Marnie

Marnie– USA,  1964 – di Alfred Hitchcock – Noir/Sentimentale/Drammatico/Thriller – 130′ –

Scritto da Carlo Danieli (fonte immagine:Amazon)

Marnie è donna di incantevole bellezza affetta da diverse turbe psicologiche, tra le quali la cleptomania, dovute ad un infanzia difficile e ad un problematico rapporto con la madre. L’incontro con il ricco e affascinante Mark, perdutamente innamorato di lei e convinto di poterla aiutare, rappresenta per lei una vera ancora di salvezza. Anche se inizialmente le sarà diffidente, alla fine riuscirà ad aprirsi a lui, fino a lasciarsi condurre in un drammatico ma necessario confronto finale con il proprio oscuro passato, fonte di angoscia e tormenti.
Tratto da un romanzo di Winston Graham, Marnie rappresenta il cinquantaquattresimo film di Alfred Hitchcock, nonché uno dei meno amanti dalla critica, probabilmente per le tematiche scottanti che tratta, ma anche per una verbosità e una lentezza che raramente si ritrova nel maestro inglese. La prima impressione che suscita la visione del film è una somiglianza con un’opera di poco precedente di Hitchcock, ovvero Vertigo, del quale Marnie richiama i temi degli incubi, delle paure e dell’amore come arma per vincerle (anche in Marnie ci troviamo di fronte ad un uomo che cerca in tutti i modi di aiutare e salvare la donna che ama). In quest’opera però, e questo rappresenta una novità, Hitchcock lascia da parte quasi tutte le ambizioni di suspense per concentrarsi soprattutto sugli aspetti psicologici della vicenda. Il film risulta così molto dilatato nei tempi, con ampi dialoghi a volte fine a sé stessi, per poi culminare in un avvincente finale che racchiude tutto il significato del film.

A differenza che in molti film precedenti del regista inglese, qui la storia non subisce né accelerazioni, né colpi di scena evidenti: lo spettatore assiste ad una sostanziale calma che lo interroga su come potrà andrà finire. La cosa più riuscita è forse l’indagine psicologica sulla protagonista, condotta abilmente da Hitchcock, è resa in maniera credibile dall’interprete, Tippi Hedren. Ad affiancarla vi è un atipico Sean Connery, a metà strada tra il cinico cui fa credere di essere all’inizio e il tenero amante che si scopre poi. Questa figura non convince del tutto, seppur Connery non si risparmia in bravura e impegno, soprattutto per l’ambiguità che la caratterizza: è un ricco viziato, un padre padrone o un sensibile marito che cerca di aiutare la propria moglie? Hitchcock, volutamente o meno, lascia nel dubbio. Ciò che invece non convince proprio è l’uso di inguardabili effetti speciali, specialmente quando la protagonista è a cavallo, degni di un film degli anni ’30, poi ancora gli sfondi, in particolare quello palesemente finto che raffigura una gigantesca barca alla fine del viale dove abita la madre di Marnie (riguardo a questo Hitchcock riferì di aver voluto ricreare l’effetto di sogno che in cui erano presenti navi che incombevano in modo surreale sui tetti delle case, senza alcuna traccia evidente del mare che desse loro una plausibilità o una prospettiva). Al di là di questi aspetti, nonostante il film lasci qualche perplessità, è diretto in maniera magistrale da Hitchcock, che lo personalizza con particolari inquadrature (si ricorda quella in cui Marnie tenta di afferare i soldi) degne del suo genio, ed è accompagnato da un’eccellente colonna sonora, costituita da musiche mai banali che sembrano scavare nel cuore dei personaggi. Hitchcock è come il re Mida: in mano a lui tutto diventa oro.

Voto: 7

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