La croce di ferro

Cross of Iron– Regno Unito, Germania,  1977 – di Sam Peckinpah – Guerra – 121′ (133′ versione estesa)-

Scritto da Carlo Danieli (fonte immagine:Pinterest)

1943, fronte russo, penisola di Talman. Qui un battaglione della Wehrmacht agli ordini del colonnello Brandt tenta un’impossibile resistenza all’avanzata dei sovietici. Tra i tedeschi che più si distinguono per coraggio e incoscienza c’ è il sergente maggiore Rolf Steiner. Prima di finire in ospedale per una grave ferita alla testa, Steiner si è inimicato il capitano Stransky, un aristocratico prussiano che si è fatto trasferire in Russia per guadagnarsi la decorazione della croce di ferro, e poterla vantare nei confronti dell’esigente famiglia. Quando Brandt dà l’ordine di ritirarsi, a seguito dello sfondamento delle linee tedesche da parte dei russi, Stransky si vendica di Steiner lasciandolo all’oscuro della decisione. Benché intrappolato, col suo plotone, nelle retrovie sovietiche, Steiner riesce egualmente a ritrovare il suo battaglione, al quale segnala, per radio, l’arrivo suo e dei suoi uomini. Ma Stransky, contrariato dall’impresa di Steiner, ordina ai suoi di accogliere a colpi di mitra lo stesso Steiner e il suo plotone. E’ un massacro, ma Steiner si salva, e si presenta di fronte a Stransky per la resa dei conti finale, mentre la battaglia contro le truppe sovietiche imperversa furiosa. Cross of Iron, La croce di ferro, è uno dei rarissimi esempi di cinema americano di guerra senza gli americani. La disputa mondiale tra russi è tedeschi non ha quasi mai interessato Hollywood, e neanche più di tanto il mondo cinefilo (uno dei pochi titoli che si ricordano è Il nemico alle porte, anno 2001 per la regia del francese Jean Jacques Annaud).

Ci voleva un regista anticonformista e antihollywoodiano come Sam Peckinpah per dirigere un’operazione simile, incentrata non tanto sulla condanna della guerra in quanto tale o sulla condanna delle brutalità del nazismo (per fortuna, altrimenti sai che novità), ma su un’idea di guerra come pura follia umana, centro di azzeramento per qualsiasi essere pensante, tanto da annullare le volontà e le possibilità dei singoli. Guerra folle, ma pur sempre inevitabile e impossibile da cancellare, come dimostra la storia dell’uomo e come ci suggerisce il botta e risposta fra il colonello Brand ed il capitano Wisel: “- Ma cosa faremo quando avremo perso la guerra? – Ci prepareremo per la prossima- ”. Come da tradizione per il cinema di Peckinpah, anche La croce di ferro suscitò infinite polemiche dopo la sua uscita nelle sale: la violenza, che il regista americano ha sempre mostrato senza veli e mistificazioni, domina qui la scena in ogni senso, assumendo a tratti un carattere visionario. Come non dimenticare infatti la scena, rimasta nell’olimpo delle sequenze impareggiabili della storia del cinema, nella quale il Caporale Steiner, ferito al fronte da un’esplosione, viene trasferito in un ospedale militare per riprendersi dallo shock. Nulla di più onirico e genialmente psicologico è stato mai rappresentato così efficacemente per dimostrare l’ipocrisia della guerra; un montaggio allucinato da far invidia ai moderni quanto spesso pacchiani effetti speciali e un’angoscia cavalcante che non abbandona lo spettatore, costringendolo ad entrare nella mente confusa di Steiner, drammaticamente traumatizzato da un’esperienza, la guerra, che si impossessa dell’uomo rendendolo alieno.

Il film è principalmente giocato sull’antagonismo che si viene a creare tra i due protagonisti, il Caporale Steiner (James Coburn), il capitano Stransky (Maximilian Schell). Un conflitto nel conflitto. Mentre la guerra imper-versa e i russi stanno sfondando le linee tedesche i due “nemici” si giocano una battaglia nella battaglia. Il capitano Stransky è un arrogante quanto incapace e pavido militare di nobile origine prussiana, deciso a tutto, anche ad uccidere chi da vicino lo ostacola, per un motivo decisamente banale ed inconcepibile, guadagnare la croce di ferro, una semplice pezzo di metallo destinata ad arrugginirsi presto. Steiner è invece tutto e il contrario di tutto: detesta la divisa e tutti gli ufficiali (compresi quelli che lo appoggiano e stimano), è uno che è in grado di badare ai suoi uomini e di conservare un personale criterio etico anche di fronte alla distruzione di massa: finché gli sarà possibile, rimarrà fedele solo a sé stesso, non essendo disposto a dare credito a idoli di natura differente. Un concentrato di caratteristiche che ricordano Peckinpah stesso, che sembra identificarsi proprio in Steiner. L’epilogo finale è amaro e stupefacente. Mentre nessun uomo obbedisce più al proprio ruolo, per seguire i propri istinti più reconditi, in una confusione che sa di inesorabile sconfitta per i tedeschi, si consuma il confronto finale tra Steiner e Stransky, i quali, con un sorriso beffardo e in fondo complice, decidono di lanciarsi un’ultima folle sfida: dimostrare chi dei due, nell’imperversare di una battaglia ormai prossima alla débâcle, meriti la croce di ferro.

La capacità narrativa di Peckinpah, abile nell’uso di rallenty necessario per fermare le riflessioni dello spettatore, nonché di sequenze capaci di alternare personaggi principali ad elementi di contorno apparentemente estranei che danno l’idea di una situazione onirica e surrealistica, raggiunge in questa pellicola il massimo livello, il tutto allo scopo di rappresentare la guerra come fonte massima di violenza, omicidio di massa autorizzato, capace di annullare l’uomo. Nel suo unico film di guerra mai realizzato, il regista americano decide di scegliere un soggetto delicato e scomodo. Per non farsi mancare nulla, Peckinpah, oltre a rappresentare in modo chiaro e univoco la violenza, accentua i toni del film con disinvolti riferimenti alle pulsioni omosessuali covate tra soldati che sognano una società senza donne (descritte alla stregua di una momentanea consolazione fisica) e si baciano in bocca per calmare i propri isterismi. Tutto questo fa sì che La croce di ferro rimanga uno dei migliori esempi di cinema bellico, ricco di ambiguità e riflessioni, capace di rifuggire a qualsiasi facile classificazione, certamente meno spettacolare e meno “eroico” di pellicole quali Salvate il soldato Ryan e meno pittoresco di film come Quella sporca dozzina. Insomma un unicum destinato, grazie a Peckinpah, a rimanere tale.

Voto:8

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