Il selvaggio

The Wild One – USA 1953 – di Laslo Benedek – drammatico – 69′

Scritto da Gloria Paparella (fonte immagine: imdb.com)

Il film racconta la vita di strada di una banda di motociclisti e del loro capo ingiustamente coinvolto nella morte di un uomo.

Nel fine settimana del luglio del 1947 arrivarono 4000 motociclisti nella città di Hollister, California, e la distrussero; furono fatte una serie di foto- grafie dell’incidente che poi apparvero sul magazine Life e dalle quali nac- que il racconto di Frank Rooney intitolato The Cyclist Raid. Il produttore Stanley Kramer ne acquistò i diritti per farne una versione cinematografi- ca, affidando la storia a László Benedek per dirigerla.

Il valore de Il selvaggio consiste nel suo carattere intrinsecamente reali- stico, poiché tratta il problema della crescente violenza nella società ameri- cana ad inizio anni Cinquanta, scatenata dalle pressioni che i giovani subi- vano e a cui volevano ribellarsi, anche a costo di rischiare la vita.

Per impersonare Johnny, il capo della banda, venne scelto il più ardente attore di Hollywood, Marlon Brando, il quale rimase affascinato dal si- gnificato sociale del copione e dal contrasto tra quel film e Giulio Cesare, che stava per iniziare a girare nello stesso periodo. In effetti Johnny è un personaggio controverso, che incute paura ma allo stesso tempo affascina lo spettatore per la sua strafottenza mista di romanticismo. Il ribelle si in- namora anche di una giovane barista, Kathie (Mary Murphy), figlia dello sceriffo e unica testimone in grado di poterlo difendere dall’accusa di aver ucciso un uomo nella baraonda finale. Anche se inizialmente il film doveva essere girato proprio a Hollister, la Columbia insistette perché si filmasse negli studi e la sceneggiatura di Ben Maddox dovette essere rivisitata per i numerosi tagli da parte della censura, la quale sosteneva che il copione rappresentava con simpatia le gang di motociclisti e spingesse alla violenza. Il testo fu dunque riscritto e Marlon  Brando commentò l’introduzione al film (sebbene fosse contrario) volto a sottolineare che si trattava di un episodio assolutamente casuale che non avrebbe potuto ripetersi mai più.

L’attore è pienamente nel ruolo e sembra veramente appartenere a una di quelle bande di delinquenti: è una parte ancora più aggressiva rispetto a quella di Stanley Kowalski de Un tram che si chiama desiderio, poiché si tratta di un motociclista turbolento e violento ma non colpevole per la morte di un uomo. Per meglio interpretare il personaggio, Brando si in- contrò con veri motociclisti, ascoltando il loro slang e interrogandoli sulle loro storie e il loro passato. Il disagio nei confronti della rigidità di alcuni dialoghi del copione lo portò ad improvvisare alcune scene, ad esempio quella importante dell’incontro tra Johnny e Kathie nel caffè locale: le bat- tute improvvisate su due piedi da Brando sono piene di slang da motocicli- sti, tese, vere, e la spontaneità delle reazioni della ragazza, a volte nervosa e a volte attratta, è realistica.

Nonostante le misure restrittive del tempo (il film fu vietato ai minori di 14 anni in Gran Bretagna) e i guadagni mediocri al botteghino, Il selvaggio ebbe un’importanza fondamentale nella storiografia cinematografica ame- ricana per i suoi contenuti come documento sociale e fu il primo film a rap- presentare la frustrazione giovanile in maniera così penetrante da avere un’influenza profonda e duratura: un’intera generazione di giovani si ispirò al personaggio di Brando, non solo nel modo di vestire (giacca di pelle, oc- chiali scuri e basette) ma anche nel comportamento, manifestando insoffe- renza nei confronti delle regole e adottando il linguaggio del film.

Sostenuto dalla stupefacente interpretazione di Marlon Brando, Il sel- vaggio non indica direttamente le fonte dei problemi, anzi procede per sottintesi, ma insegna una sonora lezione: il caos nasce quando la legge ini- zia a vacillare anche solo per un istante davanti al teppismo organizzato.

Voto: 7

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