Ispettore Callaghan: il caso Scorpio è tuo!

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Dirty Harry – Stati Uniti 1971 – di Don Siegel

Azione/Crime/Thriller – 102′

Scritto da Dimitrij Palagi (fonte immagine: imdb.com)

Un killer inizia a uccidere, senza motivazioni particolari e privo di schemi di esecuzione, vittime civili dai tetti di San Francisco. Harry Callaghan, noto per la scarsa ortodossia dei suoi metodi e l’efficacia dei risultati, viene incaricato del caso. La volontà politica di porre fine alla strage a qualsiasi costo (anche assecondando le richieste economiche dell’assassi- no),  partorisce un conflitto nell’ispettore tra senso di giustizia e obbligo di sottostare alla legalità. Una caccia tra killer e poliziotto che arriva ad invertire i soggetti, mantenendo un ritmo serrato e un forte senso di suspance.

1971.

Spielberg inizia la scalata al successo con Duel, mentre Kubrick propone al pubblico le “innocue” riprese di Arancia Meccanica. La coppia Siegel-Eastwood prosegue il lavoro all’interno del crime movie con una formula che regalerà al mondo un simbolo particolarmente dibattuto, ma di indiscutibile ed eterna fama: nasce l’ispettore Callaghan. Minchia, affermerebbe Coliandro.

Il legame noir-western vanta una lunga tradizione, fra gli altri si può citare La foresta pietrificata di Mayo (1936). Nell’immaginario comune si rafforza questo rapporto, grazie a un Eastwood ormai inserito nel contemporaneo, seppure sempre solitario e determinato. Per avere un’idea di questo film, appellandosi a conoscenze non scontate, ci sarebbe da immaginarsi Sentieri selvaggi di John Ford (1956) ricontestualizzato nei noir di serie B anni ’40. Molti potrebbero rispondere con un ehmbè?, dunque meglio finirla con i ridondanti richiami.

Se si continua a mantenere un innegabile legame con il western, ci ritroviamo davanti a numerosi elementi caratteristici e determinanti per il successo che arriderà al Caso Scorpio. Su tutti il senso di decadenza che è probabilmente il frutto di un insieme pessimistico tra la visione democratica del regista e quella repubblicana-conservatrice del primo attore. Il peggio delle due correnti, secondo un parametro di solarità. Su questo fronte si sono aperte numerose letture di stampo erotico. Così l’interpretazione sessuale accompagna un personaggio che riuscirà, più di molti altri, a spezzare un limite morale cinematografico, garantendo una sorta di licenza legittima a un giustiziere che cerca di colmare le numerose mancanze in un sistema inadatto a garantire equità (siamo però lontani dal giustiziere di Bronson, di cui Callaghan è solo il precursore).

L’esecuzione individuale ha da sempre spaventato gli ambienti di sinistra, provocando pregiudizi verso Dirty Harry e svilendone il valore, appiattito su un’unica scena che è sì centrale per lo svolgimento della trama, ma non determinante su ciò che è il senso della pellicola (ovviamente secondo il qui presente recensore). La stigmatizzazione della violenza è indissolubilmente legata ad una determinata visione della società, dove non ci sono misteri da svelare, ma c’è da correre da un telefono all’altro per evitare un’annunciata tragedia. L’impotenza di fronte ad una realtà per niente celata. Lo stesso film ne subisce nel clima, comunque non eccessivamente gotico, soprattutto se rapportato a La notte brava del soldato Jonathan (stesso regista, stesso attore protagonista, stesso anno).

La violenza non è sintomo sociale, né in chiave simbolica né in senso analitico. Non c’è giudizio di sorta rispetto ad essa e non la si presenta in modo allegorico. Semplicemente è funzionale al ritmo, vivo e intenso perché riflesso di pulsioni sociali più radicate all’interno dell’uomo che fra i bossoli di un’ arma da fuoco. Il rapporto a specchio – complementare – tra killer e poliziotto viene annullato se si prende in considerazione la dicotomia società-individuo, rendendo evidente come entrambi i personaggi siano parte di uno stesso modo di vivere, fondato sull’irrazionalità e l’asocialità. Il gioco a cui assiste lo spettatore medio occidentale lascerà il segno, spezzando qualcosa che litri di sangue, film di serie B e serie Z non riescono, solitamente, a superare.

Non è il fascino dell’ispettore Callaghan, l’ottimo livello estetico della fotografia, una regia da manuale ed esemplare per ogni film d’azione, a rendere Dirty Harry un lungometraggio fondamentale per l’emisfero capitalista.

L’efficacia con cui si dà per scontato il legame tra criminalità e società è quello che colpisce di più chi segue le gesta del cavaliere urbano solitario.

Rispetto ad Arancia Meccanica e Shaft di Gordon Parks (sempre 1971) i confini tra reale e cinematografico sono più labili. Si potrebbe persino tentare una chiave di lettura per cui la vittoria del duello è da ascrivere al killer, che costringe Harry a scendere al suo livello, strappandolo da quel precario equilibrio tra legge e Giustizia.

Siegel costruisce in modo perfetto l’atmosfera, aiutato dalla jazz fusion di Lalo Schifrin (vedi Mission: Impossible). Lo stile è essenziale, lanciato a velocità elevata, privo di cadute di ritmo, come lo zoom che parte da un particolare dello stadio, per poi allontanarsi rapidamente su una panoramica sempre più ampia. Fanno breccia nella trama principale scorci di vita reale sullo stile del documentario, con richiami all’erotismo che hanno portato qualcuno a resuscitare Freud.

Arrivati a questo punto un sorriso non si può però non trattenere. Pensare a Dirty Harry, ambiguo e neutro sul campo della morale, con tante analisi e interpretazioni, suona quasi esagerato e sproporzionato. Mentre uno si perde a ragionare sull’eventuale significato di un assassino che si piazza davanti alle chiese (sarà forse per simboleggiare il male come elemento satanico?) la Magnum di Eastwood ha già seccato un’intera banda di rapinatori, crivellando di colpi anche la macchina su cui fuggivano.

Il rischio è affogare nel fantomatico bicchiere di acqua.

I meriti di un’opera superano quasi sempre le intenzioni degli autori e può darsi che le analisi non siano affatto giuste. In quel caso resterà uno dei migliori crime movie della storia del cinema.

Più che di influenze particolari, sono anni in cui le regole hollywoodiane vengono riscritte in numerosi aspetti, raccogliendo molto del passato e rivendendolo anche strutturando studi accademici. Sarebbe facile parlare dei film che subiranno forti influenze callghaniane, includendo un vasto arco che comprende l’australiano Mad Max (1979) e non esclude neanche Taxi Driver (1976).

Dirty Harry non può essere catalogato all’interno del cinema di genere, almeno non in senso stretto. Riassume in sé molti stilemi classici del thriller, del western e dell’horror, reinterpretandoli in quel clima generale in cui si riscrive il cinema statunitense, rendendo i film meno legati ai generi (o ai canoni classici) e ottenendo più lavori “d’autore”, anche se Siegel contribuirà in modo minore in questo senso, se paragonato ad altri suoi contemporanei (per fare un esempio si veda La rabbia giovane di Malick).

Now you know why they call me “Dirty Harry”. Every dirty job that comes along.

p.s. per scelta non ho voluto citare i fatti di cronaca che hanno ispirato questo film. Il rapporto tra finzione e realtà è poco stretto, così come viene mostrato anche nello Zodiac di Fincher (2007), dove c’è un’attinenza quasi pedante alla cronaca dei delitti dello zodiaco.

Voto: 8

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