Timbuktu – ecco perché è un film necessario

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Scritto da Lorenzo Ceotto (fonte immagine: comingsoon.it)

Anche se non ha vinto la statuetta agli Oscar, “Timbuktu” rimarrà comunque nella storia, perché è il primo film mauritano ad aver ottenuto la candidatura, ma soprattutto per l’importanza e il peso specifico dei caratteri sociali, storici e cinematografici che porta in scena. La corsa agli Oscar, per fortuna, lo ha reso più visibile, mettendolo in risalto all’attenzione generale, anche a frange più massificate oltre la coltre cinefila che già aveva pregustato il valore del film tra anteprime e indiscrezioni all’ultimo Festival di Cannes.

Sicuramente ad accentuare l’attenzione sul film di Abderrahmane Sissako ci sono le tematiche che tratta, tutte fortemente collegate alle questioni tese che tanto caratterizzano il dibattito mediatico e globale contemporaneo, come quelle attualissime dell’estremismo islamico e delle occupazioni dei regimi jihadisti che prendono in ostaggio interi villaggi diffondendo il terrore.

Timbuktu” è un film coprodotto fra Francia e Mauritania, ambientato nei nove mesi, tra 2012 e 2013, durante i quali “la perla del deserto” cadde sotto l’assedio dei ribelli. In particolare la storia prende spunto da un episodio accaduto realmente il 29 Luglio del 2012 ad Aguelok, una piccola città nel nord del Mali. In questo luogo accadde un crimine inspiegabile sul quale i mezzi di comunicazione di tutto il mondo sorvolarono. Una coppia di trentenni, genitori di due figli, sono morti lapidati, la loro unica colpa era di non essere sposati. Un episodio mostruoso , il video del loro assassinio, purtroppo reperibile sul web, è agghiacciante. Questo tragico avvenimento ad Aguelok non ha avuto visibilità, un episodio terribile da cui è emerso poco o nulla. L’opinione pubblica ha chiuso gli occhi, molte cose vengono ignorate, spesso, troppo spesso, si preferisce non vedere. Ma per fortuna c’è chi si pone un impegno, decide di andare controcorrente e di soffermarsi su certi episodi. Proprio da questa volontà di far vedere e di raccontare, nasce “Timbuktu”, un film necessario che vuole essere prima di tutto una testimonianza, un film-denuncia di quanto accaduto e di quanto in contesti analoghi accade tutt’ora.

La storia raccontata dal film non vede come protagonisti i due fidanzati uccisi tragicamente, ma denuncia una realtà, in cui l’episodio terribile della lapidazione è uno degli elementi che contribuisce ad affrescarne l’orrore.

In un villaggio di Timbuktu, in piena Africa sahariana, il potere è in mano al regime jihadista che controlla le vite degli abitanti e impone la sharia all’insegna di un proibizionismo assoluto, dove una corte emette quotidianamente terribili sentenze. La situazione è quella di un regime fondamentalista islamico che non considera la libertà, dove l’adulterio viene punito con la lapidazione e che impone, fra le altre cose, il velo alle donne, il divieto di cantare, di ascoltare musica, di ridere, di fumare e di giocare a pallone.

In una tenda non lontano dal terrore imposto dai fondamentalisti islamici, tra le dune, vivono Kidane, sua moglie Satima e la figlia Toya, con loro c’è il piccolo orfano Issan che porta al pascolo e controlla il bestiame di famiglia. Questi riescono in parte e solo in apparenza a tenersi fuori dalla gogna inferta al villaggio dall’occupazione jihadista, infatti un giorno anche il destino della famigliola muterà tragicamente: a causa di un incidente con un pescatore del villaggio, Kidane dovrà rispondere al giudizio della corte.

La storia di Kidane, Satima e Toya, si sviluppa in un contesto di paura e angoscia, racconta l’amore in senso universale e come questo viene interrotto, distrutto e annientato per mano di un sistema che toglie il diritto di vivere e di amare. Il film denuncia questo scempio con la speranza che rendendo la verità, la realtà di ciò che accade, si possa trovare maggiore consapevolezza per combattere simili torti, come quello di due persone che sono state uccise perché si amavano.

Sissako ha il pregio di costruire i contesti terroristici, il clima teso e insopportabile che costringe i personaggi con colorata e lucente leggerezza. L’inquisizione jihadista rende ogni individuo vittima, lo porta ad essere teso “come una corda di violino”, pronto a esplodere. La rabbia e la frustrazione, da cui la perdita di controllo, sono sempre dietro l’angolo, la violenza prima o poi sfocia, come nel caso di Kidane e il pescatore, in un litigio tra le ennesime vittime sacrificali del sistema che piomba su una tragedia che non farà altro che ritorcersi per l’ennesima volta contro i più deboli.

Timbuktu” è un film che racconta i jihadisti nelle loro incoerenze e discordanze. Li racconta come persone contraddittorie evidenziandone i paradossi e le ipocrisie. Compiono atti di orribile crudeltà ma ad esempio, come dimostra il film, possono essere cortesi: in una scena restituiscono gli occhiali ed i medicinali ad un ostaggio europeo, gli offrono il tè, ed un secondo dopo magari lo decapiteranno. Come ogni essere umano sono complessi, hanno un lato buono e uno cattivo. Un jihadista è un essere umano a cui la vita è cambiata tragicamente. Nel film i vari lati oscuri, disumani e crudeli dei fondamentalisti, vengono contrapposti ad un lato umano di questi fanatici che comunque non giustifica la loro folle crociata. Dal film emerge che in questi gruppi estremisti possono esserci diversi tipi di individui, dal feroce cattivo, all’intellettuale, al ragazzino rapper a cui è stato fatto il lavaggio del cervello. Un ragazzino che prima di dichiarare odio agli infedeli e all’occidente, passava i pomeriggi nascosto all’ombra del sole, a parlare di Messi o Cristiano Ronaldo.

Una pellicola che mette in risalto i diversi approcci religiosi contrapposti tra chi è estremista, fanatico e fa la jihad, e chi prega intimamente, cercando la sua pace interiore. Una fede, un credo che viene insediato a chiave di guerra e a scopo dittatoriale, formando un regime spietato a cui il popolo islamico non può sottrarsi. Si evidenziano dunque i conflitti interni, chi prova a resistere, a ribellarsi seppur pacificamente, chi cerca di far valere la propria dignità ormai calpestata.

La fede e la religione poste a dittatura, a tirannia e a chiave di guerra. Da cui la violenza degli atti dei jihadisti, raccontati e mostrati, mai troppo esplicitamente con questa opera che ha il pregio di essere denuncia di una situazione invivibile, assurda e assolutamente paradossale.“Timbuktu” è necessario per questo e perché mette a fuoco avvenimenti sfuocati, poco chiari, taciuti e spesso non menzionati. Il film mette in evidenza una realtà che volutamente ignoriamo proprio perché le vittime ci appaiono così lontane e diverse da noi tanto che preferiamo non curarcene.

Oltre ad esserci la denuncia, nel film vi è anche un messaggio di speranza, che pone l’accento sul vero Islam, quello che va contro l’oscurantismo, quello fatto di tolleranza e di scambi, dove si prega e si venera il proprio Dio in pace ed intimità.

Con disillusione e disincanto, Sissako racconta l’occupazione di un regime che con le sue regole toglie la vita, toglie la dignità alle persone e porta alla morte, all’ingiustizia e all’autodistruzione. Cerca di restituire la realtà agghiacciante dell’occupazione jihadista e ha l’enorme pregio di riuscirci senza andare oltre, mantenendo un registro genuino e pudico.

Timbuktu” pur raccontando degli episodi tragici, riesce a soffermarsi su degli attimi di umanità, attraverso la bellezza delle immagini e grazie al potere dell’immaginazione, unica ancora di salvezza per uscire dalla realtà opprimente, ultima speranza che mantiene in vita quelle persone che hanno perso tutto. L’immaginazione che ad un tratto del film viene messa in scena in maniera esemplare, sfiorando i limiti del metacinema, in una sequenza straordinaria e cinematograficamente splendida, in cui dei ragazzini giocano una partita di calcio senza pallone lasciandosi andare alla più pura e autentica delle immaginazioni.

Timbuktu” è necessario perché mette in scena la bellezza e la complessità dell’Africa, i colori e i panorami con l’iconicità e la pittoresca poesia del cinema. Troviamo immagini e scenari illuminati, bruciati dal secco sole impetuoso, in una luce eterea che si espande su paesaggi da oasi, laddove però la vita per le regole imposte dall’occupazione è tutt’altro che pacifica.

Un film che con i colori e la luminosità impetuosa racconta il buio di una delle più grandi violazioni dei diritti umani che affligge la storia contemporanea. Un film bello, poetico, importante e, appunto, necessario che ha il pregio di narrare qualcosa di ingiusto, mostruoso e barbaro, con umanità e speranza grazie ad un’impegnata e sapiente direzione di quella macchina caleidoscopio di emozioni che è il Cinema.

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