Lady Vendetta

locandina-67

Chinjeolhan geumjassi – Corea del Sud 2005 – di Chan-wook Park

Drammatico/Crime/Thriller – 115′

Scritto da Fulvia Massimi (fonte immagine: mymovies.it)

Dopo aver scontato tredici anni di carcere per un crimine non commesso (il rapimento e l’uccisione di un bambino), la “dolce” Geum-ja – che in prigione si è conquistata la nomea di santa – rivela la sua vera natura, fredda e spietata. Determinata a ritrovare l’uomo che l’ha trasformata in un’assassina e ad avere la sua giusta vendetta, scoprirà orrori che non aveva ancora immaginato.

Se il motto latino recita “dulcis in fundo” ci sarà pure un perché. Sembra saperne qualcosa Chan-wook Park che con Lady Vendetta mette la ciliegina sulla torta – è proprio il caso di dirlo – della sua trilogia di culto, inaugurata nel 2002 con Mr. Vendetta e proseguita (magnificamente) l’anno successivo con Oldboy. E sebbene il regista coreano non segua alla lettera i propositi della sua (anti) eroina – decisa a lasciarsi “il meglio per ultimo” – e realizzi già con il secondo capitolo della saga il suo assoluto capo- lavoro, Lady Vendetta si conferma degna conclusione di una triade cinematografica irrinunciabile.

In concorso alla 62esima mostra del cinema di Venezia (dove ha ricevuto il leoncino d’oro), il sesto lungometraggio di Park brilla per lucidità e coerenza, concludendo alla perfezione il trittico compositivo dedicato al tema della vendetta attraverso espliciti richiami ad entrambi i capitoli precedenti, in particolare al primo.

Come l’indimenticabile Dae-su di Olboy, anche Geum-ja ha sperimentato l’orrore claustrofobico della reclusione – trasformato nel suo caso in una recita buonista con toni da sit-com strappalacrime – ma è alla filosofia pragmatica dell’anarchica Yeong-mi di Mr. Vendetta che la “santa” si rifà apertamente, citando la distinzione tra “rapimenti buoni e rapimenti cattivi” a spiegazione del proprio gesto. “Quel che si dice far quadrare il cer- chio”, avrebbe chiosato Beatrix Kiddo.

Strutturando la propria trilogia come una sorta di ringkomposition, Park mette in atto un dispiegamento di autocitazioni tali da giustificare la stima incondizionata di Quentin Tarantino (folgorato, a Cannes, proprio da Oldboy) nei suoi confronti. Lungi dal voler istituire un parallelismo – per non dire un’analogia – tra il duplice volume “vendicativo” del regista americano e il lavoro del cineasta coreano, e ammettere di conseguenza una linea continuista tra il pulp occidentale e il cinema orientale, l’affinità di vedute tra l’autore emblema del postmodernismo cinematografico made in usa e Chan-wook Park è innegabile.

Basterebbe considerare l’assegnazione dei ruoli in Lady Vendetta per farsene un’idea. Giocando a carte scoperte con il suo pubblico – al quale, va detto, Park non risparmia né regala mai nulla – il regista di Seul affida agli attori-icona del proprio cinema le parti più inaspettate, secondo la logica dantesca del contrappasso. I due antagonisti di Mr. Vendetta il sordo-muto Ryu (Shin Ha-kyun) e il padre devastato dal dolore Park Dong-jin (Song Kang-ho) – si trasformano in una coppia di assassini assoldati dal glaciale Mr. Baek e ad interpretare la nemesi di Geum-ja – un maestro elementare paradossalmente infastidito dai bambini – è nientemeno che Mink-sik Choi, l’attore che nei panni dell’old boy Dae-su ha conquistato presso i cinefili di tutto il mondo (la distinzione tra Oriente e Occidente ha qui poca ragion d’essere) uno status iconografico pari a quello della Sposa tarantiniana. Geniale, poi, l’impiego di Byeong-ok Kim – l’ossigenato Mr. Han di Oldboy – nel ruolo di un predicatore dall’improbabile pettinatura e dall’indole assai poco “cristiana”, nonchè di Ji-tae Yu – implacabile torturatore di Dae-su – in un folgorante cameo conclusivo.

Regina della scena è però Yeong-ae Lee, il cui volto cristallino – stupendamente in bilico tra l’angelico e il demoniaco – è in grado di incarnare magistralmente, perfino in un lunghissimo primo piano inespressivo, l’indole schizofrenica di Geum-ja: la santa benefattrice dallo sguardo limpido e sincero (anche quando uccide) e la “strega” dagli occhi bistrati di rosso sangue (“per sembrare meno innocente”). E’ in lei che si esplica e infine si annulla la natura dei personaggi ritratti da Park: soggetti che “incolpano gli altri dei propri peccati perchè rifiutano di assumersene la responsabilità”.

Se l’imperscrutabile Baek, con il suo aspetto da “uomo comune”, è il simbolo di un orrore ingiustificato che germina silenzioso e latente nel ventre del vivere civile (“In questo mondo non esiste nessuno che sia perfetto” è la scusa per le sue aberrazioni), Geum-ja rappresenta lo stadio ultimale della colpa e della redenzione. Nella struggente confessione alla figlia Jenny, tradotta estemporaneamente da Baek – qui, come in Mr. Vendetta, l’uso creativo della lingua (parlata e scritta) la rende coefficiente filmico fondamentale – la donna, la madre (questo il significato del suo nome), ammette il proprio peccato e si dichiara pronta ad espiarlo. Se tale espiazione (atonement) debba poi avvenire tramite violenza e morte ha ben poca importanza: il sangue versato per lavare la colpa – propria e/o altrui – è d’altronde una costante della trilogia.

Meno cruento dei capitoli precedenti – la morte, se in campo, è lenta e meticolosa (la vendetta sulla compagna di cella lesbica e tirannica), mentre fuori campo è affidata alla facile immaginazione spettatoriale – Lady Vendetta presenta la resa dei conti in termini più razionali e chirurgici, quasi “tayloristi”, senza però rinunciare a farsi portavoce dell’intramontabile principio babilonese dell'”occhio per occhio dente per dente”. Park, vaccinato contro facili moralismi e scrupoli di coscienza, si avvale del registro a sé più congeniale: il grottesco, mettendo in scena un finale langhiano in cui i conflitti di classe della società coreana – altro topos ricorrente della sua filmografia – esplodono e al contempo si riappacificano.

Come i criminali sottoproletari di M – Il mostro di Dusseldorf si stringevano attorno al pedofilo Beckert inneggiando al linciaggio e rifiutando l’intervento della polizia, così i genitori delle vittime di Baek si coalizzano contro il “mostro” per farsi giustizia da sè, aiutati da un detective troppo sensibile per non essere connivente. Quella tra poveri e ricchi è una distinzione ormai priva di senso: davanti al dolore della perdita e alla totale assenza di leggi tutti diventano uguali. Senza però rinunciare ad ordine e pulizia.

Allontanandosi dalle angolazioni stravolte, dai silenzi soffocanti e dai toni luministici, freddi e mortuari, di Mr. Vendetta, Park recupera invece da Oldboy le cromie esasperate, calde e viscerali, e le melodie struggenti degli archi di Vivaldi, riducendo al minimo gli interventi deformanti della macchina da presa a favore di una maggior rarefazione e compostezza geometrica dell’immagine. La mescolanza di registri discorsivi differenti – dal comico più surreale al lirismo più tragico passando attraverso le cangianti sfumature del crudo realismo – resta l’idioma privilegiato di un regista per cui la lingua della violenza è l’unica in grado di far passare l’onestà dei sentimenti umani.

Maternità e solidarietà si impastano (fin dai magnifici titoli di testa) con l’inevitabile ingiustizia di un mondo feroce e vorace, che mette alla prova e divora, masticando e distruggendo coloro che non sono abbastanza forti da contrastarlo – e di cui fanno le spese le creature più innocenti (la violenza sui bambini è un tabù che il regista/sceneggiatore infrange consapevolmente e con un intento dichiaratamente accusatorio). Sotto una cascata di neve, nella strada vuota di una città metafisica – sono gli spazi spopolati e disumanizzati il territorio d’elezione del cinema di Park – il bianco puro e innaturale di un dolce glassato ha il potere di restituire l’anima immacolata ad una martire che non potrebbe essere meno cristiana. Il silenzio immobile è quello di un angelo di passaggio.

Voto: 8

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