati di gruppo e d’appartenenza è tipico del cosiddetto sogno americano (del quale i poeti e filosofi citati innanzi sono illustri rappresentanti), ma allo stesso tempo, lo sappiamo bene, può sfociare fatalmente in egoismo, se non è comunque opportunamente correlato a principi etici, culturali ed ideologici volti al bene comune. L’individualismo infatti mal sopporta le interferenze sui suoi interessi personali da parte degli altri individui e della società in generale.

Nel tenerne conto bisogna però considerare che in tal caso le tematiche proposte da quest’opera si ampliano e complicano ulteriormente, probabilmente in maniera eccessiva rispetto alle intenzioni degli stessi autori. Peter Weir, che è da sempre attento ad argomenti di grande impatto morale, etico e religioso sin dai tempi di Picnic ad Hanging Rock, Witness – Il testimone e, soprattutto, The Truman Show ha ottenuto un grande successo internazionale con L’ attimo fuggente grazie, ma non solo ovviamente, al personaggio di questo insegnante che tutti vorrebbero incontrare nel corso della loro vita scolastica; così come si possono elencare alcuni momenti di grande suggestione formale ed emotiva. Come dimenticare ad esempio il toccante finale con gli studenti i quali, uno ad uno, rischiando persino l’espulsione dall’istituto, salgono in piedi sui loro banchi ed affermando la celebre locuzione di Walt Whitman O Capitano, mio Capitano! dimostrano la loro riconoscenza al professor Keating, nel momento in cui egli è costretto a lasciare l’istituto dopo essere stato rimosso dall’incarico?

Oppure le lezioni in aula durante le quali ognuno dei ragazzi diventa protagonista attivo, non più un contenitore che assorbe passivamente quello che gli viene trasmesso. Oppure ancora quando Robin Williams, attraverso alcuni escamotage didattici (la marcia dentro il colonnato come allegoria dell’anticonformismo; la partita di calcio, preceduta dalla distribuzione ad ognuno dei biglietti sui quali sono riportati versi poetici da declamare, mentre un giradischi diffonde le note di una sinfonia di Beethoven, al termine della quale Keating viene addirittura issato in trionfo) riesce ad ottenere tutto l’impegno e la partecipazione dai suoi allievi, guadagnandosi contemporaneamente rispetto e stima, grazie ad un linguaggio e modi ad essi familiari che raggiunge più facilmente lo scopo di aprire loro le menti. Il romanticismo che è insito nella fuga notturna dall’istituto, fra le brume del bosco, da parte del gruppo di studenti decisi a riesumare La setta dei poeti estinti dentro la grotta ed infine la sequenza del confronto a senso unico a casa fra Neil e l’inflessibile padre, con il drammatico epilogo notturno che ne segue. Tutti questi ed altri ancora sono momenti di grande impatto narrativo.

Stiamo parlando insomma di un’opera che nel suo genere è diventata meritatamente un punto di riferimento e che si avvale, oltre alla grande performance di Robin Williams, di una schiera di giovani interpreti fra i quali un quasi esordiente Ethan Hawke nei panni di Todd, lo studente più timido della classe, che è invece il primo a salire sul suo banco per dimostrare al professor Keating che il pur breve periodo trascorso assieme non è stato vano. L’espressione del professore, stupita ed orgogliosa, anticipa il breve e semplice commiato: “grazie figlioli… grazie!” che rappresenta una sequenza di grande commozione (ancor di più sottolineata dalle suadenti musiche di Maurice Jarre) ed il più grande successo che un insegnante possa aspirare di ottenere dai propri allievi. Come disse il poeta Robert Lee Frost, citato in precedenza dallo stesso Keating: “due strade trovai all’inizio del bosco ed io scelsi quella meno battuta ed è per questo che sono diverso…”

Voto:9

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