Midsommar – Il villaggio dei dannati

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Midsommar – Stati Uniti 2019 – di Ari Aster

Drammatico/Horror/Mistery – 147′

Scritto da Francesca Totaro (fonte immagine: imdb.com)

Dopo una tragedia familiare, Dani decide di partire con il fidanzato Christian e i suoi amici per un festival estivo nel cuore della Svezia. La relazione tra i due giovani è ormai alla deriva ma il dolore di Dani riesce ancora a tenerli insieme. L’avventura, che doveva essere una vacanza rigenerativa, si rivela un’esperienza sempre più inquietante. 

A un anno esatto dall’uscita di Hereditary – Le origini del male, Ari Aster firma il secondo lungometraggio Midsommar, una storia surreale definita dal regista come un nuovo genere di horror movie, in cui le vicende prendono vita all’aria aperta, in pieno giorno e in estate.

Dalla cupa e piovosa cittadella Americana, dove la storia ha inizio, si passa ai vasti campi verdi della Svezia. Il buio svanisce quasi del tutto e ogni cosa si manifesta alla luce del sole. Non ci sono segreti, all’apparenza, e villaggio paradisiaco sembra accogliere amorevolmente i suoi ospiti. Gli abitanti di Harga, biondi dalla pelle chiara, vestono di soli indumenti bianchi. L’uso del colore è in contrasto con la percezione di esso. Il bianco, che nella nostra cultura rappresenta il colore dell’innocenza e purezza, qui assume connotati opposti. I protagonisti sono gli unici a indossare abiti colorati e nei numerosi campi totali effettuati dall’alto è possibile apprezzare ancora meglio questa distinzione escogitata dal regista. 

Pur essendo un villaggio scarno, quello di Harga si presta a diventare un labirinto sia per i protagonisti che per lo spettatore (che non riesce mai a orientasi del tutto). Harga è priva di punti di riferimento, non ci sono case ma solamente grandi spazi comuni: dormitori, chiese e tavolate all’aperto dove poter consumare i pasti. Nonostante questa mancanza però i pochi spazi fisici, che tendono a imprigionare i protagonisti, sono visivamente eccentrici, ricchi di decorazioni ed estremamente scostanti da quello che si vede all’esterno. 

La mancanza d’intimità rende Harga una terra dai caratteri medievali, in cui la condivisione rappresenta l’unico atto accettabile per la sopravvivenza. I villeggianti vengono raffigurati come una grande famiglia allargata, in cui anche i momenti legati al concepimento sono accompagnati da riti e credenze popolari. è proprio sulla base di queste credenze che il villaggio e i suoi abitanti diventano sempre più ostili nei confronti dei nuovi arrivati. L’unica ad essere inclusa nelle loro manifestazioni è Dani, che per l’occorrenza viene: vestita di bianco, pettinata come le sue coetanee e costretta a bere un’acqua capace di donarle la giusta resistenza da poter competere per il titolo di Regina di maggio. Anche se, la danza, che avrebbe potuto rappresentare una componente dal forte impatto emotivo, viene in questo contesto sminuita. 

L’idea del regista era realizzare un film sulla rottura e sulla dipendenza  dall’altro ma questo pensiero resta in sottotrama per tutta la durata della pellicola, non si hanno accenni al riguardo e non ci sono segnali che affermino questa teoria. Midsommar scaraventa lo spettatore in una realtà priva di senso senza preoccuparsi di fornire delle giustificazioni. Sperpera elementi al suo interno che, oltre a non essere mai approfonditi, stonano con la storia di base. Aggiungendo una piccola parentesi sull’interpretazione, Florence Pugh (Dani) è riuscita ad esaspera il suo personaggio fino a snaturarlo, rendendolo poco credibile e disturbante.

Chi paragona il cinema di Aster a quello di Jordan Peele (Get out – Us) dovrebbe tener conto di diversi elementi. Mentre Peele riesce a far provare tensione non sfruttando i tecnicismi legati al genere horror, Aster cade più volte nella commedia americana che, smorzando i toni fino ad allora costruiti, approda nel ridicolo, scatenando in diversi momenti la risata collettiva in sala (senza tirare in ballo l’insostenibile lunghezza della pellicola pari a 140 minuti).

Voto: 3

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