Fury

locandina-73

Fury – Stati Uniti/Cina/Regno Unito 2014 – di David Ayer

Azione/Drammatico/Guerra – 134′

Scritto da Ivana Mette (fonte immagine: MyMovies.it)

Aprile 1945. Mentre gli Alleati fanno la loro spinta finale in Europa, un agguerrito sergente dell’esercito, di nome Wardaddy (Brad Pitt) comanda un carro armato Sherman e il suo equipaggio di cinque uomini in una missione mortale dietro le linee nemiche . Nonostante l’inferiorità numerica, grazie alla loro arguzia, Wardaddy e i suoi uomini affrontano forze schiaccianti nell’eroico tentativo di colpire nel cuore della Germania nazista.

Dopo Salvate il soldato Ryan, finalmente un film di guerra come non se ne vedevano da tanto. Una pellicola dall’impatto visivo impressionante che, senza pudore e senza sentimento, racconta la cruda realtà della guerra la quale, senza abbellimenti di sorta, senza benevolenza o insulso perbenismo, si infiltra nella vita e nella mente dei soldati, forgiandoli per essere pure macchine atte soltanto a completare la loro missione e ad essere pronti a sacrificare la propria vita per essa, più che per gli ideali che li hanno portati sul campo di battaglia. Ma, in tutta questa babilonia di esplosioni, morti e senso del dovere, si insinua anche la vorticosa l’umanità, la mente lucida, strategica e il sangue freddo del personaggio di Pitt. La magistrale interpretazione da parte di tutto il cast segna in maniera rimarcata tutta la pellicola, fornendole in questo modo un impatto ancora più intenso e pressante. Il messaggio parte forte e chiaro: la guerra è inferno. Un inferno più potente di quello che si può incontrare dopo la morte. Quest’ultima è il traguardo finale, la vittoria e la liberazione personale, ma soltanto se raggiunta con coraggio e voglia di combattere fino allo strenuo, dimostrando forza e temerarietà fino all’ultimo. La pellicola è uno scorcio di una guerra giunta ormai quasi al termine, ma che è ancora capace di mietere le sue vittime e dare un alone di deprimente realtà, alla quale non può che associarsi la brutalità umana nella sua più arcana natura. “Lo vedrai, ciò che un uomo può fare ad un altro uomo” dice Bible (il personaggio di Shia LaBeouf) all’inizio del film. Frase emblematica che, volendo, riassume buona parte del film. La crudeltà e la violenza messe in atto dall’insieme ordinato di soldati che si scontrano nel campo di battaglia e dalla bestialità dei carri armati, diventano quasi contorno nel momento in cui si entra nelle dinamiche venutesi a creare fra due singoli uomini. Esemplare è a tal fine, il rapporto tra Wardaddy (Pitt) e Norman alias Machine (Lerman), nello sviluppo del quale, quest’ultimo subisce una profonda metamorfosi, non dettata dalla guerra di per se in primis, ma avviata e plasmata dal primo che lo mette brutalmente in contatto con il mondo circostante nel quale si trovano entrambi immersi. Costringendolo, in questo modo, ad uscire dal suo guscio, che al contrario lo avrebbe condotto nella tomba, e immergendolo nella guerra dura e cruda, Wardaddy/Pitt, avvia un meccanismo di metamorfosi del ragazzo, il quale non fa altro che mettere alla luce ciò che effettivamente era la realtà storica, fatta di giovani spinti alla guerra senza aver ricevuto addestramento militare, la cui presenza era utile solo a fini numerici, in una perfida partita a scacchi in cui costituivano pedoni facilmente sacrificabili. La potenza psicologica e i meccanismi mentali e umani messi in atto dal film, sono senza dubbio un ottimo elemento che permette quest’ultimo di ritagliarsi un posto in un genere, ormai da tempo diventato blando e ritrito all’infinito, fatto di storie e messe in scena per lo più banali, con sporadiche perle (vedi The Hurt Locker per esempio) che prospettavano la salvezza del genere. La trama per quanto non eccessivamente articolata, si sviluppa bene e in maniera lineare e coinvolgente. Non ci sono momenti di noia e non cresce il desiderio di arrivare il più velocemente possibile alla fine, ma sorge soltanto la gola nel gustarsi ogni attimo, dalle battaglie in campo aperto tra colpi di carri armati e mitragliatrici, che subito fanno pensare alle guerre interplanetarie di Star Wars, con i proiettili che rappresentano l’unico sprazzo di colore, simili a laser, in uno scenario cupo e grigio, ai momenti introspettivi e di falsa tranquillità che, tuttavia, ci permettono di conoscere meglio i personaggi portati in scena. La scelta delle location, con relative atmosfere desertiche e degradate, è esemplare e raggiunge perfettamente il suo scopo nel raffigurare l’inferno in terra. Un inferno creato non da creature demoniache e malefiche, ma da esseri umani. La scena iniziale del film, rappresenta a pieno questa deviazione umana, con l’entrata in scena lenta, inquietante, ma in qualche modo regale, di un soldato tedesco in sella ad un cavallo bianco. La telecamera ce lo mostra in contro luce, con una luce bianca alle spalle, permettendoci di vederne solo la sagoma nera che si staglia su un campo di battaglia costellato di cadaveri e artiglieria distrutta. Con eleganza, cavalca lentamente come uno dei cavalieri dell’apocalisse, calpestando le anime da lui stesso dilaniate, finchè dall’alto non si avventa su di lui un soldato americano (Pitt) che, con una semplice lama, pone fine al tedesco, risparmiando solo il suo destriero. Viene creata anche una dialettica interessante di dentro-fuori, esplicitata dall’ utilizzo del carro armato, il quale è il vero protagonista del film, e figura emblematica della guerra. Si evidenzia un rapporto uomo-macchina intenso e che concede il privilegio di interrogarsi sulla guerra e sul rapporto fra essa e il singolo individuo, in una relazione che è anche quella di causa ed effetto, come ciò che si verifica fra il dentro-fuori del carro armato. Due realtà parallele che si fondono e collimano fra di loro.

Interessante notare anche il fatto che, dal punto di vista spettatoriale, l’immedesimazione è alquanto singolare. Le scelte nell’uso della cinepresa ci permettono un’identificazione non con un singolo personaggio, come può essere quello interpretato da Pitt, il cui carisma sovrasta gli altri e dunque ne faciliterebbe l’identificazione, ma al contrario noi siamo occhi esterni che si immedesimano col gruppo intero di protagonisti in quanto entità unica. Un occhio di riguardo è certo verso Norman, il cui legame con Wardaddy/Pitt e le sue vicessitudini, ci permettono di sviluppare un attaccamento diverso verso di lui, rispetto agli altri membri del cast. Vi è un unico momento nel quale il nostro sguardo assume una posizione scomoda, e si verifica nel momento in cui si utilizza una soggettiva, la quale ci porta ad indentificare il nostro sguardo con quello di un soldato tedesco attraverso un binocolo, durante la prima battaglia. Quest’unico caso costituisce un assolo in tutto il film, dove per il resto noi siamo il gruppo intero, salvo alcune occasioni nelle quali ci identifichiamo con lo sguardo di Pitt, sempre attraverso un oggetto, anche in questo caso il binocolo. Altri elementi da notare dal punto di vista tecnico sono senz’altro la scelta di inquadrare i personaggi per lo più in primo piano o piano americano e le inquadrature strette durante le battaglie, dando invece uno sguardo d’insieme con campi medi e lunghi per quanto riguarda gli ambienti; Le musiche che danno un valore e una poetica non indifferente al film, nel quale talvolta si sostituiscono alle voci e ai rumori, accompagnando le pure immagini, che in questo modo raggiungono il loro apice artistico e figurativo; il montaggio, che si rivela essere molto pulito e ordinato, senza stacchi impetuosi, se non dopo la scena iniziale del film, con un fermo fotogramma nero che taglia nettamente sia suono che immagini, e senza un andamento frenetico e convulso, tipico del cinema americano contemporaneo; ed infine, impossibile non dare nota all’inquadratura con la quale si chiude l’intero film, con Fury, il carro armato, perfettamente al centro di un crocevia che ha segnato la fine di centinaia di vite, tra le quali quelle dei protagonisti. Un crocevia che è anche una tomba e che dunque segna una fine, non solo delle vicende narrate, ma anche la fine della guerra e con essa di un era. In un simbolismo semplice, ma fruttuoso, Ayer, gli permette di mettere dentro quell’immagine, dalla quale la telecamera lentamente e vorticosamente si allontana, il cuore di tutto il suo film. Fury, con il suo impetuoso e poco romanzato realismo, mette finalmente l’accento sulla verità della storia, nella quale c’è spazio solo per un rigido e glaciale motto d’azione e reazione. Freddezza, spudoratezza, tenacia, rinchiuse in un semplice aforismo, che può essere anche un epitaffio: “Uccidi o vieni ucciso”.

Voto: 8

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