La sposa promessa

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Lemale et ha’halal – Israele 2012 – di Rama Burshtein

Drammatico/Romantico – 90′

Scritto da Federica Banfi (fonte immagine: imdb.com)

Shira Mendelman (Hadas Yaron) è la figlia diciottenne del rabbino di una comunità ebrea ortodossa di Tel Aviv e sta per realizzare il sogno di ogni ragazza perbene: sposarsi. Tuttavia, in seguito alla morte di parto della sorella Esther durante la festività di Purin, Shira si trova costretta a decidere se sposare il marito della sorella, Yohai (Yiftach Klein), e fare da madre al nipotino, o seguire la propria volontà.

Sin da piccoli il cinema ci insegna che il matrimonio è a conti fatti il coronamento di un percorso di due innamorati, a volte ostacolati, molto spesso sfortunati, ma che infine riusciranno a riscattarsi e a vivere per sempre felici e contenti. Poi, crescendo, ci si dedica a filmografie diverse, e si comprende che non esiste solo la felicità, ma anche la separazione, il dolore e, talvolta, la morte. Ma rimangono poche quelle pellicole che, oltre a raccontare una romantica vicenda, insegnano anche che esistono doveri e sofferenza. È questo il caso di Lemale Et Ha’Chalal – Fill the Void, presentato in concorso a Venezia 69, opera prima della regista Rama Burshtein, che ci conduce all’interno delle dinamiche di una famiglia cassidica ortodossa, raramente rappresentate sul grande schermo, alla gioiosa ricerca di un buon marito per la figlia Shira, ma sconvolta successivamente dalla perdita della primogenita.

Rama Burshtein racconta con delicatezza e un tocco di femminilità la tragedia della morte di una sorella, introducendo al tempo stesso il dilemma interiore della dolce Shira, combattuta tra il dovere di sorella minore, pronta a sposare il cognato, e ad occuparsi del nipote rimasto orfano di madre, e il dolore di sentirsi una sostituta, non quasi moglie, ma rimpiazzo. La maestria della regista nella ripresa dei primi piani del morbido viso di Hadas Yaron, e la disperata espressività della stessa protagonista, toccano profondamente lo spettatore, che riesce, nonostante differenze culturali e religiose, ad entrare agevolmente in una mentalità totalmente estranea alla propria, partecipando direttamente alla sofferenza della giovane ragazza. Non ci preoccupiamo delle differenze culturali, ma riusciamo immediatamente a comprendere il perché della confusione e del dolore della ragazza, entusiasta all’idea di sposarsi, già quasi innamorata del suo scono- sciuto futuro marito, ma moralmente costretta a dedicarsi al cognato e al nipotino. Cullati da canzoni tradizionali, inquadrature corte e una fotografia eterea e candida che ben sottolinea lo spaesamento della protagonista, la Burshtein ci accompagna silenziosamente alla scoperta di un mondo diverso, nuovo, che però, grazie alla sua bravura, percepiamo come famigliare, rendendoci consapevoli dell’esistenza di diversi tipi di amore, che molto spesso non riusciamo a riconoscere come tali.

Voto: 8

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