Il salario della paura

 

Sorcerer– USA,  1977 – di William Friedkin- Drammatico/Thriller – 121′-

Scritto da Carlo Danieli (fonte immagine:FilmTv)

Quattro disperati in fuga dal proprio passato si rifugiano in un paesino dell’America Latina degradato e fatiscente, dove sopravvivere significa lavorare come bestie. Hanno la possibilità di riscattarsi quando viene offerta loro una missione kamikaze in cambio di denaro: trasportare attraverso 200 km di giungla due camion carichi di nitroglicerina marcia, che dal un momento all’altro potrebbe esplodere. Non avendo nulla da perdere – a parte la vita, diventata ormai insignificante – i quattro accettano. Inutile dire che la missione sarà praticamente impossibile, date le pessime condizioni climatiche e le alte probabilità di morte. Una scossa, un movimento brusco, e si salta per aria. Se la trama non vi suona del tutto nuova è perché già nel 1953 il regista francese Henri George Clouzot l’aveva portata sugli schermi, con il titolo di Le salaire de la peur, (in Italia Vite vendute), ispirandosi all’omonimo romanzo di Geroge Arnaud. Esattamente 24 anni dopo, William Friedkin decide di girarne un remake, a modo suo. Che già dal titolo originale (Sorcerer, che in italiano significa “stregone”) preannuncia un cambio di registro. Ne esce un film potentissimo e nero, forse il migliore della carriera del regista e, paradossalmente, anche quello che segnerà la fine del suo successo artistico. Reduce infatti dagli incassi milionari de L’esorcista, Friedkin ha pressoché carta bianca dalle major hollywoodiane.

Forte di un consistente budget di 22 milioni di dollari e di una solida sceneggiatura, i primi problemi sorgono nella scelta del cast. La prima opzione di Friedkin si chiama Steve Mcqueen, il quale accetta ma a condizione che abbia una parte anche la consorte Ali Mc-Graw. Niente da fare per mister Friedkin. Contemporaneamente rifiutano anche Mastroianni e Ventura, scelti per fare da comprimari a McQueen, e dopo di loro Eastwood, Newman, Hackman e Jack Nicholson. Dopo vari rifiuti vengono individuati Scheider, che già aveva lavorato con Friedkin in French Connection, Rabal e infine Cremer e Amidou. Nomi non altisonanti ma di sicuro talento. E infatti la loro recitazione sarà pressoché perfetta. Scelto il cast, si inizia con le riprese ed è qua che i costi di produzione lievitano fortemente. Non è facile girare nella giungla, tantomeno se il regista si chiama Friedkin e il suo perfezionismo è al limite del maniacale. Vicenda emblematica di ciò è la leggendaria scena del ponte, ripetuta più e più volte poiché le location di volta in volta trovate si rivelavano alla fine inadatte all’idea che frullava nella mente di Friedkin, causando un dispendio finale di soldi al limite della follia. L’intera sequenza alla fine prese tre mesi per essere girata, venendo definita, dallo stesso regista, la più difficoltosa sequenza che abbia avesse girato nella sua carriera.

Se aggiungiamo che durante le riprese capitarono vari incidenti (incluso un uragano il quale praticamente spazzò via un set), si può ben capire come mai l’originale costo del film di 15 milioni di dollari lievitò fino a 22 milioni. A Hollywood quando spendi tanto per un film devi incassare altrettanto, altrimenti non te lo perdonano. Ne sa qualcosa Michael Cimino, che con Il suo I cancelli del cielo fece fallire la United Artist e concluse in anticipo, di fatto, la sua carriera. Stessa sorte toccò a Friedkin con Il salario della paura. Il film ebbe molta sfortuna alla sua uscita nelle sale: non siamo più negli anni della contestazione e della voglia di rinnovamento, e la società, specie americana, a fine anni ’70 ha bisogno di ottimismo e storie positive. Come ad esempio Star Wars, che esce contemporaneamente al film di Friedkin e monopolizza pubblico e mercato. A ciò si aggiunga una critica feroce, troppo intenta a misurarne i difetti rispetto all’originale di Clouzot, ed ecco che l’insuccesso è servito. Alla fine, Sorcerer recuperò solo 9 milioni di dollari dei 22 spesi, finendo per diventare finanziariamente un disastro. Eppure secondo il regista si tratta di “uno dei miei soli film che io possa vedere, grazie al fatto che è venuto fuori quasi esattamente come lo intendevo”.

E infatti è un capolavoro. In assoluto una delle opere più ambiziose e riuscite di Friedkin, che ci trascina in un viaggio che in realtà è un cammino verso una condanna ineluttabile senza precedenti, meno introspettivo rispetto all’originale di Clouzot ma decisamente più crudo e spettacolare. Il film è teso come una corda di violino, e le sequenze memorabili sono tante: una su tutte il passaggio del camion sul ponte, mentre imperversa la tempesta, uno dei momenti più intensi della storia del cinema, che sfiora la perfezione assoluta per come è stato girato e per quello che riesce a trasmettere. Interessante la scelta di dividere il film in due parti: ad un’ottima prima parte che fa da introduzione ai personaggi, alle loro vicende ed ai motivi che li costringono a rifugiarsi nel paesino sudamericano se ne contrappone una seconda decisamente più avventurosa, ma soprattutto allucinante e folle, che vede i protagonisti nel loro viaggio correre disperatamente sul filo del rasoio (e noi con loro) tra la vita e la morte, trovandosi di fronte mille ostacoli come strade tortuosissime, buche, piogge torrenziali, alberi che impediscono il passaggio, tutti elementi che in ogni istante possono cambiare in peggio la loro già disgraziata sorte.

Insomma un film tesissimo, angosciante, senza un attimo di tregua, che riflette un pessimismo tipicamente verista. Siamo di fronte a delle vite appunto vendute, votate a una fine senza gloria senza possibilità di riscatto. La regia di Friedkin convince in pieno, è sicura, ispirata e solida, e dimostra una volta in più tutto il talento che possiede. Ottimi gli attori, bravi nel dare vita a dei personaggi credibili e realistici, uomini comuni dal destino già segnato. Fanno da sfondo al film le stupende musiche elettroniche dei Tangerine Dream, che saranno successivamente sfruttati nel migliore dei modi anche da Michael Mann. Ma la ver parte del leone la fa la fotografia, quinto protagonista del film, raramente così perfetta, e il restauro recente della pellicola, finalmente le rende giustizia. E che dire del finale, negativo e beffardo? In conclusione, un capolavoro semisconosciuto da riscoprire al più presto. Dopo anni passati nel dimenticatoio ultimamente sta vivendo un periodo di giustissima e doverosa rivalutazione. Cinema imperfetto, ma che cinema.

Voto:10

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