Land of mine

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Under sandet – Danimarca/Germania 2016 – di Martin Zandvliet

Drammatico/Storico/Guerra – 100′

Scritto da Maria Vittoria Novati (fonte immagine: imdb.com)

Acclamato all’ultimo festival di Toronto, il film racconta di un frammento di storia ancora sconosciuto a molti. Nei giorni che seguirono la resa della Germania nazista nel maggio del 1945, i soldati tedeschi in Danimarca furono deportati e vennero messi a lavorare per quelli che erano stati i loro prigionieri. Obiettivo rimuovere le 2.000.000 di mine posizionate dalle truppe tedesche sulle coste danesi. Incredibilmente attento e delicato, il film racconta il desiderio di vendetta, ma anche il ritrovamento del senso di umanità di un popolo dilaniato dalla guerra e fa luce su questa tragedia storica, raccontando una storia che coinvolge l’amore, l’odio, la vendetta e la riconciliazione.

E’ difficile talvolta, quando si scrive la recensione di un film, trovare il giusto equilibrio tra un giudizio puramente estetico e un giudizio sul contenuto rappresentato. Premetto ciò, proprio perché Land of Mine mi lascia perplessa; nella misura in cui riconosco che la messa in scena è di grande qualità (ho apprezzato moltissimo la fotografia di Camilla Hjelm), ma non posso dire lo stesso del contenuto.

Siamo nel 1945 e la guerra è finita da poco. La Danimarca esce dal conflitto bellico carica di odio per il nemico nazista che l’ha letteralmente invasa. Se è vero che la prima scena del film deve introdurre al tema e all’atmosfera del film, il regista Martin Zandvliet ci è riuscito perfettamente mostrando l’odio con cui il protagonista, il sergente Carl Rasmussen (interpretato da un ottimo Roland Møller), si accanisce con pugni e calci su un prigioniero tedesco solo perché aveva in mano una bandiera danese. Contro ogni trattato e convenzione internazionale, il governo danese ha deciso di trattenere tutti i prigionieri tedeschi trovati sul suolo nazionale, per mandarli a disinnescare le mine che “loro stessi”, i nazisti, avevano posto su tutte le coste, con l’idea che lo sbarco degli Alleati sarebbe dovuto avvenire lì (e non in Normandia, come la Storia ci insegna). Due milioni di mine da disinnescare. La maggioranza dei prigionieri tedeschi è costituita da ragazzi giovanissimi: si tratta dell’ultima risorsa che il Terzo Reich aveva mandato al fronte negli ultimi colpi di coda di una parabola bellica discendente e sempre più perdente su tutti i fronti (non essendoci più uomini da mandare al fronte, ormai il governo mandava anche ragazzi non ancora pronti al servizio militare). Dopo un rapido addestramento in un campo di prigionia, un gruppo di giovani soldati tedeschi (i più piccoli ancora imberbi, una coppia di gemelli che avranno avuto sì e no quindici anni a dir tanto) viene affidato al sergente Rasmussen a cui è stato affidato un tratto di spiaggia da bonificare, con duemila mine nascoste sotto la sabbia. Con il passare del tempo la vicenda diviene estremamente drammatica anche per il sergente, il quale, nel contatto quotidiano con questi ragazzi, si chiede se questa sia la cosa giusta da fare: in loro non vede dei nazisti, ma vede solo dei bambini, che non hanno effettivamente colpa di tutto quello che è accaduto e non sarebbe quindi compito loro disinnescare le mine.

Ed è proprio questo punto che mi lascia perplessa. Comincio a stancarmi di film in cui si cerca di smussare le responsabilità degli individui all’interno del regime nazista (com’è avvenuto in maniera simile nel recente Il labirinto del silenzio) – se non proprio smussare, trovare degli esempi, delle scappatoie per dire che, in fondo, non tutti erano proprio proprio nazisti. Sembra quasi che qui i danesi siano più cattivi. Non nego che il loro comportamento sia andato contro qualsiasi convenzione internazionale. E’ chiaro, è ovvio; ma c’è mai forse qualcuno che (anche tutt’oggi naturalmente) rispetti le regole e le convenzioni durante una guerra? Sarebbe terribilmente ingenuo credere il contrario. Quello che hanno fatto i danesi non è condivisibile, ma è prevedibile. E’ un classico meccanismo di reazione a cinque anni di guerra (e di invasione vera e propria); l’attuale mondo occidentale dovrebbe smetterla di essere così rigidamente politically correct nel condannare qualsiasi tipo di azione sbagliata estraniandola dal contesto, perché oltre a perdere la memoria rischiamo anche di perdere il discernimento fra bene e male. A differenza del pubblico di Toronto (forse facile preda di emozioni troppo dirette) non mi sento di entrare così tanto in empatia con i ragazzi messi in quella situazione. Non è colpa loro, naturalmente, il male provocato dalla guerra, ma all’interno del film non c’è mai un riferimento, una riflessione da parte loro sul fatto che, forse, la loro tanto amata nazione (“cosa farai una volta tornato nel Reich?” chiede uno dei ragazzi a un suo compagno, non dice “in Germania”, non “a casa”) ha toppato. E di brutto, oltrettutto. Ma forse questo è pretendere un po’ troppo: si sarebbe corso il rischio di essere anacronistici. Il personaggio del sergente è scritto bene ed è credibile, e forse preferisco seguire di più il suo conflitto interiore tra odio pregiudiziale e affetto per questi ragazzi piuttosto che commuovermi quando uno di questi salta in aria. Un finale realizzato in maniera un po’ frettolosa non aiuta certamente a migliorare il giudizio sul film, a cui do la sufficienza in virtù di una forma accurata ed elegante, ma da un contenuto che avrebbe potuto essere di gran lunga più approfondito e accurato.

Voto: 6

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