A proposito di Les Misérables

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Scritto da Enrico Cehovin (fonte immagine: brooklynfilmfestival.org)

Nel quartiere di Parigi dove Victor Hugo aveva scritto “I miserabili” molto sembra non essere cambiato. Anche se le etnie sono diverse, le bancarelle e i mercanti ci sono ancora, gli ex forzati lottano ancora per trovare un nuovo impiego, i monelli di strada sono sempre là e – come nel film stesso ci viene suggerito – oggi come oggi la madre di Cosette potrebbe tranquillamente essere un’impiegata delle poste. Il furto di un cucciolo di leone dal circo degli zingari però innesca la ricerca di un colpevole, il cui sospettato è un bambino africano. Aumentano così le tensioni tra la comunità zingara e quella nera, mediate con violenza da tre poliziotti in borghese che contribuiscono ad incrementare gli attriti.

In Les Misérables, Ladj Ly estende il suo corto omonimo del 2017 il cui intento era porre l’attenzione sullo strapotere della polizia, violenta e al di sopra della legge, sorpresa e ripresa da un drone che ne testimonava il comportamento scorretto. Lo stesso avviene in questo lungometraggio: infatti è proprio un drone a riprendere la flash-ball sparata gratuitamente da un poliziotto sul bambino colpevole del furto. L’aggiornamento del corto e la sua tempestiva adesione al suo tempo sta anche nella precisione della scelta dell’arma, che da una comune pistola diventa una LBD, la pistola lancia flash-ball attualmente tanto discussa per il suo utilizzo contro i gilet gialli da parte della polizia francese.

Ladj Ly dosa bene la camera a mano inframezzandola alle riprese del drone, perfettamente integrate e capaci da sole di esprime il potere dell’immagine che, in mano al singolo individuo, è in grado di smascherare e mettere in crisi un sistema marcio. Altrettanto bene dosa passato e presente, coniugando l’urgenza di raccontare i contrasti della Francia urbana di oggi e la memoria storica de “I miserabili”, ovvero tendendo ben a mente che situazioni e sentimenti simili dilagavano nei medesimi luoghi due secoli fa. Il romanzo di Hugo per Ladj Ly, infatti, non è un testo da adattare al cinema ancora una volta, bensì un testo da cui trarre spunto e da cui trarre lo spirito per parlare della Francia di oggi, con precisi riferimenti al testo d’origine, ma creando una storia nuova adatta a raccontare le attuali dinamiche sociali e di potere. È difficile non vedere il bambino protagonista come un moderno Gavroche o i poliziotti come moderni Javert. Inoltre, per rafforzare la sua idea, si avvale di un’interessante fotografia digitale modellata su una grading di colori che rimandano a “La Libertà che guida i popoli” di Delacroix particolarmente evidente nella rivolta sotto l’arco di trionfo mostrata nel prologo che rende alla perfezione l’eco della rivoluzione monarchica del 1832.

Ne risulta un film efficace, potente e in grado di argomentare il possibile epilogo già scritto dalla Storia del tempo che stiamo vivendo.

Voto: 7

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