Detachment – Il Distacco

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Detachment – Stati Uniti 2011 – di Tony Kaye

Drammatico – 98′

Scritto da Federica Banfi (fonte immagine: imdb.com)

Henry Barthes è supplente di letteratura di liceo, è un uomo solitario e porta dentro di sé un’antica ferita che lo costringe a tenersi a distanza dalle persone con cui entra in contatto. Viene presto incaricato di coprire un periodo di tempo in una degradata scuola pubblica di periferia, dove incontra giovani senza speranze per il futuro e insegnanti altrettanto di- sillusi. Ciò che però sconvolge la sua vita è l’incontro con Erica, una prostituta adolescente scappata di casa, che cercherà di far avvicinare Henry al mondo che lo circonda.

Di insegnanti pronti a varcare le mura scolastiche per cambiarne il sistema, ad educare ragazzi insegnando loro ad amare l’arte e la poesia e a convincerli di essere persone migliori è pieno il mondo. Alcuni di essi albergano anche in quello cinematografico (e televisivo): chi entrando a scuola non avrebbe voluto trovare John Keating de L’attimo fuggente, il professore di letteratura inglese che molti di noi (poco) più che ventenni avrebbero voluto avere anche come maestro di vita, o il recente Will Schuester, l’entu- siasta insegnante della pluripremiata serie tv Glee, che è diventato invece l’idolo delle nuove generazioni?

Per Henry Barthes (Adrien Brody), il problematico supplente di Detachment – Il Distacco, il compito degli insegnanti non è quello di salvare la scuola o diventarne un eroe, ma quello più semplice e, allo stesso più difficile, di non far sentire i propri alunni insignificanti. L’ultima pellicola del regista di culto britannico Tony Kaye, ricordato per il suo grande successo cinematografico American History X, nasce come un’inchiesta sul sistema di istruzione americano, ma presto cambia piega indirizzandosi principalmente al misterioso passato del professore e ai suoi fallimentari tentativi di relazionarsi con chi lo circonda; la scuola perde importanza, pur continuando a fare da sfondo. Essa rimane infatti l’unico luogo in cui Barthes, tormentato da un oscuro passato, possa presentarsi come l’uomo che vorrebbe essere, e in cui riesca a risolvere i problemi degli altri fingendo di non averne egli stesso.

Il distacco dal mondo e da se stesso è ciò che caratterizza la vita di Barthes, il suo tentativo di allontanamento da quella sofferenza che egli ritrova fuori casa, nell’ospedale che tiene in cura l’enigmatico nonno e in Erica (Sami Gayle), una giovane prostituta che egli s’impone di salvare e che riuscirà a fargli vedere che qualcosa di buono nel mondo esiste. Tuttavia, nonostante le premesse che rendevano più che emotivamente appetibile le vicende del giovane professore e dei suoi disadattati allievi, distacco (che purtroppo non è il disinteresse dubosiano, che permetteva di partecipare simpaticamente alle passioni dei personaggi sulla scena) è anche ciò si prova durante la visione del film: lo spettatore, forse a causa dell’intreccio sconclusionato delle molteplici linee narrative e alla poca incisività con cui vengono trattate, non riesce a partecipare all’aura di dolore che circonda ogni singolo personaggio della pellicola, studente o insegnante che sia. In particolari questi ultimi, i cui attori (Christina Hendricks, Lucy Liu e James Caan) ci regalano splendide interpretazioni, risultano poco sapientemente sfruttati dal regista, che preferisce trasmettere quantità, piuttosto che qualità. Inoltre alcuni personaggi interessanti, quale quello di Meredith (Betty Kaye), e dal grandissimo potenziale, vengono resi sulla scena in maniera stereotipata e poco approfondita. Il risultato è quello di un film poco equilibrato, accompagnato da un’ansiogena regia scomposta, il cui effetto è amplificato dall’apocalittica voce over di Brody stesso, che per tutta la durata del film dà prova di maestria, rendendo perfettamente il suo Henry, in un’interpretazione costantemente in bilico tra malinconia, rabbia e patetismo.

Per Henry la professione di supplente non è un vero e proprio impegno: si ha esclusivamente la responsabilità di mantenere ordine, di evitare gravi danni, e l’unico compito da portare a termine è far passare tutti gli alunni all’anno successivo. Una definizione che ben si applica anche a Detachment – Il Distacco, pellicola senza infamia e senza lode, che non riesce (o non vuole) darci nient’altro se non la storia di tanti infelici e della loro miseria, il cui state of being, come spiega Henry stesso durante una lezione sulla Caduta della casa degli Usher di Edgar Allan Poe, è paragonabile a quello di una casa (o di una scuola?) in continua decadenza, di cui nessuno è realmente interessato.

Voto: 7

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