Once Upon A Time In… Hollywood

52854660_300391310639711_3959614978929553350_n

Once Upon a Time … in Hollywood – Stati Uniti/Regno Unito 2019 – di Quentin Tarantino

Drammatico – 159′

Scritto da Enrico Cehovin (fonte immagine: imdb.com)

Nel corso degli anni Quentin Tarantino ha dichiarato più volte che il suo desiderio è quello di dirigere 10 film prima di ritirarsi. 10, il numero perfetto per lasciare un numero sufficiente di film indimenticabili ed essere ricordato come uno dei più grandi registi – e artisti – della storia del cinema.

Once Upon A Time In… Hollywood, presentato il 21 maggio 2019 al 72° Festival di Cannes, a 25 anni esatti dalla prima di Pulp Fiction che gli era valso proprio la Palma d’Oro, è il suo 9° lungometraggio. Eppure avrebbe potuto essere il suo ultimo.

Sono tanti i grandi registi che, giunti in coda alla loro carriera, hanno deciso di raccontarsi più o meno velatamente attraverso il mezzo che per una vita hanno impiegato per raccontare. Basti pensare a Il compromesso di Elia Kazan – guarda caso del 1969 – o The Other Side Of The Wind di Orson Welles. Ma a differenza dei suoi illustri predecessori – o colleghi, come Pedro Almodovar con Dolor Y Gloria e Abel Ferrara con Tommaso, come abbiamo potuto aver modo di vedere allo stesso festival di Cannes – che per confessare la loro vita e la loro vita come cineasti creano un proprio alter ego ed affidano ad un unico personaggio protagonista il peso della metafora e il ruolo di filtro per ricondurre tutto al suo regista, legandoli con una funzione biunivoca, Tarantino fa qualcosa di diverso: al centro del discorso ci mette direttamente il suo cinema. Non si guarda un ritratto dallo spioncino, si guarda l’affresco direttamente.

L’eminenza grigia in Once Upon A Time In… Hollywood non è un personaggio, è un genere. Il suo preferito. Quello che Tarantino ha saputo declinare in tutte le sue forme. Il western.

L’incarnazione del genere si manifesta dapprima in Leonardo Di Caprio, che interpreta Rick Dalton, star fittizia della serie televisiva western Bounty Law, in voga a cavallo tra la fine degli anni ’50 e gli inizi dei ’60. Ormai non più attore di punta, per restare a galla partecipa a comparsate e produzioni minori che gli vengono proposte. Accetta infatti il ruolo di antagonista in un nuovo western a basso budget. In queste due fasi Tarantino ripercorre il il vecchio western in bianco e nero sfruttato, stanco e divenuto ormai serie tv – Rawhide è la prima controparte reale che viene da confrontare – e nella seconda ripropone un stanco e disadorno western di fine anni ’60 sbagliando volutamente continuamente i raccordi, continuando a entrare e uscire senza stacchi dal film nel film.

Ed è adesso che avviene il salto.

L’incarnazione del western si sposta da Dalton a Cliff Booth, la controfigura di Dalton interpretata da Brad Pitt. Booth, nel 1969, si trova infatti a ispezionare il ranch della Famiglia Manson per assicurarsi che il proprietario, George Spahn, suo vecchio conoscente, stia bene e non sia vittima della Famiglia Manson. Tarantino mantiene il genere, ma non siamo più nel film nel film. È salito di un grado siamo “solo” nel film. Il ranch di Spahn diventa scenario western, sembra quasi il ranch di McBain di C’era una volta il West di Sergio Leone, e l’ispezione, che raggiunge un livello di tensione vertiginoso, puro, perfetto, viene ripresa come la perlustrazione di una città fantasma che fa da sfondo per un duello subito fuori da un saloon. Non più una caricatura, non più un errore.

Tutto viene traslato: i personaggi, l’ambiente, l’epoca, la realtà. Resta solo il genere in tutta la sua purezza.

Ed è proprio attraverso il genere che Tarantino sceglie di raccontare un preciso momento storico, la fine di un’era, raccontando allo stesso tempo la storia del genere e i suoi infiniti impieghi (ripensiamo anche solo ai suoi ultimi 3 film: The Hateful Eight è un western sulla neve in cui i paesaggi da CinemaScope non sono più la Monument Valley ma gli interni di una baita e i primi piani; Django Unchained è un southern; Bastardi senza gloria è prima di tutto un western, a cambiare sono solo i costumi).

Le vicende fittizie di Rick Dalton e Cliff Booth, che Tarantino sceglie come protagonisti della sua Hollywood del ’69, sono solo alcune di quelle che la animano, la Hollywood di Steve McQueen e Bruce Lee, di Roman Polanski e Sharon Tate di cui Rick Dalton è vicino di casa. E come per Sergio Leone la fine del vecchio West era un’epoca passata da raccontare con nostalgia, un momento di grandi cambiamenti da narrare con tono crepuscolare, così lo è la fine della Hollywood classica (e l’imminente avvento della New Hollywood) per Tarantino. Come è facilmente intuibile dal “C’era una volta…” del titolo, Tarantino ci racconta una fiaba, e come ogni fiaba che si rispetti non può non terminare con un “…e vissero felici e contenti.” ben consapevole che il lieto fine del cinema è evasione della realtà. Solo momentanea. Con la differenza sostanziale che mentre la Storia non può essere modificata, la Storia nel Cinema e la Storia del Cinema possono esserlo. Per questo Tarantino si permette di riscrivere la prima e rivalutare e nobilitare la seconda.

Voto: 9

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Creato su WordPress.com.

Su ↑

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: