Lettera aperta a un giornale della sera

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Lettera aperta a un giornale della sera – Italia 1970 – di Francesco Maselli

Drammatico – 116′

Scritto da Dmitrij Palagi (fonte immagine: filmtv.it)

Un gruppo di intellettuali comunisti, più o meno organici al PCI, decidono di rompere con la monotonia delle dichiarazioni stampa. In risposta a una richiesta di un giornale della sera, certi della non pubblicazione di quanto scriveranno, si offrono di partire volontari per difendere il Vietnam dall’invasione USA. La lettera viene pubblicata da un settimanale e i comunisti vietnamiti, che avevano rifiutato i volontari sovietici e di altri Paesi alleati, decidono di accettare la Brigata della Cultura, nel frattempo cresciuta per un inatteso numero di adesione. L’ipocrisia degli intellettuali comunisti italiani rischia di richiedere un prezzo troppo alto, che non tutti sembrano disposti a pagare…

“Noi volevamo cambiare il mondo e invece il mondo ha cambiato noi”

Come quando sei seduto a tavola e non hai voglia di alzarti, ti offri di andare a prendere la bottiglia di vino ma resti seduto, certo che il padrone di casa non ti mostrerà la scortesia di mandarti nell’altra stanza. Un’ipocrisia comune all’essere umano, il voler apparire più di quello che si è. Nel caso degli intellettuali italiani la questione si accentua.

La cultura: quando esisteva visibilmente, quando suscitava dibattito, quando per un film si finiva per discutere su paginate e paginate di giornali (che venivano letti). Quando la politica non era “solo” andare a votare e rincretinirsi davanti al piccolo schermo. Quando potevi denunciare attraverso un’opera che gli altri avrebbero visto e su cui avrebbero ragionato.

Un film che sfata le barzellette e la propaganda revisionista che vuole un PCI dogmatico e stantio. Si narra di come Pajetta (dirigente del Partito), a un giornalista di Le Monde Diplomatique, alla considerazione del giornalista francese “da noi per un film del genere il regista sarebbe stato buttato fuori dal PCF”, abbia risposto “perchè il vostro è un Partito serio”. La realtà è che il dibattito esisteva e che le prime critiche al socialismo reale, in Italia, le hanno sempre fatte i comunisti. Questo film fa di più: denuncia i limiti e le contraddizioni dei comunisti italiani e di una parte della cultura italiana, egemonizzata al tempo dalla sinistra.

Il primo film di critica al PCI è di un regista tesserato al Partito dal ’44, ancora oggi attivo in Rifondazione Comunista. L’autocritica, fatta con onestà, è la critica più efficace, come si vedrà nello splendido Il Sospetto di qualche anno dopo e nel recente Le Ombre Rosse.

Un film politico, di parte ma valido per chiunque abbia voglia di uscire dagli stereotipi e voglia recuperare una serietà e una dignità oggi del tutto assenti nel Paese, anche leggendo la battaglia giornalistica che scoppiò al tempo.

Un film legato al suo tempo ma ancora attuale, dove le scelte tecniche valgono ancora in tutto il loro peso. Lo stile del documentario, la frenesia e la mancanza di staticità. La centralità e l’esagerazione (autoironica) del sesso, dei corpi, legate a una rivoluzione (l’uscita dal puritanesimo) oggi involuta nel costume contemporaneo.

L’immediatezza e il nervosismo delle riprese, l’anticonformismo dei contenuti, la consueta cura della fotografia contribuiscono a rendere il film come una copertina di LIfe, sgranata, sfondata, con tutto sovraesposto. Qualche attore non professionista c’è ma per la maggior parte sono tutti di mestiere ma non conosciuti. Riuscito il doppiaggio degli attori (ognuno doppia sè stesso, eccetto Nanny Loy e Maselli), di cui il regista è uno dei più forti sostenitori, complice una recitazione convincente e realistica.

Un phamplet di carattere autobiografico che già denuncia quel salotto della sinistra che è rimasto protagonista della politica italiana. Attraverso una denuncia del proprio tempo arriva a delineare una sintesi dell’uomo prima che della sinistra, guardando alle sue passioni, alla sua formazione materiale (più che esistenziale).

Un film denso, dove trovano spazio inserti che denunciano la violenza della Polizia e la repressione del movimeno studentesco di quegli anni (tutte legate a esperienze storiche reali). Il potere si accanisce contro ci si contrappone al sistema, non contro chi finge di farlo.

Se non fosse per la General Video sarebbe complicato imbattersi in questo titolo: sintomo dell’idiozia di una certa Italia.

Non resta che ritrovarlo e seguire il suggerimento del finale (di non immediata interpretazione): non rassegnarsi e confidare nel fatto che la voglia di cambiamento è destinata a non tramontare mai definitivamente.

Voto: 8

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