Rapina a Stoccolma

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Stockholm – Canada/Stati Uniti 2018 – di Robert Budreau

Biografico/Commedia/Crime – 92′

Scritto da Francesca Totaro (fonte immagine: movieplayer.it)

Stoccolma, 1973: il rapinatore Lars Nystrom (Ethan Hawke) irrompe nella banca centrale prendendo in ostaggio alcuni dei dipendenti chiedendo in cambio la scarcerazione del suo ex compagno di cella Gunnar (Mark Strong). La convivenza forzata tra rapinatori e vittime causa la nascita di un rapporto insolito tra Lars e una dipendente della banca di nome Bianca (Noomi Rapace), che in futuro verrà battezzato come disturbo della sindrome di Stoccolma. 

L’incredibile storia vera, come la definisce il regista, produttore e sceneggiatore Robert Budreau, è stata argomento di discussione per un lungo periodo, affascinando la curiosità pubblica e riempiendo le sale di studio legate alla psicologia umana. Il caso è stato raccontato per la prima volta dal giornalista Daniel Lang che ha pubblicato sul New Yorker l’articolo intitolato The Bank Drama ed è stato ripreso cinematograficamente da Budreau decenni dopo.

L’idea probabilmente era quella di sviluppare nello stesso momento situazioni tragicomiche, a metà tra la commedia americana e il dramma psicologico, ma nella realtà il risultato è leggermente diverso. Innanzitutto il regista sceglie di ridurre le giornate di reclusione dalle sei originarie a tre, dilatandone i contenuti e comprimendo il tasso d’interesse a brevi attimi di semidivertimento. La colonna portante resta Ethan Hawke, che si assume tutto il peso della buona riuscita del film, ma il suo personaggio, pur essendo nella teoria il più interessante sotto il profilo psicologico, viene quasi sminuito. Il Lars rapinatore dal cuore tenero assume fin troppo spesso connotati carnevaleschi, posizionandosi al di fuori della sfera di piacere del pubblico, che in diverse occasioni fa fatica a credere a quello che sta vedendo. L’esasperazione del protagonista lo rende un essere fallace, privo di continuità e logica. 

La coprotagonista interpretata da Noomi Rapace lavora proprio sull’effetto opposto, confezionando una figura fin troppo rigida e contenuta, che si esprime attraverso l’uso dei monosillabi e ammette di amare l’uomo/carnefice restando in sordina. Il loro legame non si sviluppa ma occupa un posto negli eventi di punto in bianco, senza essere stato anticipato da alcuni segnali di una possibile attrazione dei due. L’unico personaggio che ravviva Rapina a Stoccolma è l’antieroe Gunner, con un metodico Mark Strong, che a differenza di tutti i personaggi, sia primari che di contorno, è il solo ad essere credibile dall’inizio alla fine senza mai scivolare nella comicità forzata. Gunner è colui che ragiona con razionalità e riesce a suscitare tensione nello spettatore.

Rapina a Stoccolma era un film necessario? Probabilmente no. Se pur la storia possedeva tutte le carte in regola per giocare e vincere la partita (un cast noto al grande pubblico), sono state le mosse adottate nella pratica a rivoltare (purtroppo) il destino della pellicola.

voto: 5

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