A proposito di Sorry we missed you

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Scritto da Enrico Cehovin (fonte immagine: mymovies.it)

A 3 anni di distanza da I, Daniel Blake, Ken Loach torna negli stessi luoghi, a Newcastle, questa volta per raccontare la storia della famiglia Turner. Ricky, il padre, corriere, Abby, la madre, badante, Seb, il figlio maggiore in piena adolescenza con problemi scolastici e Liza Jane, la piccola della famiglia. Immersi nei debiti fino al collo Ricky ed Abby lavorano 14 ore al giorno, come hanno fatto tutta la vita, arrivando comunque a stento  a fine mese.

I problemi dell’Inghilterra proletaria per Ken Loach sono sempre gli stessi, è solo la tecnologia a cambiare. Ed è proprio questo lo spunto più interessante di Sorry We Missed You, che porta il regista inglese a scegliere con grande cura la professione dei suoi protagonisti.

Quella di Abby che fa la badante con contratto a chiamata. Lavora più ore dell’orologio, ma non ha mai una vera sicurezza lavorativa. Si prende cura delle persone che accudisce, sicuramente molto di più di quanto facciano i parenti che hanno deciso di trascurarle, e per raggiungere le varie abitazioni, dovendo muoversi con i mezzi pubblici, impiega ore che non le vengono pagate.

Ma è quella di Ricky la più interessante e la meglio approfondita. Il sogno di Ricky di lavorare in proprio si realizza solo in parte, se così si può dire. Lavora infatti come corriere presso una ditta di consegne in franchise, che gli riserva tutti gli oneri e non gli onori di lavorare in un’azienda e tutti gli svantaggi e nessun vantaggio di lavorare in proprio. Il furgone lo mette lui, i tempi delle consegne li mettono loro. Continuamente sotto pressione, costantemente geolocalizzato, si trova persino a dover orinare in una bottiglia di plastica per economizzare tempo.

Ciò che hanno in comune i due lavori, e che porta a trarre delle conclusioni generali, è che evidenziano una propensione che spinge sempre più all’abbandono del lato umano – sia tra cliente e impiegato, sia tra datore di lavoro e dipendente – e una mole di lavoro, sia in termini di ore che di quantità fisica, che consuma mente, corpo, animi e rapporti, e tutto ciò non può far altro che aumentare la pressione all’intero del nucleo familiare, sistema isolato dove l’entropia non può far altro che crescere.

In fin dei conti il vero centro d’interesse di Ken Loach è proprio il rapporto tra lavoro logorante e famiglia, dove il primo non può far altro che compromettere progressivamente e irrimediabilmente la seconda.

Il limite di Sorry We Missed You, purtroppo, sta proprio nell’aver calcato troppo sui rapporti familiari, finendo per sondare territori già noti, senza snocciolare fino in fondo le caratteristiche lavorative, dettagliate all’inizio ma via via  lasciate più sullo sfondo, per virare invece su una serie di sfortune capitate alla famiglia – un furto, un’incomprensione – che affidano troppo al Caso le redini di un percorso scritto dalle azioni.

Voto: 5

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