Viaggio sola

locandina-66

Viaggio sola – Italia 2013 – di Maria Sole Tognazzi

Drammatico/Romantico – 85′

Scritto da Alice Grisa (fonte immagine: mymovies.it)

Irene è una quarantenne single che lavora come ispettrice di alberghi di lusso. Passa da una camera all’altra, in giro per il mondo, senza radici fisse. Ad aspettarla ci sono l’amico del cuore Andrea e la sorella musicista con marito e figli. Un evento inaspettato costringerà Irene a riflettere e a mettere in discussione la sua vita.

Viaggio sola è una storia di intangibilità. Irene è come la Irena di cui scriveva Milan Kundera, che andò alla finestra per assaporare, nella calma ritrovata, la libertà della solitudine.

Viviamo soli, moriamo soli, tra l’incertezza del futuro, l’indeterminatezza di un presente nomade e i punti di riferimento liquefatti. Da un albergo all’altro, la vita dislocata non è la manifestazione di un disagio ma la forza della scelta. L’offerta è luxury ma scadenzata; si riazzera, come l’eterno presente, per ricomporsi da un’altra parte: altri cieli, altre persone, altre cose.

Margherita Buy è un’Irene nevrotica light. Guerriera dall’armatura scintillante, entra in posti da favola allo scopo di decomporli cercando l’errore nel livello di cottura delle patate o nell’inadeguato posizionamento delle pantofole, esattamente come se cercasse, grattando via la superficie sfavillante, le falle della troppo decantata stabilità borghese (la vita della sorella divisa tra casa, famiglia e figli). Lo scontro è pieno di contraddizioni, come il piacere fugace e colpevole del junk food versus un’alimentazione rigorosa e bilanciata. Come George Clooney di Tra le nuvole, Irene è una “roomer seriale” che trova in tutte quelle stanze il senso di casa proprio perché non sono casa. Il volo interminabile come instabilità emotiva nel film di Jason Reitman in questo caso è problematizzato in modo diverso: intrappolata tra le mura della camera da letto (sono tante camere, ma alla fine è come se fossero una sola), Irene è spalle al muro nel suo stesso rifugio ed è costretta a mettersi in discussione senza risparmiarsi ed essere ri- sparmiata da colpi bassi. Quarantenne anticonvenzionale e antistrutturalista (circondata da mogli e madri e consapevole che non potrà mai essere il prodotto che la società richiede), cerca il proprio lasciapassare nella logica (“Ma non è mica obbligatorio fare figli!”) o in una sigaretta su una terrazza di Marrakesh, tra solitudine e libertà. Al fianco della Buy troviamo un Accorsi spalla e non comprimario, ex fidanzato e amico di Irene, l’uomo comune in crisi che sceglie una casa squallida e un figlio non cercato come ul- tima occasione per una vita codificata “normale”. La fotografia nitida, i carrelli e uno stile di ripresa che alterna nervosismo a equilibrio compongono un ritratto di signora anticonformista rispetto ai reticolati predefiniti, sociali come cinematografici.

Il punto di forza del film è l’accostamento dei Leading Hotels of the World. L’esistenzialismo prende forma nel lusso e l’autoriflessione acquista una leggerezza che dà il tocco più apprezzabile alla room-com. La regista è perfettamente bilanciata tra ironia e malinconia, e il risultato è un mood blusy che prosegue usciti dalla sala, fino al parcheggio, fino allo stop o al semaforo rosso sulla strada di casa.

La pecca può trovarsi nella gestione dei tempi del racconto: l’evento che scatena la crisi di Irene forse avrebbe dovuto arrivare prima e non nell’ultima parte di pellicola, per risolversi (troppo) velocemente oltre che facilmente. Si riabilita nel finale, risolutivo ma carico di promesse.

Perché le chiavi non sempre devono portare a un bilocale arredato Ikea: possono anche aprire e chiudere i lucchetti delle valigie, possono serrare l’individualità oppure spalancarla nella febbrile ricerca di sé stessi.

Voto: 7

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