L’amore bugiardo- Gone Girl

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Gone Girl – Stati Uniti 2014 – di David Fincher

Drammatico/Mistery/Thriller – 149′

Scritto da Fulvia Massimi (fonte immagine: imdb.com)

La mattina del suo quinto anniversario di matrimonio l’ex-romanziere Nick Dunne (Ben Affleck) segnala alla polizia la scomparsa della moglie Amy (Rosamund Pike), affermata scrittrice di libri per bambini. Le circostanze sono però sospette e non solo il detective Boney (Kim Dickens) ma l’intera comunità di North Carthage, Missouri, si convince presto della colpevolezza di Nick. Niente, tuttavia, è come sembra.

Mentre i primi rumors su un eventuale seguito di Uomini che odiano le donne cominciano a circolare in rete, Gone Girl, l’ultima fatica di David Fincher, fa il suo debutto nelle sale americane, accompagnata dagli elogi della stampa. C’è chi, come il critico di Indiewire Eric Kohn, lo ha battezzato miglior film dell’anno, e senza dubbio l’adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo di Gillian Flynn (anche sceneggiatrice) è uno dei titoli più difficili da recensire senza incappare nel famigerato demone dello spoiler di zerocalcariana memoria. Fedele al romanzo di partenza ad ecce- zione del finale (modificato per mantenere vivo l’interesse dei lettori dell’originale), lo script di Flynn procede infatti secondo la traiettoria del neo-thriller più tradizionale soltanto nella sua prima parte, per offrire poi agli ignari spettatori un inaspettato coup de thèatre in grado di sconvolgere ogni aspettativa. Confermatosi maestro del genere fin dagli anni ’90 con Seven e The Game, Fincher accoglie la sfida di dirigere non uno ma due film in uno, confezionando un thriller dalle linee pulite e dal ritmo implacabile, se non il migliore certamente il più ironico e paradossalmente più divertente dei suoi film. Robin Collins su The Telegraph lo ha definito, a ragione, “David Fincher in fun mode”, e a dispetto della sua carica inquietante, Gone Girl offre al regista di culto l’occasione di prendersi meno sul serio e ritrovare il black humour caro agli estimatori di Fight Club. Le performance stranianti di Ben Affleck e Rosamund Pike (strepitosa nel ruolo camaleontico di femme fatale/mantide religiosa) si conformano infatti alle convenzioni di genere “marito insoddisfatto e sospetto, moglie- vittima e sottomessa” soltanto finchè la trama lo richiede, per spingersi progressivamente al limite dell’assurdo nel corso dello scioccante secondo atto del film (con derive splatter da antologia).

Interessato a sconvolgere le aspettative del suo pubblico non solo nei termini della struttura narrativa e, in maniera più ambiziosa, della struttura ontologica del film (in Gone Girl come in Seven la verità è sotto ai nostri occhi mentre siamo continuamente spinti a guardare altrove), Fincher lavora in modo ammirevole anche a livello delle aspettative di gender. Ad un cinema tendenzialmente dominato da uomini, Fincher inizia infatti a preferire il trattamento di personaggi femminili dalla personalità imponente (Lisbeth Salander in testa), le cui controparti maschili soccombono al con- fronto (perfino quando, e Nick Dunne ci prova con tutte le proprie forze, sembrano aver registrato una significativa vittoria). La donna, diabolica e intelligentissima, si erge al di sopra del maschio con furia vendicativa, e se Fincher offrisse allo spettatore almeno un personaggio verso cui provare una sincera e continua empatia, forse Gone Girl non sarebbe poi tanto interessante. E più nessuno è incolpevole; la misoginia confessa di Nick Dunne, incarnata dalla performance violenta ma anche volutamente instupidita di Ben Affleck, provoca lo spettatore più sensibile, per poi lasciarlo nella scomoda posizione di dovergli dare ragione. Nella sua parabola caustica del giogo coniugale, Fincher ribalta senza pudore le possibilità di identificazione spettatoriale, ponendosi al tempo stesso una domanda particolarmente scomoda: e se considerassimo per una volta l’uomo nella posizione della vittima? E se la donna fosse veramente un essere demoniaco? Gli indovinelli creati da Amy per la sua caccia al tesoro matrimoniale non sono allora soltanto espedienti diegetici ma rimandano in modo più ampio alla dinamica di gioco instaurata da Fincher con la sua audience. L’andamento volutamente criptico del film sembra dunque testare la resistenza ma anche l’intelligenza dello spettatore, cui viene costantemente richiesto di capire da che parte stia la verità, chi, cioè, in questo gioco al massacro di coppia, sia il gatto e chi il topo. Nel tentativo di tradurre per il cinema la costruzione meta-letteraria dell’originale (il diario come libro nel libro, lo scrittore come figura appunto “meta”), Fincher costruisce sul romanzo di Flynn un trattato cinematografico sulla natura terrificante del matrimonio. Sostenuto dal montaggio ad arte di Kirk Baxter (per la prima volta in dieci anni senza il fedele partner in crime Angus Wall), Gone Girl si adopera infatti a svelare, strato dopo strato, la fragile impalcatura di menzogne e risentimenti che costituisce l’esoscheletro instabile dell’unione matrimonia- le. Odio reciproco e calcolata follia germinano all’interno della prigione domestica per dare infine sfogo a sentimenti sopiti, che conducono all’eccesso la frustrazione sia maschile che femminile per l’indifferenza o la pressione coniugale. La fotografia di Jeff Cronenweth, come una firma sul quadro fincheriano, sigla nuovamente la fascinazione per le cromie fredde e gli interstizi più cupi della psiche umana, a cui la luminosità eccessiva e dunque artefatta del tranquillo sobborgo di provincia si accosta in modo ancor più inquietante. Alla loro terza collaborazione con Fincher, Trent Aznor e Atticus Ross dei Nine Inch Nails offrono anch’essi adeguato sostegno sonoro alle atmosfere disturbanti della vendetta coniugale. Il matrimonio è una trappola, un incubo da cui è impossibile uscire o da cui non si vuole uscire, Fincher, in quanto Fincher, non offre risoluzioni, e l’impianto formale del suo cinema ne conferma le intenzioni: forse non c’è mai stata nessuna verità, tutto è inganno, macchinazione, una messa in scena ad uso e consumo delle telecamere. Il romanzo di Flynn, e il film di Fincher con esso, offre in- fatti un ritratto spietato e veritiero del circo mediatico che assale senza scrupoli vittime e carnefici di eventi di cronaca, e che, modellando giudizi, forzando i fatti, produce un ritratto falsato del reale, in cui chiunque può diventare eroe o mostro, a seconda della sua capacità di prestarsi alle lusinghe del piccolo schermo e dei suoi spettatori. Come un Alfred Hitchcock contemporaneo, Fincher conferma ancora una volta l’efficacia del proprio cinema nel plasmare le reazioni del pubblico con le tecniche prima disorientanti, ma infine perfettamente motivate, della suspense e dello sconvolgimento del reale: l’ennesima critica all’assurdità dell’esistenza umana nell’era della sua riproducibilità tecnica, sia essa anarchica e terroristica (Fight Club), schiava dell’interfaccia digitale (The Social Network) o risucchiata dall’ossessione morbosa per le vite degli altri.

Voto: 8

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