A proposito di Mektoub, My Love: Intermezzo

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Scritto da Enrico Cehovin (fonte immagine: movieplayer.it)

Cominciamo col dire che Mektoub, My Love: Intermezzo è inscindibile dal suo precessore. Mektoub, My Love: Canto Uno, il capolavoro che Abdellatif Kechiche presentò a Venezia nel 2017, filmava il fluire della vita di un gruppo di ragazzi nel Sud della Francia nel corso di un estate tra spiaggia, discoteca e pulsioni giovanili.

Mektoub, My Love: Intermezzo, questo secondo capitolo di una trilogia che si conluderà con Mektoub, My Love: Canto Due, riprende il racconto negli stessi luoghi, nello stesso periodo, a due anni di distanza.

Kechiche non si replica e cambia radicalmente la struttura in questo intermezzo, molto più libero, astratto, cubista, dividendo le 3 ore e 25′ di durata – almeno nella versione presentata al 72° Festival di Cannes – in sole 2 scene, una prima in spiaggia da 35′, una seconda in discoteca da 2 ore e 45′, più un prologo e un epilogo.

Kechiche fa delle due macrosequenze la quintessenza delle due situazioni principe presenti nella sua filmografia: il dialogo durante il pasto e il ballo.

La scena della spiaggia infatti introduce nel gruppo una nuova arrivata, Marie, diciottenne di Parigi in vacanza, esattamente come succedeva con Céline e Charlotte in Canto Uno, e buona parte del dialogo si accompagna all’assaggio dei prodotti della fattoria di Ophélie.

La scena della discoteca invece, ovviamente, lascia tutto lo spazio al ballo e alla sua estenuante ripetitività. Attraverso lo sguardo di Amin, tornato momentaneamente dai suoi studi a Parigi, Kechiche ribadisce e massimizza quel senso di non appartenenza ad un ambiente, ad una situazione che aveva accennato nella scena in discoteca verso la fine di Canto Uno. Kechiche dilata il tempo, ripete gesti, azioni – provarci indiscriminatamente con chiunque, dimenare incessantemente le natiche sul cubo, ordinare da bere in continuazione – e suoni – Voulez-Vous degli ABBA si sente per ben quattro volte – e vi immerge Amin, in uno stato di quasi non-presenza, avvolto ma distante dal fluire orgiastico che lo circonda (“Smettila di fissare, vivi.” gli viene rimproverato).

Tutto resta esattamente com’è: le persone, gli ambienti, le relazioni, le attività, i comportamenti. A cambiare è solo lo sguardo, quello di Kechiche e di Amin per lui. Ma cambiando lo sguardo, tutto cambia. La spensieratezza degli amori estivi, giovanili, lascia così spazio a un senso di routine, di noia, di ripetitività, di disagio, e la voglia di conoscersi e l’eccitazione lasciano il posto a situazioni già note e distacco. 

A fare da cornice a tutto questo ci sono un prologo ed un epilogo contrapposti, il primo che ricorda l’interesse di Amin di immortalare la vita con la sua macchina fotografica, il secondo che sancisce anche Amin vittima di quella statica e sempre uguale a se stessa realtà.

Ad essere ripreso dunque è ancora lo scorrere della vita, ma la vita, in quanto ripetitiva, è statica.

Mektoub, My Love: Intermezzo è una lunga parentesi – un’intermezzo, per l’appunto – un’enorme preludio alla fine dell’estate, una vera e propria pausa nella narrazione, dove tutto per un lungo momento resta esattamente com’è in attesa che il fatalismo – mektoub, “ciò che è scritto”, che viene finalmente citato esplicitamente più volte – si manifesti in Mektoub, My Love: Canto Due.

Voto: 8

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