Crank

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Crank – Stati Uniti 2006 – di Mark Neveldine e Brian Taylor

Azione/Crime/Thriller – 88′

Scritto da Alice Grisa (fonte immagine: imdb.com)

All’ex killer Chev Chelios è stato iniettato un potente veleno sintetico: morirà entro poche ore, a meno che mantenga costante il flusso di adrenalina.

Super Mario in tessuto sintetico. Ha eliminato i baffi, si beve cinquanta RedBull e ha comprato una tuta Puma, ma non può riposarsi neanche alla fine del livello, mentre il sangue scorre pesante. 84 minuti di apnea per Crank, come in quelle immersioni subacquee in cui ti ricordi troppo tardi di aver dimenticato il boccaglio sulla spiaggia. Dopo un inizio in medias res, il risveglio più frustrante del mondo per il killer redento Chev Chelios, parte una staffetta ad alta velocità tra le bandierine consolidate dell’action: fiato sospeso, adrenalina, muscoli, inseguimenti, scoppi, sparatorie. Forsennata come il ritmo è l’autoreferenzialità del genere che si ibrida con commistioni di commedia, dramma, grottesco, splatter, demenziale, fino a configurarsi come un voluminoso impasto che scorre sorprendentemente light. Ancora prima dei titoli di testa si consuma il disastro: lo psycocriminale Ricky Verona inietta al protagonista, reo di aver abbandonato un “lavoro”, una droga cinese: The Beijing Cocktail (o The Chinese Shit) arresta il cuore, a meno che non si tenga costante (costantemente alta) la dose di adrenalina. Contrappasso dantesco per il cattivo che ha deciso di cambiare vita per amore, secondo un altro dei più frequenti topoi: si è spacciato con la nuova fidanzata per un rappresentante di videogiochi e adesso è costretto per sopravvivere a rientrare proprio in quel videogioco dall’erba troppo verde. “Non potevamo accoltellarti e concederti una morte da eroe” gli spiegherà poi il mandante: dopotutto non si è più da molti anni in un paese per vecchi, e la corsa di Chev tra corsie d’ospedale, gruppi etnici e scale mobili verso nonsisabenecosa (la vendetta? la salvezza? l’epinefrina palliativa?) ha solo come obiettivo immediato la non così nobile sopravvivenza.

Vediamo così Jason Statham, figlio londinese (ma non nei modi) di Bruce Willis, tracannare Red Bull e catapultarsi (letteralmente) in un crescendo di situazioni scorrettamente adrenaliniche e morbosamente divertenti: dall’insultare minoranze etniche a fare una strage nel cortile della fidanzata Eve mentre lei, voltata e intenta a raccogliere gli oggetti caduti dalla borsa, si rallegra perché finalmente ha ritrovato la crema per le mani. Le vite dei nemici valgono come quelle dei cattivi dei videogiochi: si spara per polverizzarli nel nulla, sono mattoncini senza nome, nessun onore e nessun rispetto (“Bello non posso più stare al telefono” Chev attacca il cellulare in faccia a Ricky Verona mentre quest’ultimo gli sta spiegando il senso della sua condanna a morte, sovrastando con la maleducazione qualunque sacralità dei codici di combattimento). La scorrettezza è il differenziale che emerge dal confronto con Speed, il cui plot si basava su una tensione narrativa proveniente dagli stessi presupposti (l’autobus che se fosse sceso sotto gli 80 km/h sarebbe esploso): Jack era l’eroe che rischiava la propria vita per gli altri, Chev è l’antieroe che rischia la vita degli altri per sé stesso. La sua corsa si integra con le mille facce di Los Angeles (i giganteschi centri commerciali, i sobborghi con le minoranze etniche, le piantine sui ballatoi, la bulimia spalmata di Chinatown, il lusso di un aperitivo in cima a un grattacielo) e filmata con la fotografia iperrealista di un videoclip (o di un game interattivo). Nella sovversione del politically correct e nella particolare condizione del protagonista le droghe diventano alleati, fino al paradosso (Dr. Miles “Hai preso qualcosa?”Chev “Un paio di grammi di coca” Dr. Miles “È già qualcosa…”). La chiave di lettura è “sovraesposizione”: Chev è sempre al centro dell’inquadratura, la macchina da presa lo segue come un pedinamento in chiave action, la scena è la sua vetrina, cosa che sfocia nello scorrettissimo rapporto sessuale esibito davanti ai turisti del quartiere cinese o nel blow-job durante un folle inseguimento (d’al- tronde Eve era costretta a stare in basso per non farsi colpire da una pallottola…). Come conseguenza (o causa) di questa sovraesposizione la macchina da presa diventa una lente di ingrandimento, un voyeur persistente fisso su sesso e violenza. Il fulcro è Statham/Chelios che, come un cartone animato, ha la stessa faccia con il camice da paziente, l’abito da boss e la tuta Puma (il product placement si incorpora in modo naturale nella tessitura del film) e si ha sempre più la sensazione di salire su una giostra che non si ferma più, dove si incontrano varie versioni del buono (o del cattivo) che si cambia d’abito per passare di livello in livello, fino all’iperbolico finale.

Correre per sopravvivere non è un tema nuovo e sul piano simbolico si accenna una riflessione sul rapporto tra vita e freneticità. Ma i registi riscrivendo in modo postmoderno il genere (ironico il momento in cui Chev si autodefinisce Terminator) puntano più che altro ad aumentare l’adrenalina del protagonista e dello spettatore, nonché a far divertire quest’ultimo con un lavoro “corpocentrico” anche grafico (il disegno del cuore che appare e scompare, le parole scritte come se si fosse in un fumetto, i virtuosismi dei movimenti di macchina concentrati sempre su Chev). Il risultato è probabilmente raggiunto, mentre nella sospensione finale si accumulano tutti i pensieri che non avevano avuto tempo e voglia di prendere corpo prima.

Voto: 7

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