Il labirinto del silenzio

locandina-68

Im Labyrinth des Schweigens – Germania 2014 – di Giulio Ricciarelli

Drammatico/Storico – 124′

Scritto da Maria Vittoria Novati (fonte immagine: mymovies.it)

È il 1958 e il giovane procuratore Johann Radmann è intenzionato a trovare la verità sui crimini commessi da importanti personaggi pubblici che durante la Seconda Guerra Mondiale hanno collaborato col regime nazista. Ben presto si scontrerà con le resistenze del potere e capirà che la trama di delitti e responsabilità è ancora più complessa di quello che crede e che potrebbe coinvolgere anche la sua famiglia.

Avete presente quando a scuola gli insegnanti dicevano “il ragazzo è intelligente ma non si applica”? Qualcosa del genere è avvenuto anche con il film di Giulio Ricciarelli.

1958: Johann Radmann, interpretato da un bravo Alexander Fehling, è un giovane avvocato che lavora alla procura di Francoforte, ma si occupa solo di piccoli casi di tassazioni non pagate e multe stradali. Quando un giorno un giornalista arriva in procura denunciando la presenza di una ex SS (che ha lavorato ad Auschwitz durante la guerra) in una scuola, come insegnante di bambini, Johann inizia a incuriosirsi e ad approfondire una questione che fino a quel momento tutto il mondo intorno a lui, politico e non, si ostina a nascondere come con la polvere sotto il tappeto. Grazie alla sua tenacia e alla tutela del suo procuratore capo, Johann aprirà letteralmente un vaso di Pandora rispetto a quanto avvenuto nel campo di sterminio in Polonia. Vero tema di questo film è la presa di coscienza. Johann rappresenta il prototipo della generazione nata sotto il Nazismo ma non connivente con esso perché troppo giovane (il procuratore dirà a Johann: “tu sei del ’30, non sei stato toccato da quel male”) e del suo dover soppor- tare un senso di colpa per le colpe non loro, ma dei padri. Da questo punto di vista la storia è ben costruita. Lo sviluppo di Johann da avvocatucolo (preciso e candido, volenteroso di far carriera e rispettoso delle leggi in maniera finamai pedante), a vero e proprio uomo – nel senso più alto del termine, ovvero di colui che diventa adulto perché si pone di fronte a dei quesiti fondamentali nell’esistenza di ciascuno di noi: il bene e il male, quale sia il confine tra giusto e sbagliato, l’etica e la morale – è credibile e permette allo spettatore di entrare in empatia con il personaggio. Anche il contesto storico è ben delineato: di lì a poco si sarebbe alzato il muro di Berlino acuendo così la Guerra Fredda, e Frankfurt am Main è una città dell’Ovest frivola e spensierata, nella quale i suoi abitanti vogliono pensare a svagarsi e divertirsi; nessuno vuole soffermarsi sul passato. Nessuno vuole che si sappia quanto è accaduto in un lager sperduto nella campagna polacca. Johann arriverà a comprendere che nella vita non tutto è bianco o è nero, che esiste un’amplissima zona grigia nella quale le persone, se messe in condizioni estreme, agiscono nelle più svariate maniere. Capirà infine che non può essere lui (leggasi: la sua generazione) l’agnello sacrificale per l’espiazione delle colpe della generazione precedente. Espiazione che non arriverà mai.

Tale film non è esente da una serie di difetti. Come ogni buon film provvisto di sceneggiatura ben scritta, proprio per esaltarne il contenuto, perde molto nella ricerca dell’immagine (forse le uniche scene che si possano dire davvero cinematografiche sono quelle del sogno di Johann) ed è quindi il classico film di sceneggiatura. Molta scrittura, poca immagine. Ben scritta, dicevo, ma anche la sceneggiatura non è esente da difetti: non si capisce perché il protagonista si ostini nella cattura di Mengele (un medico che ad Auschwitz faceva agghiaccianti esperimenti medici, specialmente sui gemelli), protraendo questa ossessione per forse troppo tempo rispetto all’economia del film. Non ne traspare la motivazione. E’ abbastanza prevedibile inoltre (mi perdonerete lo spoiler, ma chiunque vedendo il film non potrebbe fare a meno di pensarlo) che si scopra ad un certo punto che il tanto osannato defunto padre di Johann (morto in guerra sul fronte orientale) fosse iscritto al partito e quindi anch’esso connivente del sistema. Possibile che Johann a quasi 30 anni non avesse alcun dubbio rispetto a questo fatto? Anche se “omnia munda mundis”, non è neppure credibile che il personaggio abbia salami interi davanti agli occhi rispetto a ciò. Suvvia!

Infine non posso non soffermarmi sull’americanissima scena finale in cui Johann sta per entrare nell’aula del tribunale e inziare il processo (che di per sé, come ogni film “tratto da storia vera”, si sa già come va a finire, perciò aggiungiamoci pure che non era nulla di eclatante). Mettere in bocca al procuratore parole come “Stiamo per fare la storia” con musica extradiegetica esaltante del bene che trionfa sul male, no. Non ce la posso fare. Come direbbero gli anglosassoni: SERIOUSLY?! Stiamo parlando della Germania del 1958!

Insomma, un potenziale sprecato. Sprecato perché rispetto al prodotto molto tradizionale che è venuto, si sarebbe potuto riflettere molto di più sui temi che qui sono stati appena accennati perché si era troppo presi a tentare di rendere intrattenimento un film che avrebbe potuto valere molto di più. Giulio Ricciarelli è un regista italiano che lavora da molti anni in Germania, ma per lo più lavora come attore (ha girato solo 4 film prima di questo e confrontando questo operato con la sua carriera di attore è poca cosa). Forse sarebbe bene che Ricciarelli continuasse a rimanere davanti alla cinepresa, piuttosto che dietro.

Voto: 5

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